La banda dei 4

Pubblicato il 13 luglio 2026 alle ore 18:50

di Bruno Marfé 

Dopo i maestri, venivamo noi. Se gli zii più piccoli, Corrado e Aldo, sarebbero poi diventati i nostri navigatori nel mare della musica, del grande cinema e di tante altre passioni, noi quattro cugini "grandi" eravamo la ciurma pronta a prendersi il mondo.

Eravamo i primi quattro nipoti maschi, nati a cavallo tra il 1952 e il 1955: Leopoldo – per tutti Poldino –, poi Claudio, io e infine il piccolo di casa, Massimo. Un gruppo rumoroso cresciuto a pane, ginocchia sbucciate e quel legame di sangue che si cementava nelle lunghe domeniche in famiglia e nelle estati che sembravano non finire mai.

C'è una fotografia che custodisco con particolare affetto e che racconta alla perfezione chi eravamo allora. È uno scatto realizzato durante la festa di compleanno del piccolo Massimo. Ancora oggi, guardandola, riesco a sentire l'eco delle nostre risate e quasi il profumo di quella torta con le candeline. Da destra verso sinistra c’è Poldino, il figlio del fratello maggiore di mio padre. Era il maggiore di noi, e faceva già la parte del cugino grande, quello serio che sembrava vegliare su tutti noi. Al suo fianco ci sono io, fiero nel mio maglioncino chiaro. Poi c'è Massimo, l'anima di quella giornata, seduto davanti alla torta con il suo sorriso furbo di chi sa di essere il protagonista della festa. Infine Claudio, con quella sua espressione sbarazzina che sembrava già anticipare il carattere allegro che lo avrebbe accompagnato negli anni. Un quartetto raccolto attorno a una torta, tra bicchieri di vetro pronti per il brindisi e un futuro ancora tutto da immaginare.

I legami più forti tra noi si stringevano soprattutto d'estate, quando le scuole chiudevano e la libertà diventava assoluta. Poldino, ad esempio, veniva spesso a trovarmi nella casa dove abitavo, vicino alla campagna di mio nonno materno, ai Camaldoli. Erano giorni fatti di terra, alberi da scalare e corse a perdifiato. Un anno, attratti da una tentazione irresistibile, ci avventurammo tra i terrazzamenti dove filari ordinati custodivano una splendida e profumatissima uva fragola. Senza pensarci due volte ne mangiammo fino a ripulire praticamente l'intera produzione stagionale. Non vi dico come si arrabbiò mio nonno quando se ne accorse. Ma era un uomo d'altri tempi, di una bontà infinita: la sfuriata durò pochi minuti e si trasformò presto in una grande risata, soprattutto immaginando, con quella tipica ironia napoletana, gli inevitabili effetti gastrointestinali che quella scorpacciata selvaggia ci avrebbe regalato di lì a poche ore.

L'altro grande scenario della nostra infanzia erano le mitiche scampagnate domenicali a Castel Volturno. Sul terreno acquistato dal papà di Massimo, marito di una delle sorelle di mio padre, era sorto un piccolo e spartano bungalow che sarebbe diventato il quartier generale delle nostre feste di famiglia. C'era sempre Claudio con i suoi genitori, e a volte anche qualche cuginetto più piccolo, come Marco, che viveva a Roma e compariva solo di rado, quasi un ospite di passaggio. Per noi la giornata aveva un solo programma: giocare a pallone fino allo sfinimento.

Fu proprio in quegli anni che venne scattata una seconda fotografia che ho ritrovato. Non eravamo più i bambini eleganti raccolti intorno alla torta: eravamo già ragazzi, con i capelli lunghi come voleva la moda di allora e i calzoni corti delle partite infinite a pallone, ma con la stessa inseparabile complicità negli sguardi. La banda dei quattro era ancora tutta lì.

Durante una di quelle domeniche, allontanandoci dal bungalow per esplorare i dintorni, ci perdemmo tra i campi, finendo dentro un terreno recintato. All'improvviso ci trovammo davanti un animale enorme e scuro. Restammo immobili per un istante. Poi qualcuno gridò: «Un toro!». Fu il panico. Ci voltammo e cominciammo a correre come se avessimo alle calcagna il più feroce degli animali. Solo molti anni dopo, ripensandoci, capimmo che, vista la zona in cui ci trovavamo, con ogni probabilità si trattava semplicemente di un placido bufalo d'allevamento. Ma quel giorno, ai nostri occhi, avevamo appena vissuto il più grande western della nostra infanzia.

Anche i nostri padri e gli zii, a modo loro, erano personaggi straordinari, legati da una complicità che si rifletteva perfino nelle loro bizzarre scelte automobilistiche. I due mariti delle sorelle di mio padre sembravano fare a gara a chi possedeva la vettura più originale. Il papà di Massimo arrivava a Castel Volturno con una Fiat 600 Multipla, dalle forme tondeggianti e con spazio sufficiente per trasportare figli, palloni e mezzo mondo. Il papà di Claudio, invece, sfoggiava una NSU Prinz che già allora, con la sua linea squadrata, ricordava una piccola scatola di sardine.

Vederle parcheggiate una accanto all'altra fuori dal bungalow, mentre noi correvamo dietro a un pallone e gli adulti parlavano di politica, di lavoro e, forse ancora di più, di mangiare, era il ritratto perfetto del nostro universo.

Oggi, quando riguardo quelle due fotografie, mi accorgo che raccontano molto più di quattro bambini o di quattro ragazzi. Raccontano un tempo in cui il futuro sembrava infinito e noi ci sentivamo invincibili. La vita, però, aveva già scritto un finale che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare. Di quella banda dei quattro sono rimasto soltanto io. Mi torna in mente, a volte, il grund conteso dai ragazzi della via Pál di Molnár: un pezzo di terra qualunque che, per chi lo vive da bambino, diventa un mondo intero da difendere. I nostri grund erano i Camaldoli e il bungalow di Castel Volturno, e la stessa fedeltà, la stessa banda compatta contro tutto il resto del mondo. Forse è anche per questo che continuo a raccontare le nostre storie: perché finché qualcuno le leggerà, noi quattro continueremo a correre tra i vigneti dei Camaldoli, a fuggire davanti a un bufalo scambiato per un toro e a ridere di una scorpacciata d'uva fragola. E nessuna strada ci sembrerà troppo difficile da percorrere. Nemmeno a bordo di una Prinz.

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Commenti

Donatella Massari
6 ore fa

Leo mi ha sempre parlato di questi momenti e di queste domeniche. Purtroppo dalle sue parole sentivo chiaramente la sua sofferenza per la mancanza del padre Grazie Bruno per questi ricordo che Leo non mi può più raccontare

Manuela
5 ore fa

io non posso ricordare perché forse non ero nemmeno nata
ma di sicuro non posso dimenticare il buon cuore di Claudio e Massimo
ahimè non ho avuto la fortuna di conoscere Poldino
ma senza dubbio è stato di sicuro una grande Marfè ❤️