di Bruno Marfé
Cronaca di un viaggio condiviso a distanza, sulle tracce di Vittorio Russo e dei suoi appunti di viaggio.
Ci sono luoghi che si visitano e altri che, lentamente, finiscono per abitare chi li attraversa. Il Ladakh appartiene a questa seconda categoria. Seguendo giorno dopo giorno gli appunti, le fotografie e i racconti di Vittorio Russo, il viaggio assume presto una dimensione che supera la semplice cronaca. Diventa il racconto di un incontro: quello fra un uomo che continua a interrogare il mondo con lo stupore della prima partenza e una terra dove il silenzio sembra possedere davvero la consistenza della pietra.
A ottantasei anni, dopo quasi settant'anni trascorsi a viaggiare tra continenti, Vittorio affronta il Ladakh senza la stanchezza di chi pensa di avere ormai visto tutto, ma con l'umiltà e la curiosità di chi considera ogni partenza un nuovo inizio. È forse questo il tratto più sorprendente dei suoi appunti: la capacità di lasciarsi ancora meravigliare.
Come spesso accade in India, il viaggio mette subito alla prova la pazienza del viaggiatore. Prima delle montagne arriva Delhi, con il suo caldo soffocante, i voli rinviati dal maltempo e le attese che sembrano dilatare il tempo. Eppure anche gli imprevisti finiscono per trasformarsi in occasione. Il ritorno alla Birla House, oggi Gandhi Smriti, diventa uno dei momenti più intensi dell'intero percorso.
Seguendo le orme di pietra che conducono al luogo dove il Mahatma venne assassinato il 30 gennaio 1948, Vittorio ritrova una pagina della propria memoria personale. Ricorda con emozione di appartenere, sia pure come «insignificante contemporaneo», al tempo di Gandhi. Le sue riflessioni non assumono mai il tono della celebrazione retorica: sono piuttosto il riconoscimento della forza morale di un uomo che riuscì a dimostrare come la coerenza potesse diventare una forma di rivoluzione.
Finalmente l'aereo raggiunge Leh, capitale del Ladakh, a circa 3.600 metri di quota. L'altitudine presenta immediatamente il suo conto. Il respiro si accorcia, ogni gradino sembra più alto del precedente, le gambe acquistano un peso sconosciuto. Vittorio racconta questa inevitabile fatica con una sottile ironia, trasformando la propria fragilità in uno degli aspetti più autentici del viaggio. Almeno per oggi, annota sorridendo dopo avere conquistato uno dei tanti monasteri arroccati sulle montagne, l'illuminazione poteva attendere.
È proprio questa capacità di sorridere di sé che rende il suo racconto profondamente umano. Il Ladakh non viene mai descritto come un luogo da conquistare, ma come una realtà da ascoltare, rispettare e comprendere.
Conosciuto come il “Piccolo Tibet”, il Ladakh conserva una delle più ricche tradizioni del buddhismo himalayano. I monasteri sembrano nascere direttamente dalla roccia, sospesi fra cielo e terra, custodi di una spiritualità che attraversa i secoli.
A Shey e Thiksey gli immensi Buddha dorati dominano sale immerse nella penombra. A Takthok, costruito attorno alla grotta dove la tradizione colloca la meditazione di Padmasambhava, Vittorio assiste alla celebrazione dello Tsechu, una delle feste religiose più sentite della regione. Le danze Cham, le grandi maschere policrome, il suono profondo delle trombe, dei tamburi e dei cimbali, l'odore del burro di yak e la lenta processione dei fedeli trasformano il monastero in un'esperienza che coinvolge tutti i sensi.
Non è soltanto una celebrazione religiosa. È una rappresentazione della condizione umana, nella quale ogni maschera invita a riflettere sulle illusioni che accompagnano l'esistenza e sulla difficile ricerca della propria autenticità.
Ad Alchi e Lamayuru il tempo sembra invece rallentare fino quasi a fermarsi. Gli antichi affreschi, i cortili silenziosi, il lento ruotare dei tamburi della preghiera e il vento che muove le bandiere cariche di mantra restituiscono l'impressione di un mondo rimasto fedele a se stesso. In questi luoghi il viaggio diventa meditazione.
Le montagne accompagnano ogni spostamento con una continua metamorfosi di colori. L'ocra lascia spazio al rame, il viola al grigio della cenere; vallate verdi si alternano improvvisamente a deserti minerali. L'Indo, il grande fiume che attraversa la regione, scorre fra gole profonde come una lama d'argento, ricordando quanto la natura continui qui a dettare il ritmo della vita.
Il momento forse più intenso del viaggio arriva però nella Aryan Valley, lungo il corso dell'Indo, dove vivono i Brokpa. Una tradizione popolare li vuole discendenti dei soldati di Alessandro Magno, anche se gli studi moderni li collegano alle antiche popolazioni dardiche. Al di là della leggenda, colpiscono soprattutto i loro volti e la loro ostinata volontà di conservare una cultura antichissima. Le donne adornano ancora oggi i caratteristici copricapi con fiori freschi, turchesi, monete e conchiglie, quasi a ribadire che la bellezza rappresenta una forma di resistenza.
È proprio qui che il viaggio sfiora, appena, anche una dimensione civile.
Dal 2019 il Ladakh ha perso parte dell'autonomia che un tempo gli permetteva di decidere del proprio destino. Molti abitanti temono per un ecosistema fragile e per un patrimonio costruito nei secoli. Ma di fronte a questa incertezza, buddhisti, musulmani, induisti e cristiani hanno saputo mettere da parte le differenze per difendere insieme la propria identità — forse la lezione più sorprendente che il Ladakh consegna al visitatore.
Seguire questo viaggio restando a migliaia di chilometri di distanza significa comprendere che esistono luoghi nei quali il paesaggio non costituisce soltanto uno scenario, ma diventa un modo di pensare. Attraverso gli occhi di Vittorio Russo il Ladakh ci ricorda che la meraviglia non appartiene alla giovinezza, ma allo sguardo; che il viaggio più autentico consiste nel liberarsi delle proprie certezze; e che un popolo rimane davvero libero soltanto quando continua a custodire la propria memoria, la propria cultura e il diritto di scegliere il proprio destino.
Forse è proprio questo il dono più prezioso che Vittorio riporta da queste montagne. Non una semplice raccolta di immagini o di ricordi, ma la consapevolezza che esistono ancora luoghi dove il tempo rallenta, il silenzio parla e la libertà continua ad avere il volto concreto di una comunità che resiste.
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