La distanza delle cose. I viaggi del prof. Battisti.

Pubblicato il 19 agosto 2026 alle ore 20:38

di Roberto Alicandri

Il professor Lorenzo Battisti aveva imparato che esistono partenze che cominciano molto prima di salire su un treno. A volte cominciano aprendo una mail, magari in un pomeriggio di fine agosto, quando l’estate sembra ancora piena e invece settembre è già lì, nascosto dietro l’angolo. Quel pomeriggio Lorenzo era seduto davanti al computer con una tazzina di caffè ormai fredda accanto. Lesse la comunicazione una volta, poi una seconda. La scuola alla quale era stato assegnato si trovava a seicentoventitré chilometri da casa.

Non era il numero a preoccuparlo. Le distanze sono strane: seicentoventitré chilometri possono sembrare niente quando si parte per una vacanza e diventare enormi quando, dall’altra parte, si lascia la propria vita. Sua madre fu la prima a chiedergli quando sarebbe dovuto partire. «Presto», rispose. Nei giorni successivi cominciò quella strana liturgia che molti insegnanti precari conoscono bene: la valigia aperta sul letto, i documenti controllati più volte, la ricerca di una stanza in una città che fino al giorno precedente era soltanto un nome sulla carta geografica. Telefonò a diversi proprietari. Uno non voleva insegnanti perché «a giugno ve ne andate», un altro pretendeva mesi di affitto anticipati, un terzo gli domandò se avesse un contratto a tempo indeterminato. Lorenzo quasi rise. «Se avessi un contratto a tempo indeterminato, probabilmente non la starei chiamando.» L’uomo non colse l’ironia.

Alla fine trovò una piccola stanza al quarto piano di un palazzo senza ascensore. Sua madre, mentre lo aiutava a preparare le cose, cercò di rassicurarlo: «Tanto è provvisoria». Lorenzo rimase per qualche secondo in silenzio. Provvisorio. Era diventata la parola della sua vita. Provvisorio il contratto, provvisoria la casa, provvisoria la città, provvisori i colleghi. Ogni estate qualcuno gli ripeteva che doveva avere pazienza, come se la pazienza fosse una materia obbligatoria riservata agli insegnanti precari.

Partì una domenica mattina. Alla stazione suo padre gli strinse la mano, come faceva quando voleva nascondere un’emozione, mentre sua madre continuava a raccomandargli di mangiare. «Mamma, sono adulto.» «E quindi? Gli adulti non mangiano?» Lorenzo sorrise. Quando il treno cominciò a muoversi li vide diventare sempre più piccoli dietro il vetro e soltanto allora comprese davvero cosa significassero quei seicentoventitré chilometri. La distanza non era il viaggio. Era sapere che quella sera avrebbe cenato da solo.

Il primo settembre arrivò a scuola con largo anticipo. Gli edifici scolastici vuoti gli avevano sempre dato una strana sensazione: senza le voci degli studenti, una scuola sembrava perdere la propria ragione di esistere. In sala professori trovò una donna alle prese con la fotocopiatrice. «Nuovo?» gli chiese. «Si vede tanto?» «Hai ancora la faccia serena.» Si chiamava Marta e insegnava matematica da ventisei anni. Poco dopo arrivò Davide, docente di sostegno e precario come lui. Quando Lorenzo gli disse da dove veniva, Davide sorrise. «Io faccio quattrocento chilometri. Hai vinto tu.» Era una battuta, ma dietro quella leggerezza c’era qualcosa che entrambi conoscevano molto bene.

Con il passare dei giorni Lorenzo scoprì che dentro quella sala professori esisteva una piccola geografia d’Italia. C’era chi veniva dalla Sicilia, chi dalla Campania, chi dalla Puglia, chi dalla Sardegna. Ogni venerdì qualcuno correva verso una stazione o un aeroporto e ogni domenica sera percorreva il viaggio contrario. C’erano mogli, mariti, figli, genitori anziani, fidanzati e amici lasciati a centinaia di chilometri di distanza. Ognuno portava con sé una piccola assenza, eppure il lunedì mattina erano tutti davanti alle classi con un «buongiorno» pronunciato come se nulla fosse. Lorenzo cominciò a pensare che il precariato fosse fatto soprattutto di questo: persone che imparano a nascondere la nostalgia perché alle otto suona una campanella e dall’altra parte della porta ci sono venti, venticinque ragazzi che non hanno alcuna colpa delle graduatorie, dei trasferimenti e delle attese degli adulti.

La prima classe di Lorenzo fu una terza. Ventiquattro ragazzi lo guardarono con quella curiosità quasi impietosa che gli adolescenti riservano ai professori nuovi. «Sono il professor Battisti», disse appoggiando il registro sulla cattedra. Dall’ultima fila arrivò immediatamente una domanda: «È severo?». «Dipende.» «Da cosa?» «Da voi.» Risero e qualcosa si sciolse. Lorenzo cominciò l’appello, ma arrivato a un nome nessuno rispose. Una ragazza indicò un banco vuoto vicino alla finestra. «Non viene da una settimana.» «Come mai?» Per qualche secondo nessuno parlò, poi qualcuno disse soltanto: «Problemi a casa». Tre parole capaci di contenere una vita intera.

Con il passare delle settimane Lorenzo smise di conoscere soltanto i nomi e cominciò a conoscere le persone. Andrea faceva continuamente battute, forse perché aveva paura del silenzio; Giulia prendeva nove e sembrava sentirsi in colpa quando prendeva otto; Samir parlava poco ma scriveva temi bellissimi; Elisa si addormentava spesso sul banco. Un giorno Lorenzo la trattenne alla fine della lezione. «Va tutto bene?» Lei rispose di sì abbassando gli occhi. Lorenzo conosceva bene quel genere di sì, quello che significa esattamente il contrario. Non insistette. «Se qualche volta hai bisogno di parlare, sai dove trovarmi.» Una settimana dopo Elisa bussò alla porta della sala professori.

Fu allora che Lorenzo si accorse di una cosa: aveva smesso di contare i chilometri. La stanza al quarto piano era sempre troppo piccola, la domenica sera continuava a essere il momento peggiore della settimana e la nostalgia non era scomparsa, ma ogni mattina, entrando in quell’edificio, la sua vita provvisoria incontrava altre vite. E quelle vite, con i loro problemi, le paure e le speranze, erano tremendamente reali. Anche i colleghi, poco alla volta, avevano smesso di essere semplicemente nomi sull’orario scolastico. Marta un giorno gli confidò di essere in attesa dell’esito di alcuni esami; Davide gli raccontò che sua figlia lo chiamava ogni sera per mostrargli i compiti attraverso il telefono. «Mi chiede sempre quando torno.» «E tu cosa le dici?» «Presto.» Lorenzo non domandò altro. Aveva ormai capito che anche presto, come lontano, era una parola senza misura.

A dicembre arrivò la neve. Sua madre gli mandò un messaggio: Qui oggi ci sono diciassette gradi. Lorenzo sorrise. Uscendo da scuola vide alcuni ragazzi della sua classe che si lanciavano palle di neve nel cortile. «Professore!» Andrea ne tirò una che gli passò a pochi centimetri dalla testa. «Se mi prendi, domani interrogazione.» Andrea lasciò cadere immediatamente quella che aveva già preparato. «Prof, scherzavo.» Lorenzo scoppiò a ridere e rimase qualche minuto con loro. Aveva freddo, la neve gli entrava nelle scarpe e aveva dimenticato i guanti nella stanza, ma in quel momento non pensava più alla stazione, alla valigia o alla distanza.

Naturalmente niente si era risolto. Il precariato non diventava più giusto soltanto perché si imparava a conviverci. Restavano l’incertezza, le graduatorie, gli incarichi annuali, le scadenze e quella domanda che tornava puntuale ogni estate: l’anno prossimo dove sarò? Restava soprattutto la fatica di costruire qualcosa sapendo che a giugno avresti potuto essere costretto a lasciarlo. Ma Lorenzo cominciava a capire che esisteva anche un’altra faccia di quella condizione, meno evidente e forse proprio per questo più preziosa. Ogni partenza gli aveva fatto incontrare persone che altrimenti non sarebbero mai entrate nella sua vita. Ogni scuola gli aveva consegnato storie, amicizie, volti, pezzi di umanità. Il precariato gli toglieva la certezza di restare, ma non poteva togliergli ciò che accadeva mentre era lì.

L’ultimo giorno di scuola arrivò quasi senza che se ne accorgesse. Nella terza nessuno aveva davvero voglia di fare lezione. A un certo punto Andrea alzò la mano. «Prof, ma l’anno prossimo resta?» Lorenzo avrebbe potuto spiegare le graduatorie, gli incarichi, le disponibilità e tutti quei meccanismi capaci di decidere il destino professionale di migliaia di persone. Guardò i ragazzi e rispose semplicemente: «Non lo so». Per una volta nessuno scherzò. Elisa abbassò lo sguardo e Samir disse piano: «Speriamo di sì».

Quando suonò la campanella, i ragazzi si alzarono senza correre immediatamente verso la porta. Qualcuno gli strinse la mano, qualcuno lo abbracciò. Andrea fu l’ultimo ad andarsene. «Professore, comunque all’inizio sembrava più antipatico.» Lorenzo lo guardò. «Anche tu.» «Quindi siamo pari.» «Siamo pari.» Quando anche lui uscì, Lorenzo rimase solo nell’aula. Sulla lavagna qualcuno aveva scritto: Buon viaggio, prof.

Non arrivederci. Buon viaggio.

Lorenzo prese il cancellino, ma poi lo rimise sulla cattedra. Il giorno seguente avrebbe ripiegato le camicie nella valigia, riconsegnato le chiavi della stanza e percorso al contrario quei seicentoventitré chilometri. A settembre, forse, avrebbe ricominciato tutto altrove: un’altra città, un’altra casa, un’altra sala professori, altri volti e altri nomi da imparare. Era questa la parte più dura del precariato: costruire sapendo di poter dover lasciare, affezionarsi senza avere la certezza di restare, imparare a sentirsi parte di un luogo mentre un contratto continuava a ricordarti che poteva esserlo soltanto per un anno.

Uscì dalla scuola e, prima di attraversare il cancello, si voltò un’ultima volta. Per mesi aveva pensato di essere semplicemente un uomo lontano da casa. Adesso capiva che, senza accorgersene, una piccola parte di casa l’aveva costruita anche lì: nelle chiacchiere della sala professori, nei caffè presi in fretta durante la ricreazione, nelle confidenze dei colleghi, nelle risate degli studenti, persino in quelle mattine in cui avrebbe voluto essere da tutt’altra parte.

E sorrise.

Perché finalmente riusciva a vedere anche il bicchiere mezzo pieno di quella vita così faticosa. Se il precariato lo costringeva ogni volta a partire, gli aveva anche permesso di incontrare persone che altrimenti non avrebbe mai conosciuto. Aveva attraversato città che probabilmente non avrebbe scelto, condiviso pezzi di strada con colleghi diventati amici, ascoltato storie che gli avevano insegnato qualcosa e incontrato ragazzi che, senza saperlo, avevano lasciato un segno anche nella sua vita. Forse non era una consolazione sufficiente per cancellare la fatica, ma era abbastanza per darle un significato.

Lorenzo ripensò alla scritta rimasta sulla lavagna e finalmente gli sembrò bellissima. Buon viaggio, prof. Non era un addio. Era quasi un augurio.

L’incarico era annuale e provvisorio, ma non era necessariamente provvisorio ciò che un insegnante poteva lasciare nella vita delle persone incontrate lungo il cammino. Un contratto aveva una data d’inizio e una data di fine; una parola pronunciata nel momento giusto, una fiducia restituita, un incoraggiamento, una lezione capace di andare oltre le pagine di un libro non avevano invece una scadenza scritta in fondo a un foglio.

Forse era proprio quello il lato più bello nascosto dentro tanta sofferenza: avere più volte la possibilità di incontrare nuove vite, lasciare in ciascuna qualcosa di sé e portare via, ogni volta, qualcosa di loro.

A settembre sarebbe tornato? Forse. Sarebbe andato altrove? Era possibile. Avrebbe preparato un’altra valigia? Probabilmente sì. Ma ovunque fosse arrivato ci sarebbe stata una porta da aprire, una sala professori nella quale entrare per la prima volta e una classe piena di volti ancora sconosciuti che, dopo qualche mese, non lo sarebbero stati più.

Lorenzo infilò le mani nelle tasche e riprese a camminare.

Il posto poteva essere provvisorio. L’incarico poteva durare un anno. Ciò che si lascia nella vita degli altri, qualche volta, resta molto più a lungo di noi.

E forse, pensò sorridendo, era già una buona ragione per preparare un’altra valigia.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.