Il Tropico a bordo della Mare Antartico. Storie di bananiere, cape sciaque e altri mari

Pubblicato il 9 luglio 2026 alle ore 20:24

di Bruno Marfé 

Correva l'anno 1975. Il Mediterraneo stava per riaprire una delle sue porte più importanti: il Canale di Suez, chiuso dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. A bordo della Mare Antartico, una nave frigorifera bananiera moderna e veloce – “una specie di motoscafo stupendo, tutto bianco” che filava a 22 nodi – c'era un giovane terzo ufficiale napoletano, l’amico Paolo.

“Quando imbarcai io, eravamo sulla linea Napoli-Somalia,” racconta, “quindi era pure buono, perché praticamente tornavamo sempre a casa.”

Suez e la delicatezza dell'oro giallo

Il periplo dell'Africa, rotta obbligata durante la chiusura del canale, era ormai un ricordo, sostituito dall'emozione di transitare per Suez appena riaperta. Un passaggio impressionante, un'esperienza tra il tecnico e lo storico: si vedevano ancora tutti quei mezzi militari bombardati, i segni di una devastazione recente, mentre la Mare Antartico – nave costruita dopo la chiusura del canale – doveva fermarsi a Suez per 24 ore di misurazioni rigorose da parte dei periti, necessarie per definire la particolare “stazza del canale” su cui calcolare le tasse di transito.

Ma la Mare Antartico era, prima di tutto, un tempio della precisione tecnica dedicato a un frutto fragilissimo: la banana. Negli anni '70, il trasporto delle banane era un'operazione chirurgica. Le stive erano divise in compartimenti stagni per isolare eventuali avarie. Ogni giorno, il controllo era maniacale: la temperatura doveva rimanere tra gli 11,6 e gli 11,7 gradi centigradi. Un'operazione che richiedeva, all'epoca, ben quattro tonnellate di gasolio al giorno solo per l'impianto frigorifero.

“Una volta a settimana, col primo ufficiale, scendevamo giù nelle stive e, aprendo una cassa a campione, misuravamo con il termometro la temperatura interna delle banane. Era tutto controllatissimo, bellissimo.”

Era la stessa disciplina, in fondo, che avrebbe presto trovato un'altra forma: quella di un rito goliardico costruito con la stessa cura maniacale riservata alle casse di banane, ma capovolto di segno – dalla misura esatta alla messinscena perfetta.

Il Tropico e le “cape sciaque”

La vita a bordo, però, non era fatta solo di gradi centigradi e tabelle di stazza. C'era spazio per quella goliardia marinara fatta di scherzi architettati ad arte.

In una tratta tra Marsiglia e Abidjan, a bordo c'era una passeggera francese di circa trent'anni. Una ragazza gentile, ingenua, poco avvezza al mare e ai suoi riti – il tipo di passeggera che il comandante, un sorrentino verace, una tipica “capa sciaqua”. Insieme alla squadra di ufficiali (tutti campani, una piccola roccaforte marittima lontano da casa), si decise di metterla alla prova in occasione del transito del Tropico del Cancro.

“Signorina,” le dissero, “domani transitiamo il Tropico. Si vedrà chiaramente perché è segnalato con delle boe rosse galleggianti. Quando le supereremo, fischieremo con la sirena per celebrare.”

La ragazza, incredula, attese il momento. Il giorno successivo, verso le undici, la Mare Antartico si avvicinava al punto X. Un ufficiale si nascose a prua, dietro l’argano dell'ancora, pronto con i fumogeni rossi di soccorso. Al segnale convenuto, lo scatto: il fumogeno acceso sparò una scia rossa brillante verso il mare.

“Ecco il Tropico! Guardate!”

La passeggera, affacciata, rimase folgorata dalla “visione” di quella linea rossa tra i flutti. Non solo non si arrabbiò, ma, compreso lo scherzo, fu talmente divertita dalla messinscena che offrì una bottiglia di champagne a tutti gli ufficiali.

L'eredità del mare

Ripensare a quegli anni, alle navi bianche che sembravano sfrecciare sull'acqua, ai racconti di carichi di caschi di banane intere che arrivavano a Napoli direttamente dai fiumi dell'Africa – dove i comandanti italiani venivano festeggiati dai capi tribù tra pelli di leopardo e divisa bianca immacolata – è immergersi in un mondo che non esiste più.

Era un mestiere duro, certo, ma in cui la fatica era mitigata dal senso di comunità e da una fantasia che oggi, nell'era della tecnologia fredda, sembra essersi smarrita. Si lavorava sodo, si controllavano le temperature al decimale, ma si sapeva anche ridere, rendendo il Tropico un po' più rosso di quanto non fosse in realtà.

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Commenti

Paolo palomba
2 ore fa

Tutto vero,conservato nei miei cassetti della memoria....