“O Fortuna”

Pubblicato il 12 luglio 2026 alle ore 22:31

di Bruno Marfé

O Fortuna

L’aria delle otto del mattino a Formia aveva già quel sapore asciutto e dolciastro, tipico delle giornate in cui il sole picchia duro fin dall’alba. Chiusi il portone di legno alle mie spalle, con la borsa da spiaggia di tela grezza che mi batteva contro il fianco. Il mio obiettivo era chiaro: scendere verso il mare, superare la litoranea e, raggiunti gli amici ma principalmente le ragazze, godere tutt’insieme quel bagno mattutino tra Santojanni e Gianola, quando l’acqua è ancora piatta, fresca e pulita come uno specchio.

Il percorso era un piccolo rito fatto di sguardi e profumi: l’asfalto che cominciava a scaldarsi sotto i sandali, l’odore dei pini marittimi misto alla salsedine e il coro assordante delle cicale che sembrava ricaricarsi a ogni grado in più sul termometro.

Poi, arrivato all’altezza della villa di mio zio Corrado, la colonna sonora della mia estate cambiò improvvisamente.

Dalle finestre aperte della sua veranda non usciva la solita radio commerciale che gracchiava solitamente dai balconi dei villeggianti. Era un’onda d’urto di voci e percussioni, un ritmo ossessivo, quasi primordiale, che sembrava far tremare pure i muri di pietra della casa. Mi fermai di colpo davanti al cancello, letteralmente rapito. Zio Corrado era lì, seduto all’ombra del porticato. Teneva gli occhi chiusi, muovendo leggermente le mani nell’aria con stampato in faccia quel tipico sorriso di chi si sta godendo una cosa immensa.

«Zio Corrado?» accennai, quasi timoroso di spezzare l’incantesimo.

Lui aprì gli occhi, mi vide e fece un cenno largo con la mano, come a dire “guarda qui che sta succedendo”. «Vieni, entra! Senti qua che capolavoro!» esclamò a gran voce per sovrastare il volume dello stereo.

Feci un passo dentro il giardino, stringendo la tracolla della borsa. Fino a quel momento, per me la musica classica era stata sinonimo di pomeriggi polverosi. Ma quella… quella cosa che stava uscendo dalle casse era un terremoto. Un coro immenso che gridava parole in una lingua antica, scandito da colpi di timpano che mi rimbombavano dritti nel petto. Zio Corrado aspettò che la tensione di quel primo, travolgente brano si placasse, lasciando spazio a un motivo più disteso, poi abbassò leggermente il volume e mi guardò sornione.

«Scommetto che ti sembra di conoscerla, vero?» mi chiese, servendomi un bicchiere di limonata fresca.

«In realtà sì… ma non so cosa sia».

Zio Corrado fece una risatina delle sue. «Certo! Questa l’hai sentita probabilmente in qualche film, forse in una pubblicità. Ormai è diventata un po’ la colonna sonora del destino incombente. Quando le cose si mettono male, pum!, parte questa musica. Si chiama O Fortuna, ed è l’inizio e la fine dei Carmina Burana di Carl Orff».

Mi accomodai sulla sedia di vimini, dimenticando all’istante il bagnasciuga di Gianola. Mio zio, che quell’opera aveva avuto la fortuna di ‘suonarla’ più volte, ne parlava con la passione travolgente di chi racconta una storia di famiglia.

«Il bello di quest’opera», continuò zio Corrado, gli occhi che gli brillavano, «è che tutti conoscono questi primi tre minuti, ma il resto se lo perdono. È una composizione gigantesca, ben venticinque movimenti. E dentro c’è di tutto: momenti di una delicatezza che ti tocca il cuore, assoli lirici bellissimi, ma anche passaggi che all’epoca fecero fare un salto sulla sedia a parecchia gente. Carl Orff, nel 1937, andò a scovare delle poesie scritte mille anni fa da ragazzi decisamente particolari: i goliardi e i clericis vagantes. In pratica, gli studenti fuori sede del Medioevo! Intellettuali girovaghi che giravano l’Europa senza una lira in tasca».

Si sporse in avanti, abbassando la voce con ironia. «Ora, tu dici: erano uomini di Chiesa, avranno scritto canti religiosi… E invece no! Scrivevano in latino, in tedesco, mischiavano tutto, ma parlavano di vino, di taverne, di gioco d’azzardo e d’amore. Insomma, applicavano alla lettera la filosofia del “scurdammece ‘o passato” e del godersi la vita, affrontando i guai con una sfacciataggine incredibile. Altro che canti sacri, questi pensavano a divertirsi e a sbeffeggiare i potenti! Pensa che per via di questi testi così passionali e ribelli, l’opera fu persino osteggiata dal regime nazista, che la considerava troppo… ‘esagerata’».

Zio Corrado si alzò per regolare meglio lo stereo, mimando il ritmo della musica con le mani. «E Orff che fa? Ci costruisce sopra una musica ipnotica, con ritmi ossessivi e un’orchestra enorme, dove ci mette pure due pianoforti usati praticamente come tamburi. Una roba mai sentita prima! Ma la vera magia è il messaggio».

Guardai fuori dal patio, verso la strada che portava alla spiaggia. I bagnanti continuavano a scendere verso il mare con i loro gonfiabili colorati sotto il braccio, ignari della lezione di vita che risuonava a pochi metri da loro.

«Vedi, alla fine questi ragazzi medievali avevano capito tutto», concluse lo zio, rimettendo play e guardandomi negli occhi con un sorriso complice. «Cantavano la Ruota della Fortuna, che oggi ti porta in alto e domani ti butta giù. Ti ricorda qualcosa? È la stessa filosofia del nostro “chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… e simmo ‘e napule paisà!”. La vita gira, la fortuna pure, e l’unica cosa che possiamo fare è cantarci sopra, berci un bicchiere di vino e non prenderci troppo sul serio. Senti come cantano forti adesso… O Fortuna!»

Se quella mattina io al mare ci sia arrivato oppure no, la mia memoria non lo conserva. I miei ricordi si fermano lì, su quella veranda di Formia, tra il profumo di gelsomino e la voce di zio Corrado che riduceva la distanza dei secoli con una battuta.

Ancora oggi, ogni volta che quel coro esplode dalle casse — in un film, in una pubblicità, per puro caso alla radio — non è il destino incombente a tornarmi in mente, ma quella veranda, quella limonata, quel sorriso complice. Il sole continuò a salire e la borsa da spiaggia rimase abbandonata ai piedi della sedia. Quella mattina il mare non mi vide, ma io avevo trovato un altro modo, decisamente più immenso, per tuffarmi.

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