di Bruno Marfé
Ci sono storie che, lette una accanto all’altra, raccontano meglio di qualsiasi statistica quanto la qualità di una diagnosi e di un percorso di cura possa incidere sulla vita di una persona.
Se la vicenda di Bruna ci ha mostrato il dramma di una diagnosi inizialmente errata, con tutte le conseguenze che ne sono derivate, quella di Maria Di Razza rappresenta il volto migliore della sanità, quello della prevenzione, della medicina di precisione, del lavoro di squadra e dell’eccellenza clinica. Due esperienze profondamente diverse, maturate a pochi anni di distanza, che ricordano come la medicina sia in continua evoluzione e come una diagnosi tempestiva e un percorso specialistico adeguato possano fare la differenza.
Sono due storie che non si contrappongono, ma si completano: una richiama l’attenzione sui rischi di un errore diagnostico, l’altra dimostra quanto la competenza, la ricerca e l’organizzazione possano trasformare una grave minaccia in una concreta speranza di vita.
Non un presagio, non un sintomo: un codice. Scritto da generazioni, in silenzio, nella cellula più intima della vita — il DNA — un nemico che non bussa, non annuncia, non concede tregua. Aspetta soltanto il momento in cui nessuno guarda.
(Roberto Alicandri)
Il primo atto: riconoscere il nemico
C'era già stato, in famiglia, chi aveva pagato il prezzo di quella stessa mutazione. Un'eredità pesante, trasmessa come un segreto scomodo: BRCA-1. Una sigla fredda, quasi matematica, dietro cui si nasconde un'alta predisposizione al carcinoma ovarico e al seno.
Maria avrebbe potuto ignorarlo. Avrebbe potuto lasciare che il tempo facesse il suo corso, come fanno in molti. Invece ha scelto di guardare in faccia il nemico prima che fosse lui a mostrarsi. Ha fatto il test. E quando il risultato è arrivato — positivo — non ha vacillato.
È qui che entra in scena la prima alleata di questa storia: la dottoressa Matilde Pensabene, che aveva predisposto l'esame e che, davanti al verdetto, non ha concesso spazio all'esitazione. La sua indicazione è stata un imperativo che non ammetteva rinvii: asportare subito le ovaie. Non domani. Ora.
«Un carcinoma silente mi aveva aggredita, ma la sanità pubblica mi ha salvata.»
Il secondo atto: la corsa contro il tempo
Il nemico, però, si muove più in fretta di quanto si creda. Al Pascale, l'intuizione di Stefania Scala — ricercatrice, amica, prima sentinella — attiva un meccanismo che sembra fatto apposta per contrastare avversari come questo: il GOM, il Gruppo Oncologico Multidisciplinare. Oncologi, chirurghi, radioterapisti che smettono di essere specialisti isolati e diventano un unico corpo, un'unica mente puntata su un solo obiettivo.
Ma la priorità che il Pascale deve garantire a chi è già in cura impone una scelta: la battaglia si sposta altrove, a Vico Equense. È lì che, a gennaio, il chirurgo Giuseppe Albano interviene — e la tempistica, quella stessa rapidità che poteva sembrare solo organizzazione, si rivela il gesto che le salva la vita. L'esame istologico rivela ciò che nessuno aveva ancora visto: un carcinoma di alto grado, già annidato, già aggressivo, pronto a colpire. Il nemico era arrivato prima. Ma Maria, con la sua squadra, era arrivata appena in tempo.
Il terzo atto: bonificare il campo
La battaglia non finisce con la prima vittoria. Il ritorno al Pascale, l'11 marzo, porta il nome di un altro alleato: Vito Chiantera, primario di ginecologia oncologica, che guida un secondo intervento — una "bonifica", la chiamano, come si fa con un terreno da liberare da ogni traccia del nemico. Seguono sei cicli di chemioterapia, sotto la guida di Sandro Pignata e Sabrina Cecere: non un'ultima difesa, ma un assedio metodico, portato avanti fino in fondo.
La prevenzione non è un'opzione
La strada di Maria non è ancora finita. Dopo l'estate l'attende una mastectomia bilaterale preventiva — l'ultimo presidio contro un rischio che, con questa mutazione e un tumore ovarico già manifestatosi, sale fino all'80 per cento. Non è resa, è strategia: chiudere ogni varco prima che il nemico possa cercarlo.
Perché la vera enfasi di questa storia non sta nella paura, ma nella consapevolezza. Se quel pranzo a Pozzuoli oggi ha ancora il sapore della vita e non del rimpianto, è perché Maria ha dato ascolto alla scienza prima che ai sintomi — e perché, quando il nemico si è mosso, ha trovato già pronta un'intera rete a fargli fronte: dalla diagnostica molecolare del Pascale alla chirurgia di Vico Equense, fino ai protocolli oncologici, un mosaico che ha retto ogni singola prova.
La prevenzione, anche quella che sembra più microscopica — un prelievo di sangue per un test genetico, uno screening di routine — non è mai tempo perso. È il modo più alto che abbiamo per proteggere i nostri pranzi futuri, le nostre risate con gli amici, e i film che dobbiamo ancora girare.
Aggiungi commento
Commenti