L'Amore Segreto tra le Onde: La Radio nel Viaggio

Pubblicato il 10 luglio 2026 alle ore 12:21

di Bruno Marfé 

Il viaggio non è solo spostamento fisico, non è soltanto il solco di una nave che taglia l'Atlantico o la stiva che si riempie di grano nei porti lontani. Il viaggio è, innanzitutto, un battito di lontananza, un filo invisibile che cerca di ricongiungersi con il battito di casa. Per chi ha passato la vita a navigare, questo filo aveva un nome preciso, una frequenza, un fruscio magico che attraversava gli oceani: la radio.

«La radio mi faceva compagnia per tutta il tempo che stavo imbarcato. La radio è stato sempre un mio amore segreto.»

Negli anni '70, quando il mondo era ancora diviso da cortine di ferro e distanze immensurabili, la radio era l'unico cordone ombelicale con l'Italia. Non c'erano le possibilità di oggi; c'era solo la caparbietà di un marinaio che, nel cuore della notte, cercava tra le onde medie quel segnale familiare. Radio Monte Carlo, col suo 701, non era solo una stazione: era una voce amica che parlava di musica e notizie, un appiglio di normalità nel mezzo di un oceano che non ne conosceva.

Il miracolo della frequenza

Ricorda, Paolo, lo stupore puro di fronte alla prima radio a frequenza digitale in Canada. Un oggetto che oggi definiremmo comune, ma che all'epoca era un prodigio, una conquista tecnica che rendeva il mondo più piccolo. Pagata a caro prezzo, quella radio divenne il primo oggetto da inserire in valigia, il compagno inseparabile di ogni imbarco. Era un patto silenzioso: la radio non avrebbe mai abbandonato il marinaio, e il marinaio non avrebbe mai smesso di ascoltare.

Notturno dall'Italia

Ci sono momenti, nella vita di un navigatore, in cui il silenzio del mare diventa assordante. Era lì che interveniva il “Notturno dall'Italia”, la compagna fedele dei turni di guardia tra mezzanotte e l'alba. Quella melodia notturna, che riusciva a viaggiare fino a metà Atlantico, trasformava la solitudine in riflessione. E poi la domenica, la liturgia laica del “tutto il calcio minuto per minuto” sulla 6001, un rito che annullava le miglia nautiche di distanza per restituire, per novanta minuti, l'emozione di una piazza italiana.

Le onde medie, con la loro propagazione ostinata, avevano il potere di sfidare le mappe. Questo racconto, che accompagna una foto del passato con AwanaGana, non è solo un ricordo di mare; è una dichiarazione d'amore per quel legame invisibile che ci tiene uniti a casa, ovunque ci porti il viaggio.

Un volto, un'amicizia

C'è una foto, in mezzo a questi ricordi, che vale più di mille parole: Paolo e AwanaGana, insieme, nel cuore di quella Montecarlo che per anni fu il faro sonoro di tanti marinai italiani. Non era solo un nome dietro un microfono, ma un amico vero. Paolo lo ricorda così: «Con Awa eravamo amici, lui era di origini veneziane, ma ci teneva a dire: 'mamma era di Resina'.»

Un dettaglio minimo, quasi un vezzo, eppure racchiude tutto il senso di questo racconto: anche le voci più lontane, quelle che sembravano appartenere solo all'etere, avevano radici, case, madri. Anche Awa, come i marinai che lo ascoltavano, portava con sé un pezzo d'Italia — la sua Resina — ovunque la radio lo portasse.

E AwanaGana, a Radio Monte Carlo, non era solo una voce: era un personaggio a tutti gli effetti, capace di trasformare il suo stesso nome in un gioco. Racconta ancora Paolo: «Con Luisella Berrino, anni '70, facevano un programma a RMC in cui bisognava indovinare un'azione o un gesto del conduttore, si chiamava Awanaganare.» Un verbo coniato apposta per lui — la prova che certe voci diventano, con gli anni, qualcosa di più di un semplice suono tra le onde medie: diventano linguaggio condiviso, complicità collettiva, memoria che si fa gioco.

Non è una mattizia, questa: è solo un ricordo. Ma è di quei ricordi che, come le onde medie, continuano a viaggiare anche quando tutto il resto è cambiato.

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Commenti

Paolo palomba
2 ore fa

Che bella la RADIO!