SEVEN UP. Formia, agosto 1983

Pubblicato il 30 luglio 2026 alle ore 15:14

di Mauro Di Gennaro
(Raccolto e trascritto da Bruno Marfé)

Parcheggiata la 127 in mezzo a un oceano disordinato di auto sulla terra battuta, io, Luca e Marco raggiungiamo a passo svelto il botteghino d'ingresso del Seven Up. Paghiamo diecimila lire a testa, ci consegnano il tagliando per la consumazione ed entriamo proprio mentre risuonano le prime, inconfondibili note di Stayin' Alive.

È un turbinio di luci colorate. La gente è già in pista, anche se lo spazio è ancora molto: sono appena le nove di sera e il grosso del popolo della notte arriverà più tardi. Camminiamo ai bordi della pista diretti al bar, tra divanetti e tavolini occupati da gruppetti di ragazzi come noi. Ci scrutiamo a vicenda, cercando volti conosciuti.

Poi il mio sguardo incrocia il suo.

Due occhi azzurri, bellissimi, che spiccano subito nel buio della sala. Ha i capelli lunghi, biondi: impossibile non notarla. Avrà la mia età, forse un anno in più. Provo a vincere la timidezza e le sorrido appena. Lei abbassa gli occhi, si volta verso l'amica al suo fianco e torna a parlare con lei.

Raggiungiamo il banco. Io ordino una Coca-Cola con ghiaccio, Marco una Fanta, Luca un Tropical.

Il DJ mette Billie Jean e la pista si riempie in pochi minuti. Tra la folla la intravedo di nuovo: balla con un ragazzo, si scambiano sorrisi e qualche parola. Ha già qualcuno, penso. Meglio lasciar perdere.

Marco mi dà uno scossone: tre ragazze sedute a un tavolino ci stanno osservando e sorridono. Ci avviciniamo. Luca, come sempre il più intraprendente, si presenta e si siede. La musica è troppo alta, è impossibile parlare davvero. Non riesco nemmeno a capire i loro nomi.

Mentre provo a seguire la conversazione, il mio sguardo attraversa la sala. Lei è lì. Stavolta è seduta da sola e mi sta guardando.

Partono le prime note di If You Leave Me Now.

Le tre ragazze si alzano e ci invitano a ballare. Prendo la mano di quella che mi sorride da qualche minuto, faccio appena due passi… poi capisco che, se non mi muovo adesso, me ne pentirò.

Le lascio delicatamente la mano, attraverso la pista e mi fermo davanti alla biondina.

«Ti va di ballare?»

Lei sorride.

Siamo in pista.

C'era tantissima gente, ma per me esistevamo soltanto noi due. Le sue mani sul mio collo, le mie sui suoi fianchi. Si stringe a me con una naturalezza che mi sorprende.

«Come ti chiami?»

«Paola.»

«Hai una ragazza?»

«No.»

«Pensavo fosse quella seduta al tavolo.»

«No, l'ho conosciuta cinque minuti fa.»

Sorride.

«E tu? Quello con cui ballavi prima era il tuo ragazzo?»

«Macché… l'ho conosciuto stasera.»

Le note di I Like Chopin continuano a cullarci. Paola non si stacca da me. Appoggia il viso sul mio petto.

«Posso stare così o ti dà fastidio?»

«Ma che dici, Paola… quale fastidio.»

Le accarezzo i lunghi capelli biondi e le sfioro la testa con un bacio.

«Vieni, qui c'è troppa gente e fa caldo. Usciamo.»

Mi prende la mano e mi segue.

Passiamo accanto a Luca e Marco, ancora impegnati a discutere con le tre ragazze di prima. Quella che avrebbe dovuto ballare con me ha già capito tutto e sta trascinando via le amiche. Luca mi lancia uno sguardo eloquente e sussurra a denti stretti:

«Con te facciamo i conti dopo.»

Ho mandato all'aria i loro piani, ma in quel momento non potrebbe importarmene di meno.

Fuori si è alzata una piacevole brezza. Il cielo è pieno di stelle. Restiamo abbracciati in silenzio, mentre Reality accompagna il nostro primo, lungo, indimenticabile bacio.

Paola e io ci fidanzammo. Restammo insieme sei o sette mesi. Poi i suoi genitori si trasferirono in Svezia e lei li seguì.

Ci promettemmo di scriverci, ma i chilometri allora pesavano molto più di oggi. Non c'erano cellulari, né WhatsApp, né videochiamate. La distanza sembrava incolmabile.

Con il tempo ci perdemmo.

L'ho cercata per anni. Quando arrivarono i social sperai di ritrovarla, ma non ci riuscii mai. Mi sono chiesto spesso che volto avesse assunto il tempo sul suo viso, che vita avesse costruito, se ogni tanto le fosse tornata in mente quella sera al Seven Up.

Poi, quarant'anni dopo, mentre scorrevo distrattamente Facebook, mi sono imbattuto nel post di un uomo che vive a Malmö.

Pubblicava alcune fotografie della sua compagna.

Un colpo al cuore.

Era lei.

Ho guardato una foto, poi un'altra. Lo stesso sorriso, gli stessi occhi azzurri che avevano illuminato una notte d'agosto del 1983.

Solo allora ho letto le parole che accompagnavano quelle immagini.

Paola non c'era più.

Se l'era portata via un brutto male.

Vieni, Paola, prendi la mia mano.

Prima o poi ci rivedremo al Seven Up, lassù tra le stelle, per ballare ancora una volta sulle note di Reality.

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