L'INDIA NEL CUORE E LE STRADE DEL TEMPO

Pubblicato il 15 agosto 2026 alle ore 12:33

di Bruno Marfé

Diario di un viaggio condiviso da un divano di casa, sulle tracce di Vittorio Russo da Delhi al Punjab.

«Sette paia di scarpe ho consumato…», recita la fiaba antica ripresa anche da Carducci. Vittorio Russo, giunto a ottantasei anni con l'anima ancora assetata di strade, non ne ha consumate sette: gli basta un solo paio, ormai talmente logoro da non poter affrontare un nuovo giro, per rendere conto di quanto Delhi resti, ad ogni ritorno, città inesauribile. Ha quattromila anni, forse cinquemila: ne parla già il Mahabharata, il poema che narra la contesa fra i Pandava e i Kaurava culminata nella battaglia di Kurukshetra. Di Delhi, del resto, nessuno sa dire con certezza quante ne siano state: la tradizione ne conta sette, che diventano nove aggiungendo l'antichissima Indraprastha e la Delhi britannica — numerose, dunque, quanto le fatidiche città di Troia scavate da Schliemann.

Fra tutte, a Vittorio è rimasta impressa Shahjahanabad, la città voluta nel Seicento da Shah Jahan, «Signore del Mondo» — lo stesso imperatore che dedicò alla sua Arjumand Banu Begum, morta a trentotto anni dando alla luce il quattordicesimo figlio, il mausoleo divenuto il Taj Mahal. Il suo cuore più celebre era Chandni Chowk, la «via del Chiaro di Luna», così chiamata perché un tempo un canale vi rifletteva l'acqua della luna. Oggi quella stessa luna avrebbe difficoltà a riconoscervisi: le stradine sono affollate, consumate da milioni di passi, eppure sotto quella scorza — annota Vittorio — «continua a respirare lo splendore trascorso». Il clacson, qui, ha smesso di essere rumore: è diventato lingua, forse la sola davvero nazionale, che protesta, supplica e minaccia in un moto perpetuo dal quale è impossibile distogliere lo sguardo. Fra la miseria e la grazia della strada, lo sguardo del viaggiatore si posa senza distacco su una madre che allatta al margine della via, sulla figlia poco più grande che le fruga tra i capelli, e su un sorriso inatteso che scioglie all'istante la maschera severa di un fiero guerriero sikh: «è uno dei tanti prodigi dell'India», scrive Vittorio, «l'apparenza innalza una fortezza e un sorriso, senza fatica, ne spalanca le porte».

Alla Birla House, oggi Gandhi Smriti, le orme di pietra che riproducono gli ultimi passi del Mahatma conducono a un turbamento che Vittorio conosce bene, essendo questa la terza volta che vi ritorna. È lì che il Mahatma cadde, il 30 gennaio 1948, dopo aver pronunciato «He Ram!» — l'invocazione estrema di un uomo giunto alla soglia dell'eternità. Vittorio ricorda con orgoglio di essere vissuto, sia pure come «insignificante contemporaneo», nell'età di un uomo che Tagore chiamò Mahatma, la Grande Anima, e che Einstein giudicò quasi incredibile fosse davvero esistito in carne e ossa.

Sotto la mole di settantadue metri del Qutb Minar, o tra la magnificenza in marmo del tempio di Akshardham, il racconto si accende invece di un'ironia sottile e affettuosa verso se stesso. Presentatosi al grande santuario induista in pantaloncini estivi, Vittorio viene costretto ad avvolgersi in un drappo arancione per restituire un minimo di decoro al proprio abbigliamento: da quel momento percorre il tempio — racconta — «con la dignità di un improbabile novizio e l'eleganza di un clown in pensione», impegnato soprattutto a impedire che i pantaloncini, nascosti sotto il telo, scivolassero verso il basso. È un dettaglio minimo, quasi comico, eppure capace di restituire tutta l'umanità di un viaggiatore che, anche davanti alla sacralità più solenne, non rinuncia a sorridere di sé.

Lasciata Delhi, il viaggio si trasforma in un'indagine storica lungo le pianure del Punjab, la "terra dei cinque fiumi" attraversata un tempo da Alessandro Magno e, molti secoli dopo, dal Maharaja Ranjit Singh, il "Leone del Punjab". Accompagnato da Kush Tandon, guida e amico di oltre vent'anni, Vittorio raggiunge Patiala e la memoria di Bhupinder Singh, la cui ricchezza era «così smisurata da diventare essa stessa uno scandalo»: commissionò a Cartier un collier di quasi tremila diamanti, possedeva quarantaquattro Rolls-Royce e — le cronache gli attribuiscono — quasi novanta figli. Ospite al Baradari Palace, nella suite che fu della maharani Mohinder Kaur, il viaggiatore riflette sulla vanità del potere: quel mondo di elefanti, gemme e giardini concepiti per piegare persino il clima ai propri desideri si dissolse nel 1948, quando Patiala confluì nella nuova India repubblicana. Restano i palazzi, i lampadari di Murano, i letti smisurati; il potere che li aveva raccolti è svanito. «Nessun lusso», annota Vittorio, «ha mai saputo trattenere il tempo».

Ad Amritsar, a quarantacinque gradi all'ombra, il viaggio raggiunge il suo momento spirituale più alto. L'Harmandir Sahib, il Tempio d'Oro, sorge al centro del lago sacro Amrit Sarovar: l'oro che lo ricopre — spiega Vittorio — non ostenta ricchezza, ma raccoglie e restituisce la luce del cielo sull'acqua. Camminando a piedi nudi sul marmo bollente, il viaggiatore assiste alla quotidiana rivoluzione silenziosa del langar, la cucina comunitaria che ogni giorno prepara gratuitamente pasti per centomila persone, senza chiedere a nessuno nome, casta o fede: «Ho compreso qui», scrive, «che cosa significhi davvero "Ama il prossimo tuo". [...] Qui l'ho visto tradotto in azione». Poco distante, i fori dei proiettili britannici sui muri di Jallianwala Bagh custodiscono la memoria del massacro del 1919: «la pietra, almeno, non ha imparato a dimenticare». Prima di lasciare il Tempio, Vittorio acquista il kara, il bracciale d'acciaio dei Sikh, per portare con sé il principio che quel luogo gli ha insegnato: la forza acquista dignità soltanto quando si pone al servizio degli altri.

L'ultima tappa è Chandigarh, la città disegnata da Le Corbusier dopo la Partition, quando Lahore — antica capitale dell'impero sikh — restò al Pakistan e il Punjab indiano si ritrovò senza un centro. Concepita come un organismo di ragione e geometria, la città sembra tuttavia sfidare ogni proposito di ordine non appena si osserva il suo traffico, fedele — annota Vittorio — alle «geometrie impossibili di Escher». È proprio qui che l'anima indiana trova il modo di deviare dall'accademia: nel Rock Garden costruito clandestinamente da Nek Chand, umile impiegato pubblico che trasformò cocci, vetri e rottami in un popolo di statue, Vittorio riconosce «il prodigio che appartiene soltanto all'immaginazione più autentica: fare poesia senza accademie, teorie o manifesti».

Poi giunge la notte del ritorno. Sul volo che lo riporta in Italia, mentre le luci della cabina si abbassano, Vittorio ritrova l'immagine con cui chiuse anni fa il suo libro sull'India: un sole poetico — un abbagliante ossimoro, come nel Tieste di Seneca — che gira il proprio carro e corre all'indietro per tramontare a Oriente. A ottantasei anni, l'India non è per lui una meta visitata, ma una patria dell'anima. Percorrerne le strade richiede settimane; per lasciarla davvero, scrive, «servirà il resto della vita».

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