di Gabriella Marfé
Era un martedì di febbraio del 2021, una giornata grigia e fredda. Bruna si stava preparando per andare al lavoro insieme a suo marito Luigi. Si sentiva spossata, con un leggero mal di testa. "Sicuramente è solo stanchezza", pensò tra sé e sé, ma quella sera i sintomi peggiorarono. Il mal di gola si fece insistente, il raffreddore aumentò e, soprattutto, la tosse diventò profonda e cavernosa, quasi le squassava il petto. Preoccupata, decise di fare il test antigenico per il COVID-19, che aveva già comprato in farmacia. Indossò i guanti con attenzione, aprì meticolosamente la confezione, inserì il tampone nel naso e lo ruotò lentamente. Pochi minuti dopo, il verdetto fu chiaro: positivo. Con il cuore in gola, avvisò il medico di base, che le consigliò di isolarsi e iniziare subito una terapia sintomatica. Anche Luigi fece il test, ma per fortuna risultò negativo.
Nei giorni successivi, le condizioni di Bruna peggiorarono. Il respiro si fece affannoso, la febbre non accennava a scendere e il dolore al petto divenne insopportabile. Luigi, sempre accanto a lei, la osservava con crescente preoccupazione. Quando i problemi respiratori divennero insostenibili, fu necessario il ricovero d'urgenza presso il Policlinico dell'Università Federico II. Lontano da casa, separata dai suoi affetti, affrontò settimane interminabili tra ossigenoterapia, cure intensive e momenti di profonda paura.
Nel frattempo, anche Luigi cominciò a sentirsi male. Chiamò un'ambulanza, ma i sanitari, dopo una rapida visita, lo rassicurarono: "Ha solo un po' di febbre, non si preoccupi". Quella notte, però, Luigi si svegliò in preda al panico: non riusciva a respirare. Sapeva che qualcosa non andava, così, senza attendere oltre, si mise in macchina e raggiunse il pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli, dove fu subito ricoverato. Anche lui si ritrovò a lottare contro lo stesso nemico, in un reparto diverso da quello di sua moglie.
Le settimane trascorsero tra alti e bassi, tra speranza e disperazione. Il casco per l'ossigeno, il suono incessante dei macchinari, il silenzio carico di tensione nei corridoi dell'ospedale: tutto sembrava un incubo senza fine. Ma alla fine, Bruna e Luigi riuscirono a superare l'infezione.
Tornati a casa, provarono a riprendere in mano le loro vite, ma per Bruna l'incubo non era ancora finito. Tre mesi dopo, durante un controllo di routine, i medici le consigliarono di sottoporsi a una risonanza magnetica per indagare alcuni sintomi persistenti. Non si aspettava nulla di preoccupante, ma il referto la colpì come un fulmine a ciel sereno: diverse masse erano presenti nel suo addome. Il medico che la visitò fu diretto: "Bruna, dovresti rivolgerti a un oncologo il prima possibile". Quelle parole la paralizzarono. La paura e l'incertezza presero il sopravvento, ma quando arrivò la diagnosi di adenocarcinoma pancreatico, fu un colpo durissimo, un rumore sordo che fece esplodere la sua vita in mille pezzi.
Nonostante tutto, Bruna non si arrese subito. Decise di affrontare la malattia con la forza che la contraddistingueva, sottoponendosi al trattamento che le venne consigliato all'Istituto dei Tumori di Napoli: la chemioterapia. Affidò la sua vita a quei medici, seguendo con determinazione otto cicli di chemioterapia. Ogni seduta fu un calvario, il suo corpo si indeboliva sempre di più, ma la speranza la teneva in piedi. Tuttavia, dopo mesi di cure estenuanti, i medici le diedero la notizia più temuta: "Mi dispiace, Bruna, ma il tumore non risponde alla terapia". Le prospettive di guarigione erano minime. "Volete dire che dovrò morire?" sussurrò Bruna con la voce rotta dall'angoscia. Scoppiò in lacrime, sopraffatta dalla disperazione. Luigi e il fratello cercarono di confortarla, ma anche loro erano sotto shock. Nella sua mente riecheggiava una sola frase: "Dovrò morire, dovrò morire".
Ma in cuor suo, Bruna non era pronta ad accettare quel verdetto. Sentiva che doveva esserci un'altra strada. Così, decise di rivolgersi a un famoso chirurgo del San Raffaele di Milano, che aveva visto in televisione mentre spiegava il suo approccio innovativo per quel tipo di tumore. Senza informare nessuno, prese un appuntamento. Quando arrivò il giorno, salì su un treno e raggiunse la clinica con la speranza di una seconda opinione. Dopo aver esaminato attentamente i suoi esami, il chirurgo la guardò con un'espressione rilassata e le disse: "Bruna, credo ci sia stato un errore. Ma ho bisogno dei vetrini istologici dell'Istituto dei Tumori di Napoli per confermare i miei sospetti". Con il cuore in tumulto, Bruna si attivò per farli spedire nel minor tempo possibile. Dopo quindici giorni arrivò la telefonata della segretaria del professore: "Abbiamo fissato un nuovo appuntamento".
Quando tornò a Milano, il medico le diede la notizia che mai avrebbe sperato di sentire: "Bruna, il tumore è benigno. Non è maligno. C'è stato un grosso errore, ma deve essere rimosso velocemente perché, purtroppo, si è insediato tra vari organi e dobbiamo intervenire". Le sue parole furono una ventata di ossigeno puro. Non era condannata, c'era una speranza.
Tornò a Napoli e raccontò tutto alla sua famiglia. Luigi, incredulo, si domandava: "Come si può sbagliare fino a questo punto?". Ma ora non era il momento della rabbia: bisognava prepararsi all'operazione. Bruna si immerse nei preparativi con un misto di sollievo e timore. Il pensiero di un intervento così delicato la spaventava, ma l'idea di avere un futuro la riempiva di coraggio. Iniziò una serie di controlli pre-operatori, incontrò il team di specialisti che l'avrebbero operata e si affidò completamente alla competenza del chirurgo. Nel frattempo, la sua famiglia la circondava con amore e supporto, consapevoli della battaglia che aveva appena affrontato e di quella che ancora l'attendeva.
Il giorno dell'intervento si avvicinava e con esso l'ansia cresceva. Ma Bruna sapeva che questa era la sua occasione per rinascere. Entrò in ospedale con il cuore carico di emozioni contrastanti, consapevole che, dopo quell'operazione, la sua vita sarebbe cambiata per sempre. L'intervento, programmato nei minimi dettagli, durò quattordici ore – quattordici interminabili ore in cui Luigi attese fuori dalla sala operatoria, aggiornando amici e parenti. Quando il chirurgo uscì con un sorriso rassicurante, il sollievo fu indescrivibile: "Abbiamo fatto un ottimo lavoro. Sua moglie è salva".
I giorni seguenti furono difficili, tra dolore post-operatorio e riabilitazione. Bruna affrontò ogni ostacolo con determinazione, ma dentro di sé sapeva di essere rinata.
Tuttavia, un pensiero oscuro si insinuò nella sua mente: "Se non avessi seguito il mio istinto, cosa sarebbe successo?". La rabbia la travolse. Non poteva accettare che un errore medico così grave avesse quasi distrutto la sua vita. Decise che la sua storia doveva essere raccontata, affinché nessun altro dovesse affrontare lo stesso calvario. Avrebbe portato avanti la sua battaglia contro l'ospedale, non solo per se stessa, ma per tutte le persone che, come lei, avrebbero potuto subire un'ingiustizia simile. Con l'aiuto di un avvocato specializzato in casi di negligenza medica, raccolse tutta la documentazione necessaria: cartelle cliniche, esiti degli esami e, infine, gli esiti positivi dell'operazione. La denuncia includeva una richiesta di risarcimento per i danni fisici e psicologici subiti, oltre a un'indagine approfondita sulle procedure seguite dall'ospedale. Bruna si sentiva ormai investita di una missione: evitare che altri pazienti dovessero affrontare lo stesso calvario. Nessuno avrebbe mai dovuto vivere un'esperienza così dolorosa senza ottenere risposte e giustizia.
Poi decise di prendersi un giorno per se stessa, lontana da tutto ciò che negli ultimi mesi le aveva causato ansia e preoccupazioni. La sua mente era ingombra di emozioni troppo pesanti e gravose, e sentiva il bisogno urgente di ritrovare un po' di pace, di respirare senza il peso delle aspettative.
Prese la macchina senza una meta precisa, come se volesse scappare da tutto, ma senza sapere dove andare. Mentre guidava, le immagini della città si dissolsero gradualmente, sostituite da panorami più tranquilli e da una luce dorata che sembrava darle una promessa di serenità. Fu quasi senza accorgersene che arrivò a Capo Miseno, uno dei suoi posti del cuore, un angolo di mondo che da sempre l'aveva fatta sentire viva.
Parcheggiò la macchina con cura, cercando di non pensare a nulla, e con passo deciso si avviò verso la spiaggia. Ogni passo che la portava più vicino al mare sembrava alleggerirla, come se l'aria salmastra riuscisse ad entrare nei suoi polmoni e a purificare la sua anima. Quando finalmente arrivò sulla sabbia, si fermò un attimo, chiudendo gli occhi per sentire il vento sulla pelle e ascoltare il suono delle onde. Si liberò delle scarpe e delle calze, lasciando che la morbida sabbia la accogliesse, mentre un sorriso spontaneo le si disegnava sul viso.
Senza pensarci troppo, iniziò a correre verso il mare. La sensazione di libertà che provava era indescrivibile: il freddo dell'acqua che bagnava i suoi piedi, le onde che si infrangevano sugli scogli in un ritmo perfetto, come un'armonia che solo il mare sapeva creare. Il suo cuore cominciò a rilassarsi, il respiro diventò più profondo e sentì finalmente quella pace che le era mancata da tanto tempo. Ogni onda che si infrangeva sembrava sussurrarle, come una voce che veniva dal profondo del mare, quasi a dirle: "Finalmente sei qui".
Quel messaggio, che lei aveva ascoltato nel silenzio di quella giornata, la fece fermare un attimo. Si voltò, guardò l'orizzonte e, con un grido che le vibrava nella gola, urlò al mondo intero: "Sono ancora qui! Sono ancora nel mio mare!".
Le parole riecheggiarono nell'aria come una dichiarazione di resilienza. E in quel momento, mentre il suono delle onde le accarezzava le orecchie, si rese conto che la vita le stava offrendo una seconda possibilità. Non era mai troppo tardi per ricominciare, per abbracciare ogni istante con consapevolezza. Non avrebbe più sprecato neanche un secondo. Si voltò ancora una volta verso il mare, con un sorriso pieno di speranza, pronta a lasciare andare il passato e a vivere appieno il presente, con la certezza che la felicità non era mai stata così vicina, lì, sotto il cielo di Capo Miseno.
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