I diagnostici del destino

Pubblicato il 13 luglio 2026 alle ore 12:58

di Bruno Marfé 

Se zio Corrado era stato il mio traghettatore verso l'immenso tra le note dei Carmina Burana, suo fratello Aldo – l'altro pilastro della linea giovane dei fratelli di mio padre – possedeva un altro tipo di magia, non meno potente, fatta di fotogrammi, intuito e fumo di sigaretta. Erano fatti della stessa stoffa, Corrado e Aldo: due esploratori del mondo che non si limitavano a vivere le cose, ma te le regalavano.

Il mio primo vero incontro con la “scuola” di zio Aldo risaliva a molti anni prima di Formia, a un periodo speciale in cui lui, più giovane di mio padre, era venuto a vivere a casa nostra per qualche mese. Di quel tempo porto dentro un'immagine nitida, che ha il profumo delle sale cinematografiche di una volta e il sapore delle grandi scoperte.

Un pomeriggio mi prese per mano e mi portò al cinema al Vomero, a via Scarlatti: l'Ideal, proprio dove oggi c'è il grande Store di Zara ma dove allora c'erano solo buio e sogni proiettati. Ricordo che prendemmo posto lassù, dalle balconate, sospesi sopra il resto del pubblico. Da quella posizione privilegiata, sullo schermo apparvero i titoli di testa di un film che avrebbe cambiato per sempre la storia del cinema italiano: Per un pugno di dollari. Lo stupore fu totale: la polvere del West sembrava sollevarsi fin lassù, la musica di Ennio Morricone fischiava potente nell'arena della sala, il fumo della sua sigaretta saliva lento nel fascio del proiettore, e lo sguardo di zio Aldo, di tanto in tanto, si girava verso di me per godersi la mia meraviglia.

Era un vizio di famiglia, il loro. Anni dopo, in una staffetta ideale tra fratelli, zio Corrado avrebbe fatto esattamente la stessa cosa: mi portò all'Ambasciatori a via Crispi, quando ero ormai più grandicello, a vedere Cabaret. Capite che fratelli erano? Due complici che, invece di regalarti i soliti giocattoli, decidevano che era arrivato il momento di farti vedere il mondo attraverso la lente di un capolavoro.

Ma il ricordo più autentico di zio Aldo, quello che oggi custodisco con più gelosia, arriva da molto più avanti nel tempo – e porta ancora, identico, quel filo di fumo che avevo visto salire nel buio dell'Ideal.

Ormai ero laureato in ingegneria e giravo per i cantieri. Capitava a volte che qualche geometra anziano o un capocantiere con la matita baciata dietro l'orecchio, leggendo il mio cognome sui documenti, alzasse lo sguardo e mi chiedesse a bruciapelo: «Ingegne', ma per caso siete parente di Aldo?».

A Napoli, nell'edilizia di qualche decennio fa, zio Aldo era una leggenda. Era lo specialista assoluto dei “citofoni” e delle linee telefoniche, in un'epoca pre-digitale in cui i fili erano giungle inestricabili di rame e i problemi si risolvevano con la testa, non con i computer.

Lo vedevi arrivare in cantiere ed era uno spettacolo. Aveva sempre una giacchetta beige, appena lisa sulle maniche, dalla cui tasca laterale spuntava immancabilmente una copia spiegazzata dell'Unità. Tra le dita ingiallite dal tabacco stringeva l'eterno mozzicone di sigaretta, che sembrava non consumarsi mai. Lo chiamavano quando tutti gli altri avevano gettato la spugna, quando le linee erano mute o i ronzii impazziti.

Lui entrava in mezzo al cemento armato e ai calcinacci con l'aria distaccata di un professore universitario. Non aveva fretta. Osservava lo sviluppo delle reti verticali, guardava i tracciati e poi, con un tempismo teatrale, faceva la sua mossa: si avvicinava ai muri e ci picchiettava sopra con le nocche delle mani, come un medico che ausculta il torace di un paziente. Provava gli apparecchi, ascoltava il fruscio della cornetta e, infine, sentenziava.

Non sbagliava mai. La sua diagnosi era matematica, infallibile, baciata da un intuito che lasciava i capicantiere a bocca aperta. Dove gli altri vedevano solo un muro cieco, lui vedeva il punto esatto in cui il flusso si era interrotto.

Oggi, a distanza di anni, lo ricordo esattamente così. Con quella giacca un po' vissuta, il giornale politico che faceva capolino dalla tasca e quel mozzicone tra le dita. Zio Corrado mi aveva insegnato che la fortuna gira come una ruota e che la musica può portarti in un'altra dimensione; zio Aldo mi ha dimostrato, fin da quel pomeriggio sulle balconate dell'Ideal, che c'è sempre un filo invisibile che unisce le cose e le persone, e che se sai dove guardare – o dove picchiettare con le nocche – puoi trovare la soluzione a qualunque problema.

Due fratelli. Due diagnostici del destino che mi hanno insegnato, ognuno a modo suo, a guardare il mondo dall'alto e oltre la superficie delle cose.

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