Le mattizie di Paolo. Capodanno col botto: la polveriera nel vascio e la “guerra” dei bengala.

Pubblicato il 21 giugno 2026 alle ore 21:05

di Bruno Marfé 

Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta. Paolo è un ragazzino di dodici o tredici anni e il Capodanno, a casa sua, è una faccenda maledettamente seria. Suo padre, “il Comandante”, ha appena comprato una nuova nave: gli affari non potevano andare meglio e quell’anno c’è un motivo in più per festeggiare. E a Napoli, a San Silvestro, festeggiare in grande stile significa una cosa sola: i botti.

Ogni anno in famiglia si sparava, ma quel ‘68, o giù di lì, doveva essere memorabile. Per l’occasione, il Comandante si rivolge al suo fuochista di fiducia, un personaggio storico del rione dietro le Pezzentelle: ’a Criola.

‘A Criola è sposato con ‘a Patana, una figura impossibile da dimenticare. Una donnona che aveva la stessa misura in altezza e in larghezza, che d’estate si guadagna da vivere grattando blocchi di ghiaccio fuori dal suo vascio per preparare i cazzabocchi, le grattachecche che i ragazzini del quartiere divorano a dieci lire. Mentuccia, amarena, orzata o l’ambitissimo “tricolore”, che con quindici lire regalava un lusso in più.

D’inverno, però, il business della famiglia Criola si faceva decisamente più esplosivo. Il Comandante commissiona quello che oggi sembrerebbe materiale da guerriglia urbana: mille tricche tracche, scontati a diciotto lire l’uno “perché siete voi”, duecento fischiabotti e cinquanta pannerelle.

La mattina del 31 dicembre, Paolo e i fratelli maggiori, Enzo e Antonio, vengono spediti a ritirare l’arsenale. Come sempre, il punto di riferimento è la bancarella allestita all’angolo del celebre Bar Carbone, che faceva angolo tra due delle principali strade di Torre del Greco. Era un luogo conosciuto da tutti. «Ci vediamo ’ncoppa ’o Carbone», si diceva abitualmente per darsi appuntamento davanti a un caffè o per incontrare gli amici.

Quella mattina, però, sulla bancarella erano esposti soltanto raudi e candeline, i fuochi meno pericolosi. Al posto di ’a Criola trovano il figlio, che li rassicura subito:

«Papà nun sta propio bbuono, sta a letto. Andate a casa, non vi preoccupate».

Così i tre ragazzi si incamminano verso il rione dietro le Pezzentelle e varcano la soglia del vascio della famiglia Criola. Davanti ai loro occhi si materializza una scena che sembra scritta e diretta da Eduardo De Filippo.

Paolo la ricorda proprio come l’incipit di Natale in casa Cupiello. In mezzo allo stanzone campeggia il letto matrimoniale e, al centro del letto, steso con due cuscini dietro la nuca e l’immancabile scialle sulle spalle, riposa ’a Criola.

Ma il dettaglio più incredibile è un altro.

Nel vascio non si vedevano più i muri. Solo scatoloni, dal pavimento al soffitto.

Una vera polveriera.

 

E al centro di quella montagna di polvere da sparo, ’a Criola se ne stava a letto con una sigaretta accesa tra le labbra e un braciere ardente ai piedi del materasso. Se una scintilla fosse saltata fuori, probabilmente mezzo rione delle Pezzentelle sarebbe finito in orbita.

Ignara del pericolo imminente, la monumentale Patana faceva gli onori di casa. Recuperava i pacchi di tricche tracche da ‘ncoppa ‘o stipone e li consegnava ai ragazzi. Ma Vincenzo, il fratello di Paolo, da sempre una vera capa scaraffata — una testa matta, nella lingua del quartiere —, non si accontenta.

«Criò, ma a noi quelle bombe vere non ce le potete dare?»

«No, guagliò, voi vi fate male!» risponde premurosamente ‘a Criola, preoccupatissimo per l’incolumità dei ragazzi mentre fuma beato in mezzo a quella montagna di polvere da sparo.

Alla fine, però, cede. Da dint’ nu tiraturo sotto ‘e fazzuletti estrae dei botti che, sotto l’apparenza di innocui tricche tracche, nascondono un cilindro grosso come un barattolo di pomodori pelati. Più che fuochi d’artificio, sembrano bombe a mano.

Il bottino è assicurato e la notte di Capodanno può cominciare.

Dalle undici di sera alle due del mattino, i ragazzi del Comandante non si fermano un attimo. Appostati sopra la fermata della Vesuviana, lanciano botti e bengala sui binari deserti, illuminando a giorno il quartiere. Bum, bum, bum. Fiaccolate, colori e un frastuono che, nella memoria di quei ragazzi, aveva il sapore della festa.

Ma la vera apoteosi arriva con la “guerra” contro i vicini, i Mazza.

Il cognato di Paolo, altra capa scaraffata di proporzioni leggendarie, ingaggia una sfida con i vicini a chi produce il botto più rumoroso. Quando la competizione si fa seria, decide di passare alle maniere forti. Imbraccia una carabina ad aria compressa, prende la mira e con un colpo secco manda in frantumi il lampione che illumina la villa dei Mazza.

Nel buio più totale, con un tempismo degno della migliore sceneggiata, urla verso i vicini:

«Vi abbiamo tolto la luce… tra poco vi toglieremo la vita!»

Una minaccia teatrale che provoca più risate che paura, subito accompagnata da un’altra pioggia di tricche tracche a suggellare la disfida.

Sono ricordi indelebili di un tempo ingenuo e spericolato. Notti insonni, calcinacci che saltavano, l’aria impregnata di zolfo e, sopra ogni altra immagine, quella immortale di ’a Criola nel suo letto: avvolto nello scialle, con la sigaretta in bocca e il braciere ai piedi, circondato da mura di polvere da sparo.

Una fotografia perfetta di una Napoli verace, teatrale e inconsapevole, che appartiene ormai a un’altra epoca.

 

Un pensiero speciale alla signora Irma, con l’augurio che questa mattana del buon Paolo sia riuscita davvero a strapparle un sorriso.

 

 

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