Quel che resta di una lezione. Storia di un docente di periferia.

Pubblicato il 18 agosto 2026 alle ore 00:47

di Roberto Alicandri 

Il professor Lorenzo Battisti insegnava italiano e storia in un istituto della periferia casertana da quasi quindici anni. Ogni mattina percorreva la stessa strada, superava lo stesso distributore di benzina, lo stesso bar con le sedie di plastica sistemate sul marciapiede e gli stessi palazzi costruiti troppo vicini gli uni agli altri, come se anche le case, da quelle parti, avessero dovuto contendersi lo spazio. La scuola sorgeva alla fine di una strada larga e malmessa, aveva cancelli troppo alti, muri ricoperti di scritte e finestre dalle quali, nelle giornate limpide, si riuscivano a vedere in lontananza le montagne. Lorenzo amava quella scuola, non perché fosse facile insegnarvi, ma proprio per il contrario. Aveva imparato che esistono luoghi nei quali spiegare un verso di Dante significa soltanto spiegare un verso di Dante e altri nei quali convincere un ragazzo ad aprire un libro significa ricordargli che esiste un mondo più grande delle quattro strade nelle quali è cresciuto.

Michele, detto ’o Mammone, sedeva all’ultimo banco della quarta B. Aveva diciassette anni, i capelli sempre troppo corti, una cicatrice sul sopracciglio e l’abitudine di guardare fuori dalla finestra mentre Lorenzo spiegava. Non era uno studente incapace, era peggio: era intelligente e aveva deciso che l’intelligenza non gli sarebbe servita. Il padre era in carcere, il fratello maggiore gravitava attorno a un clan della zona e a scuola tutti sapevano qualcosa, nessuno sapeva tutto e quasi nessuno faceva domande. Michele a volte mancava per giorni e poi tornava.

Il professore gli chiedeva:

Dove sei stato, Michele?

Il ragazzo rispondeva senza scomporsi:

In giro, professò.

In giro dove?

Michele sorrideva:

Professò, ma voi veramente volete sapere sempre tutto?

Lorenzo aveva imparato a non insistere davanti agli altri.

Un pomeriggio lo trovò ancora seduto nell’aula vuota. Il professore stava sistemando alcuni libri nella borsa quando Michele lo chiamò.

Professò.

Dimmi.

Michele continuò a guardare il banco.

Secondo voi uno può cambiare veramente?

Lorenzo si fermò.

Dipende.

Da che?

Da quanto è disposto a perdere per diventare quello che vuole essere.

Michele alzò finalmente gli occhi.

Io a scuola non ci voglio venire più.

E cosa vuoi fare?

Il ragazzo sorrise.

I soldi.

Quelli non sono un mestiere.

Però servono.

Anche un mestiere serve.

Michele rise e scosse la testa.

Voi professori vivete in un altro mondo.

Lorenzo si sedette nel banco davanti al suo.

Può darsi. Ma tu sei ancora abbastanza giovane per decidere in quale mondo vuoi vivere.

Non accadde nulla di straordinario. Michele prese lo zaino e se ne andò, ma il giorno dopo tornò. Fu così che cominciò tutto, non con un gesto eroico, ma con una serie quasi invisibile di piccoli gesti: una telefonata quando Michele mancava, un libro lasciato sul suo banco, un tema restituito con una frase scritta a margine, un colloquio con la madre, un tirocinio trovato presso un artigiano, qualche litigio e molti silenzi.

Una mattina Lorenzo gli regalò una copia usata dei Promessi sposi. Michele guardò la copertina quasi con diffidenza.

Professò, veramente pensate che io mi metto a leggere questa cosa?

No.

Michele lo guardò perplesso.

E allora perché me l’avete data?

Perché un giorno potresti sorprendermi.

Il ragazzo infilò il libro nello zaino.

Voi siete strano.

Me l’hanno già detto.

Passarono alcuni mesi, poi Michele scomparve. Prima una settimana, poi due. Alla terza Lorenzo lo vide davanti al cancello della scuola: era dimagrito e aveva uno sguardo diverso.

Professò, devo parlarvi.

Entrarono nell’aula vuota e Michele chiuse la porta.

Mi hanno chiesto di fare una cosa.

Lorenzo comprese immediatamente chi fossero loro.

Che cosa?

Michele scosse la testa.

Meglio che non lo sapete.

Hai accettato?

Non ancora.

Allora rifiuta.

Il ragazzo rise amaramente.

Voi pensate che funziona così? Che dici no e torni a casa?

Fu in quel momento che Lorenzo vide nei suoi occhi qualcosa che non gli aveva mai visto: la paura. Non la paura di un ragazzo, ma quella di un uomo che ha capito troppo presto di essere entrato in un luogo dal quale potrebbe non esserci una porta per uscire.

Lorenzo si mosse con prudenza, consapevole che da quel momento ogni passo avrebbe potuto avere conseguenze non soltanto per Michele, ma anche per lui. Parlò con chi doveva parlare, si rivolse alle autorità competenti e consegnò loro tutto ciò che aveva appreso. Le informazioni raccolte contribuirono ad avviare un’indagine che, nel giro di alcuni mesi, portò all’arresto di alcuni esponenti della criminalità locale e al sequestro di un ingente quantitativo di droga destinato alle piazze di spaccio della zona. Michele riuscì ad allontanarsi da quell’ambiente, ma qualcuno non dimenticò il ruolo avuto dal professore in quella vicenda.

Una sera, al termine di una lunga giornata di consigli di classe, Lorenzo lasciò la scuola più tardi del solito. Pioveva da ore e sull’asfalto l’acqua restituiva, deformate, le luci dei lampioni. Guidava verso casa pensando quasi distrattamente alle lezioni del giorno seguente quando nello specchietto retrovisore notò un’automobile avvicinarsi rapidamente. Per qualche secondo non vi fece caso, poi la vide portarsi al suo fianco. Non ebbe neppure il tempo di voltarsi. Un’esplosione spezzò il rumore della pioggia, poi ne seguì un’altra. Il vetro laterale andò in frantumi e un dolore improvviso, feroce, gli attraversò la spalla. Lorenzo strinse istintivamente il volante, ma l’auto sbandò e finì fuori strada. L’ultima cosa che riuscì a vedere, prima che tutto diventasse buio, furono i fari dell’altra macchina che si allontanavano nella notte.

Quando riaprì gli occhi vide le luci blu delle auto dei Carabinieri e l'Ambulanza riflesse sull’asfalto bagnato. Pensò alla scuola e subito dopo a Michele.

Il ragazzo…

Nessuno capì.

Lorenzo provò ancora:

Michele… dov’è Michele?

Sopravvisse. Il proiettile non aveva colpito organi vitali, ma dopo l’agguato gli fu comunicato che per ragioni di sicurezza non avrebbe potuto continuare a vivere e lavorare lì. Il Ministero dispose il suo trasferimento in una scuola del Nord e così lasciò la Campania quasi in silenzio, senza grandi saluti e senza neppure tornare nella sua aula. Di Michele seppe soltanto che era stato allontanato dalla zona e inserito in un percorso di protezione e reinserimento, poi più nulla.

Gli anni passarono e Lorenzo imparò un’altra città, gli inverni lunghi, la nebbia del mattino e gli studenti che pronunciavano il suo cognome senza inflessione meridionale. Continuò a insegnare e della cicatrice sulla spalla non parlava quasi mai. Quando qualcuno gli chiedeva perché fosse arrivato dal Casertano, rispondeva semplicemente:

Per lavoro.

Erano trascorsi dodici anni quando, una mattina di novembre, Lorenzo stava andando a scuola con il bavero del cappotto alzato e una cartella piena di compiti sotto il braccio. Faceva freddo e camminava velocemente quando sentì qualcuno chiamarlo.

Professore!

Lorenzo continuò a camminare.

Professor Battisti!

Si fermò.

Un uomo stava correndo verso di lui dall’altro lato della strada. Lorenzo lo osservò senza riconoscerlo, finché quello sorrise e in quel sorriso rivide improvvisamente il ragazzo dell’ultimo banco.

Michele…

Non riuscì a dire altro.

Michele lo abbracciò e per qualche secondo Lorenzo rimase immobile, poi lo strinse forte.

Entrarono in un bar. Michele parlava velocemente, come se dovesse recuperare dodici anni in mezz’ora. Gli raccontò di essere arrivato al Nord poco dopo di lui, di aver completato gli studi professionali e di aver lavorato prima come apprendista e poi come elettricista. Adesso aveva un contratto stabile in un’azienda.

Michele sorrideva mentre raccontava:

Alle sette e mezza timbro, professò. E se faccio tardi mi fanno pure il richiamo. Chi l’avrebbe detto?

Lorenzo rise. Era la prima volta che sentiva Michele parlare con orgoglio della normalità.

A un certo punto il giovane prese il telefono.

Vi devo far vedere una persona.

Sul display apparve una giovane donna sorridente, con una mano appoggiata sul ventre.

Si chiama Giulia ed è incinta.

Lorenzo sorrise.

Maschio o femmina?

Maschio.

Avete scelto il nome?

Michele abbassò lo sguardo e, per la prima volta da quando si erano incontrati, sembrò nuovamente il diciassettenne dell’ultimo banco.

Sì.

Come lo chiamate?

Michele lo guardò.

Lorenzo.

Il professore non disse nulla.

Michele continuò:

Lei voleva un altro nome. Poi le ho raccontato di voi.

Lorenzo guardò fuori dalla vetrina. La gente camminava verso il lavoro, un autobus si fermava poco più avanti e una donna attraversava la strada tenendo un bambino per mano. Tutto continuava normalmente e proprio quella normalità gli sembrò improvvisamente straordinaria.

Non dovevi.

Michele sorrise.

Sì che dovevo.

Era arrivato il momento di andare al lavoro. Michele si alzò e, prima di uscire, si voltò.

Professò, quel libro ce l’ho ancora.

Lorenzo impiegò qualche secondo a capire.

Quale libro?

— I Promessi sposi.

E l’hai letto?

Michele aprì la porta del bar e sorrise.

Tre volte.

Poi se ne andò.

Lorenzo rimase seduto ancora qualche minuto, finché guardò l’orologio e si accorse di essere in ritardo. Quando entrò in classe gli studenti stavano facendo confusione. Appoggiò la cartella sulla cattedra e aprì il libro: quel giorno avrebbe dovuto spiegare Manzoni. Per un istante la cicatrice sulla spalla tornò a fargli male, come accadeva ancora quando cambiava il tempo, e Lorenzo la sfiorò attraverso la camicia. Per dodici anni aveva pensato a quella cicatrice come al segno di qualcosa che gli era stato tolto: la sua scuola, la sua terra, una parte della sua vita. Quella mattina comprese che forse aveva sbagliato.

Alzò gli occhi. Davanti a lui c’erano ventiquattro ragazzi, qualcuno ascoltava, qualcuno fingeva e uno, all’ultimo banco, guardava fuori dalla finestra. Lorenzo sorrise e cominciò la lezione mentre fuori la nebbia si sollevava lentamente dalla città. Da qualche parte Michele stava lavorando e da qualche parte una donna aspettava un bambino che avrebbe portato il suo nome. Non lo avrebbe mai raccontato ai suoi studenti, perché alcune cose perdono qualcosa quando vengono spiegate, ma quella mattina comprese finalmente che insegnare significa anche affidare parole e possibilità alla vita degli altri, senza sapere dove arriveranno e senza avere la certezza di poterle vedere diventare futuro.

Ci sono parole che sembrano perdute nell’istante stesso in cui vengono pronunciate, entrano nella confusione di un’aula, si mescolano alle campanelle, ai quaderni chiusi troppo presto, alle assenze e alla rabbia dei diciassette anni, poi scompaiono e noi crediamo che siano morte. Invece alcune continuano a camminare. Attraversano una strada sbagliata, una paura, una fuga e una città lontana; diventano un mestiere, una casa, una donna amata e talvolta persino un bambino che deve ancora nascere.

Lorenzo guardò il ragazzo dell’ultimo banco.

Continuiamo?

Sì, professore.

Lorenzo riprese a leggere e, mentre la sua voce riempiva l’aula, comprese che di un insegnante, alla fine, non rimangono soltanto le lezioni, i voti o le pagine corrette. Qualche volta rimane una scelta, qualche volta una vita e, molto più raramente, rimane un nome che qualcuno decide di consegnare al futuro.

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