di Bruno Marfé
Come un ‘baretto’ di Bari — e una sala d’attesa a Baronissi — potrebbero rivoluzionare la geografia mondiale.
Eravamo seduti nella sala d’attesa dello studio di Rosana, a Baronissi. Riviste mai lette, il ronzio lontano del trapano, e Valerio che all’improvviso alza gli occhi dal telefono e dice: “Ma ti rendi conto che Bari, in inglese, la pronunciano esattamente come la dicono i baresi in dialetto stretto?”
Silenzio. Poi una risata. Poi — come spesso capita in queste conversazioni sospese tra un appuntamento e l’altro — la domanda è rimasta lì, testarda, a girare nella testa.
Perché è vero: l’anglofono che dice “I’m going to Beri” è foneticamente più fedele alla pronuncia barese autentica — Bère, per gli intenditori — di quanto non lo sarà mai un milanese. E intanto noi ci ostiniamo a chiamare la loro capitale Londra, con quella d morbida che non esiste da nessuna parte sull’Isola. Un piccolo cortocircuito. O forse, se ci si pensa bene, un sintomo.
La dittatura della notorietà: se sei famoso, ti traduco
La linguistica ha un nome preciso per questa pratica: esonimi. Sono i nomi che una lingua attribuisce a luoghi stranieri, in alternativa agli endonimi — i nomi originali usati dalle popolazioni locali. Storicamente, più una città era crocevia di commerci, diplomazia e cartografie medievali, più le altre lingue ne adottavano una versione addomesticata.
Così London diventa Londra. München — la cui u con l’umlaut già di per sé ci sfida — diventa Monaco, con l’ulteriore beffa di essere identica alla città francese. Sevilla diventa Siviglia, aggiungendo una grazia iberica che Siviglia stessa non ha mai rivendicato.
Ma se sei una città splendida che storicamente ha evitato le rotte dei cartografi nordeuropei, mantieni la tua identità intatta. Nessuno si sognerebbe di tradurre Taranto, Cuneo o Barletta. E Baronissi, beninteso, resta Baronissi in tutto il mondo osservato — da Bruxelles a Brasília. Dignità silenziosa della periferia geografica.
Si crea così un’asimmetria curiosa: i luoghi “importanti” vengono storpiati in segno di rispetto; quelli “minori” vengono lasciati intonsi per indifferenza. Cittadini del mondo di serie A, tradotti e deformati; cittadini di serie B, intatti e fieramente sé stessi.
Il paradosso dell’era GPS
La cosa divertente è che alcune di queste traduzioni sono sopravvissute non solo ai secoli, ma persino al GPS. Nell’era in cui impostiamo il navigatore su “Aix-en-Provence” senza battere ciglio, continuiamo a chiamare Aachen con il nome latino di Aquisgrana, come se stessimo compilando un documento dell’Impero carolingio.
E poi ci sono i casi comici che la storia ci ha consegnato con imbarazzante generosità. Livorno, in inglese, è diventata Leghorn — il pollo. Genova è Genoa, che agli americani evoca una celebre salsa. Torino è Turin, che suona vagamente come una marca di tè freddo. La Spezia viene a volte indicata come “Spezia” con l’articolo amputato, come se la città avesse perso qualcosa per strada durante la traversata della Manica.
Siamo disposti ad accettare tutto questo come eredità culturale. Meno disposti, però, a interrogarci se quella eredità valga ancora la pena di essere portata in dote.
Il Manifesto del Fonetismo Chilometro Zero
Partendo dunque dal miracolo fonetico pugliese-britannico — e dalla sala d’attesa di Baronissi come luogo improbabile di rivelazione geografica — permettetemi di avanzare una proposta lessicale a bassa pretenziosità e alta serietà: l’abolizione progressiva degli esonimi. Chiamiamolo pure il Manifesto di Bari.
L’idea di fondo è semplice: se i biglietti aerei, i cartelli autostradali e i canali d’informazione usassero sistematicamente i nomi nativi, otterremmo due risultati. Il primo, pratico: meno confusione, niente più parigini che ci parlano di Florence e ci fanno perdere tre secondi di orientamento geografico. Il secondo, culturale: un atto di rispetto verso le comunità che quei nomi li abitano ogni giorno.
Immaginiamo un mondo in cui si vola a London e non a Londra; si visita Paris con quella erre che rotola, senza la comodità italiana del finale aperto; si va a Köln lasciando “Colonia” solo al reparto profumeria. Un mondo in cui Naples suoni come Naples — non come una marca di snack, ma come la città del Vesuvio, del mandolino e di un certo modo di attraversare i semafori.
Qualcuno obietterà: ma la lingua è convenzione, non ha senso cambiare quello che funziona. Vero. Però la lingua è anche un organismo vivo che si adatta con sorprendente velocità quando vuole. Oggi diciamo sushi, smart working, Uber, podcast — nessuna di queste parole ha richiesto anni di comitati accademici. Le abbiamo adottate perché erano utili e perché non esisteva un equivalente più convincente.
Allora perché accanirsi sulle città? Forse perché i luoghi, a differenza degli oggetti, li sentiamo già nostri. Tradurli è un modo di appropriarsene. Lasciarli intonsi è riconoscere che appartengono, prima di tutto, a chi li abita.
Un futuro più ‘Beri’ per tutti
La prossima volta che sentite un inglese dire “I love Beri”, non correggetelo. Sorridete: è, senza saperlo, il parlante più fedele al dialetto barese che abbiate mai incontrato. E ha percorso tremila chilometri per arrivarci.
Quanto a Valerio, quel giorno uscì dallo studio con un sorriso soddisfatto. Non so se per la visita andata bene o per la soddisfazione di aver aperto una questione che i linguisti discutono da decenni — seduto su una sedia di plastica, in una sala d’attesa a Baronissi. Che, lo ricordiamo, nel vocabolario del mondo rimane Baronissi. Intatta. E, a modo suo, perfetta.
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