“L’anima del gigante” di Alberico Bergamasco. A cura di Bruno Marfé.

Pubblicato il 21 giugno 2026 alle ore 12:27

a cura di Bruno Marfé 

L'Anima del Gigante

Cronache della Costa e dell'Interno

Diario di un viaggio oltre l'orizzonte

Alberico Bergamasco

A cura di Bruno Marfé

 


Nota del curatore

Chi ha accompagnato Alberico Bergamasco lungo le acque del primo viaggio sa già che cosa aspettarsi: uno sguardo che non si accontenta della superficie delle cose, un'ospitalità narrativa che trasforma il lettore in compagno di strada. Ma questo secondo volume porta con sé qualcosa di diverso, e vale la pena dirlo subito.

Se Il respiro del grande fiume seguiva la logica lenta e fluviale dell'Amazzonia — il ritmo dell'acqua che avanza senza fretta verso il mare — L'Anima del Gigante segue invece la linea tormentata della costa e le vene nascoste dell'interno. È un Brasile più contraddittorio, più urbano, più ferito. Quello delle favelas e dei palazzi pendenti, delle balene cantanti e dei bambini degli aquiloni, dei mercati di Belo Horizonte e dell'alba silenziosa sul Pantanal.

Il filo conduttore che Alberico ha scelto per introdurre questo racconto — la metafora del bonsai, quella nazione potenzialmente gigantesca a cui qualcuno continua a potare le radici — è anche, a mio avviso, la chiave più onesta per leggere tutto ciò che segue. Non una guida. Non una cartolina. Ma il tentativo ostinato di capire perché un Paese così straordinario sembri sempre sul punto di essere se stesso senza riuscirci del tutto.

A questa introduzione si aggiunge, come dono inatteso, la recensione del primo volume firmata da Vittorio Russo. Scrittore e viaggiatore lui stesso — il cui sguardo sull'India ha lasciato il segno in chi ama la letteratura di viaggio — Russo ha saputo leggere Bergamasco con la rara competenza di chi conosce dall'interno la fatica e la gioia di raccontare mondi lontani. Le sue parole chiudono idealmente il primo libro e aprono questo secondo con un'autorevolezza che nessuna nota di curatore potrebbe eguagliare.

Come curatore ho cercato di restare invisibile, limitandomi a dare ordine a un materiale ricco e a volte indomabile, fedele alla voce dell'autore come lo è stato il primo volume. Il resto è suo — e del Brasile.

Bruno Marfé

 


Il respiro del grande fiume

Recensione di Vittorio Russo

Quando si parla del Rio delle Amazzoni, la mente fatica a concepirne le dimensioni. Alla sua immensa foce, larga centinaia di chilometri, emerge l'isola di Marajó, così vasta da superare di oltre una volta e mezzo la Sicilia. È una geografia che sfugge alle misure abituali e costringe l'uomo a confrontarsi con la propria piccolezza. È proprio da questo senso di stupore che prende avvio il bel racconto di Alberico Bergamasco, Il respiro del grande fiume.

Fin dalle prime pagine chi legge avverte la carezza di una scrittura ricca, calda, generosa, che rivela immediatamente le origini partenopee dell'autore. Vi è in certe pagine il gusto proprio napoletano per l'affabulazione che smargina nel mito, quella capacità di trasformare ogni incontro in una storia e ogni dettaglio in un'emozione. Bergamasco sa ammaliare il lettore, sa coinvolgerlo con le note armoniose di un flauto magico più di un pifferaio di Hamelin che di un Mozart ricchissimo. Bergamasco accoglie il lettore come accoglie gli amici intorno a una tavola. Del resto, si rende subito noto anche come raffinato interprete delle ritualità conviviali, capace di fare della cucina e dell'ospitalità una forma d'arte.

Ma il pregio del libro va ben oltre. L'Autore osserva il mondo amazzonico con lo stupore incantato di un adolescente e con l'attenzione meticolosa del cronista dalle esperienze mature. E, di fatto, nulla sfugge all'attenzione di uno sguardo che sa cogliere immagini, movimenti, forme, i colori dell'acqua, il lavoro silenzioso degli scaricatori lungo le banchine, i gesti quotidiani delle popolazioni rivierasche, le contraddizioni di una terra sospesa tra natura primordiale e modernità. Vedi con i suoi occhi e senti rumori, avverti odori e vibri di sensazioni sinestetiche che ti restano dentro.

Efficaci e definitive sono le pagine dedicate a Manaus. In poche righe Bergamasco ne evoca il fasto dell'età del caucciù, quando immense fortune sembravano sgorgare dalla foresta stessa. Di quel mondo rimane soprattutto il magnifico Teatro Amazonas, un sorprendente frammento d'Europa trapiantato nel cuore della foresta. Un monumento che racconta, meglio di molti saggi, la grandezza e la fragilità delle ambizioni umane.

Ma indimenticabili sono pure le immagini dei bambini che «giocano con la pioggia tropicale». Mentre i nostri consumano giocattoli nella fretta della noia, quelli dell'Amazzonia trasformano la pioggia in una festa. Da qui nasce una delle riflessioni più belle del libro: la felicità non è questione di risorse, ma di attenzione. Non dipende da ciò che possediamo, ma dalla capacità di meravigliarci.

Molte osservazioni dell'autore meritano di essere meditate. Le economie invisibili che regolano il mondo si manifestano nel lavoro muto degli uomini del fiume; la cultura di un popolo emerge senza filtri nei gesti, nei corpi, nelle relazioni quotidiane. Il Rio diventa così una metafora dell'esistenza: immenso, imprevedibile, generoso, indifferente e perfino estraneo. Tutto nello stesso tempo.

Qualche rara svista linguistica o terminologica — l'uso improprio di termini nautici: «corde» invece di «cime» o altre minime imprecisioni di forma — non intacca il valore complessivo dell'opera. Sono dettagli che il lettore perdona volentieri, perché viene conquistato dalla sincerità dello sguardo e dalla ricchezza umana del racconto.

«I grandi fiumi non attraversano la terra: attraversano il tempo.» È il pensiero che accompagna la lettura di questo libro. E quando si giunge all'ultima pagina, si comprende che il vero viaggio non è stato lungo il Rio delle Amazzoni, ma dentro quella capacità di osservare il mondo con occhi ancora capaci di stupirsi. Ed è forse questa la qualità più rara del racconto di Alberico Bergamasco che ho particolarmente apprezzato: ricordarci che la vera ricchezza non consiste nell'aver visto molto, ma nell'aver saputo vedere davvero.

Vittorio Russo — 18 giugno 2026

 

 


INTRODUZIONE

La teoria del Bonsai

Ci sono patrie che si scelgono con la mente e altre che si riconoscono con il sangue. Quando l'aereo ha lasciato alle spalle l'estuario del grande fiume, portando con sé l'eco della foresta, sapevo che il mio viaggio in Brasile non era finito: era solo mutato di forma. Se nel mio primo diario ho assecondato il respiro lento e fluviale dell'Amazzonia, in queste nuove pagine ho voluto seguire la linea tormentata della costa, là dove la terraferma si scontra con l'Atlantico, per poi addentrarmi nelle vene nascoste dell'interno.

Una volta, a Manaus, sentii citare una frase di Vivian Senna, una scrittrice e psicologa molto nota nel Paese. Definiva il Brasile un «bonsai». Un'immagine che mi è rimasta conficcata nei pensieri per tutto il viaggio: una nazione potenzialmente gigantesca, fiera, smisurata, a cui però qualcuno — o una strana fatalità storica — continua a potare le radici, impedendole di crescere come dovrebbe. Ho visto questo paradosso ovunque: nelle baraccopoli che sfiorano palazzi da mille e una notte, nei musei d'arte desolatamente vuoti nel cuore di megalopoli da trenta milioni di anime, e nell'ingenuità gioiosa di un popolo che vive ancora cantando, nonostante tutto.

Da napoletano, conosco bene il peso della bellezza quando si mescola alla ferita del quotidiano. Per questo non ho viaggiato da turista — colui che esige l'orologio puntuale e la distanza di sicurezza della prenotazione — ma da viaggiatore. Ho accettato la polvere, il fango, l'imprevisto delle maree e lo shock di culture che capovolgono la nostra idea del sacro e del profano, anche a tavola. Questo libro è il resoconto di quella discesa. I miei amici, per prendermi in giro, ormai mi chiamano O Brasiliano. Forse hanno ragione. Forse una parte di me non è mai tornata a Napoli.

CAPITOLO PRIMO

Le rotte del Maranhão e la magia dei Lençóis

Il mio viaggio lungo la costa è iniziato a São Luís, una città che sembra sospesa in un tempo tutto suo, sorta attorno a una fortificazione francese del 1612 e poi trasformata dai portoghesi in un labirinto di pietra e nostalgia. São Luís ti accoglie con il riflesso dei suoi oltre tremila edifici storici rivestiti di azulejos, le piastrelle di maiolica portoghese che decorano le facciate come merletti sbiaditi dal sale e dalla pioggia. Qui l'oceano non è un semplice sfondo: è un padrone assoluto. Le maree sono mostruose, salgono e scendono fino a sei metri, cambiando la geografia dei moli nel giro di poche ore, lasciando le barche in secca sul fango per poi sollevarle di colpo verso il cielo.

Ma la vera chiamata del Maranhão si trova più a est, dopo aver raggiunto la cittadina di Barreirinhas. È da lì che ci si addentra in uno dei paesaggi più irreali del pianeta: i Lençóis Maranhenses. Immaginate un deserto di dune bianchissime, una distesa di sabbia immacolata che occupa settanta chilometri di costa e si inoltra nell'interno per cinquanta. Il vento modella continuamente queste montagne di silicio, che possono raggiungere i quaranta metri d'altezza.

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|          PARCO NAZIONALE DEI LENÇÓIS MARANHENSES                |

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| Istituzione: 1981                                               |

| Estensione: 155.000 ettari                                      |

| Caratteristiche: Dune di sabbia bianca (fino a 40m)             |

| Lagune temporanee: Acqua piovana cristallina (Blu e Verde)      |

| Vie d'accesso: 4x4, muli o escursioni a piedi                   |

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Durante la stagione delle piogge, l'acqua piovana si accumula negli avvallamenti tra una duna e l'altra, creando migliaia di laghetti cristallini di un colore turchese e verde che contrasta violentemente con il bianco accecante della sabbia. Non ci sono strade. Per esplorare questo ecosistema protetto, creato nel 1981, bisogna affidarsi a una guida locale, sfidando temperature sahariane a piedi, a bordo di veicoli 4x4 o sul dorso dei muli tradizionali.

Ricordo ancora l'esaurimento fisico della camminata sulla sabbia mobile, svanito di colpo non appena mi sono tuffato nella Lagoa Azul, la laguna più famosa del parco. L'acqua era fresca, dolcissima, purificata dal filtro naturale della sabbia. Ai margini del deserto, dove la sabbia lascia spazio alle oasi di Queimada dos Britos e Baixa Grande, le mangrovie crescono fitte nell'acqua salmastra, a testimoniare che in Brasile la vita trova sempre un modo per fiorire, persino dove la terra sembra volersi muovere come il mare.

CAPITOLO SECONDO

La Porta del Sole e la costa del Pernambuco

Lasciato il Maranhão, il viaggio verso sud mi ha portato a João Pessoa, la capitale della Paraíba, affettuosamente chiamata «la porta del sole» perché è il punto più orientale dell'intero continente, il luogo dove la luce dell'alba tocca il Brasile prima che altrove. È una città antica, orgogliosa dei suoi quattro secoli di storia, dove i caseggiati barocchi del centro convivono con una modernità sofisticata fatta di centri congressi e viali alberati. Qui ho scoperto una delle tante delicatezze civili del Brasile: chi ha compiuto sessant'anni viaggia gratis sui pullman di linea e non paga l'ingresso nei musei. Una misura che mi ha permesso di gironzolare per il centro storico con la curiosità leggera di un ragazzino.

Tramite l'ostello in cui alloggiavo, ho deciso di fare un'escursione a Praia de Coqueirinho, attirato dalla voce che vi fosse l'unica spiaggia per naturisti della zona. Arrivato sul posto, tra palme selvagge che crescono persino sulle pareti rocciose, mi sono scontrato con un'altra bizzarra regola locale: l'accesso alla zona nudisti era severamente vietato agli uomini soli; potevano entrare solo coppie, donne o comitive gay. Non mi sono perso d'animo. Ho trascorso la giornata nella spiaggia comune, scoprendo una meraviglia tutta brasiliana: amache di corda appese a pali di legno direttamente in mezzo all'acqua dell'oceano, dove ci si può cullare lasciando che le onde tiepide ti sfiorino la schiena.

La sera, nella cucina comune dell'ostello, la nostalgia ha bussato alla porta. Avevo bisogno di pasta. Ho preparato una carbonara improvvisata e ho invitato a cena una ragazza portoghese di Lisbona. Davanti a quel piatto — la prima delle mie battaglie gastronomiche in terra straniera, come avrei capito solo molto più tardi — mi ha dipinto un quadro lucido della sua città, parlando dei tantissimi pensionati italiani che vi si trasferiscono per il clima, della malinconia del Fado di Amália Rodrigues e del paradosso dei lavoratori brasiliani che, fuggendo dalla povertà, si ritrovano spesso sottopagati in Portogallo, quasi in una forma moderna di schiavitù economica.

Scendendo ancora, sono entrato nello Stato del Pernambuco. Prima a Recife, la capitale, una metropoli verticale di grattacieli e porti turistici dove le navi da crociera fanno scalo prima di attraversare l'oceano. A Recife, però, il lungomare è una trappola: cartelli di pericolo ovunque vietano tassativamente di fare il bagno. Gli squali, attirati dagli scarichi inquinanti di una grande fabbrica costiera, pattugliano la riva in cerca di cibo, togliendo alla popolazione il piacere elementare del mare.

Deluso da quella prigione di cemento, sono fuggito sessanta chilometri più a sud, a Porto de Galinhas. Un luogo dal nome amaro: la storia racconta che, dopo l'abolizione della schiavitù, i trafficanti continuassero a sbarcare clandestinamente i neri in questo porto, usandolo come copertura e annunciando l'arrivo del carico con il nome in codice di «galline». Oggi la cittadina ha esorcizzato quel passato trasformandosi in un paradiso turistico dove tutto, dai telefoni pubblici ai cestini dei rifiuti, è scolpito a forma di gallina. Ma la vera bellezza risiede a poche decine di metri dalla riva: quando la marea si abbassa, una barriera corallina affiora dall'acqua, creando pozze limpidissime e tiepide dove i pesci colorati nuotano tra le gambe dei bagnanti. Ci si arriva a bordo delle jangadas, le tradizionali barche a vela dei pescatori, lasciandosi scivolare su un mare che sembra non conoscere la fretta.

CAPITOLO TERZO

Il sangue d'Africa, le favelas e l'incanto di Bahia

Il viaggio è proseguito verso Maceió, un luogo benedetto da un turismo di massa che non è ancora riuscito a strapparle l'anima. Lì il lungomare è una passerella di contrasti: da una parte palazzi lussuosi dove ogni piano ospita un singolo appartamento con piscina privata sul balcone; dall'altra la spiaggia, larghissima e dura, che la sera si illumina per ospitare interminabili sfide calcistiche. Proprio su quella sabbia ci siamo uniti a un gruppo di locali per un'improvvisata partita Italia-Brasile. Avevamo quattro donne in squadra, eravamo svantaggiati e abbiamo perso sedici a cinque, ma la posta in palio era la birra, e pagarla è stato un piacere che è durato fino a notte fonda.

Con una guida locale ci siamo spinti fino a un villaggio di pescatori della periferia, dove le famiglie vivono in capanne fatte di foglie di palma, in condizioni di estrema povertà. Noi viaggiatori lo sappiamo: quando si parte per certe rotte, bisogna riempire la valigia di quegli indumenti che teniamo nell'armadio solo per ricordo, incapaci di buttarli. Regalarli a chi ne ha davvero bisogno, vedere la dignità e la gioia nei loro occhi, è una sensazione che ti porti dietro per sempre, un piccolo riscatto contro l'egoismo delle nostre vite civili.

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|              I QUATTRO PILASTRI DEL BRASILE                     |

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| Se per capire l'Italia un forestiero deve vedere Venezia,       |

| Firenze, Roma e Napoli, per comprendere l'anima profonda del   |

| Brasile il viaggiatore deve toccare quattro tappe fondamentali: |

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| 1. MANAUS         (Il polmone fluviale e il sogno del caucciù)  |

| 2. SALVADOR BAHIA (Il sangue d'Africa e il ritmo)               |

| 3. RIO DE JANEIRO (La sintesi perfetta di natura e mito)        |

| 4. FOZ DO IGUAÇU  (La potenza sacra dell'acqua)                 |

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E così sono arrivato a Salvador de Bahia, la capitale culturale del Nord-Est, la città dove il sangue africano scorre più denso che altrove. Appena sceso alla stazione dei pullman, ti rendi conto di essere entrato in un formicaio di razze e colori diverso da tutto il resto. Ho cercato un ostello nel cuore del Pelourinho, il quartiere storico che un tempo ospitava l'asta degli schiavi e che oggi è un'isola pedonale magnificamente ristrutturata, sorvegliata dalla polizia per proteggere i turisti.

A Salvador la vita è scandita dal suono del Berimbau, uno strumento primordiale fatto di un arco di legno, un filo di ferro e una zucca vuota che funge da cassa di risonanza, percosso con un bastoncino e una pietra. La leggenda bahiana racconta che lo strumento sia la metamorfosi di una fanciulla uccisa sulla nuca mentre beveva a un ruscello: il suo corpo divenne il legno, le braccia la corda e lo spirito quella musica malinconica che sembra il lamento degli schiavi che rimpiangono la terra natia. Questo suono antico accompagna i cerchi della Capoeira, la danza-lotta creata dagli schiavi africani nei miseri dormitori delle piantagioni di canna da zucchero per allenarsi a combattere dissimulando i movimenti davanti ai carcerieri. Proibita per legge dopo la liberazione del 1888 perché associata alla delinquenza stradale, fu riscattata negli anni Trenta da Mestre Bimba e dal presidente Vargas, diventando nel 1974 sport nazionale brasiliano.

Bahia è anche devozione profonda. Al santuario del Nosso Senhor do Bonfim, i fedeli e i turisti legano alle inferriate della chiesa la fita, un nastrino colorato lungo quarantasette centimetri, esattamente come il braccio destro della statua di Cristo. La tradizione vuole che qualcuno ti leghi il nastro al polso stringendo tre nodi: ad ogni nodo corrisponde un desiderio, e quando il nastro si spezzerà da solo col tempo, i desideri si avvereranno. Ma accanto al cattolicesimo vive il Candomblé, la religione afro-brasiliana che adora gli Orixás, le divinità degli elementi naturali. Ho assistito a una cerimonia in un terreiro: uomini da un lato, donne dall'altro, tamburi dal ritmo costante e ossessivo che portano le sacerdotesse in uno stato di trance profonda, un momento di spiritualità ancestrale che ti vibra nello stomaco.

Grazie all'amicizia con alcune ragazze del posto che vendevano souvenir sulla spiaggia, sono riuscito a realizzare un obiettivo che un comune turista non potrebbe mai raggiungere: entrare in una favela. Superata la diffidenza iniziale degli sguardi, siamo stati accolti con una dignità e una generosità commoventi. Case abusive fatte a metà di mattoni e a metà di lamiere di recupero, spesso prive di acqua corrente, eppure in ognuna troneggiava un grande televisore acceso. Per ricambiare quell'ospitalità da principi, abbiamo fatto una colletta e abbiamo chiesto alla madre della nostra amica di prepararci una feijoada per la sera, trasformando la baracca nel palcoscenico di una festa indimenticabile, a base di musica dal vivo e birra ghiacciata.

CAPITOLO QUARTO

I legni della foresta e il canto delle balene

Lasciata la folla di Salvador, il viaggio è sceso verso Porto Seguro, il luogo esatto dove nell'aprile del 1500 le caravelle portoghesi di Pedro Álvares Cabral toccarono terra, dando inizio alla colonizzazione del Brasile. È una città che difende il proprio passato con le unghie: una legge rigorosa vieta la costruzione di palazzi più alti di tre piani, e l'intero distretto è protetto come Patrimonio Storico Nazionale. Qui la sera la vita si concentra sulla Passarela do Álcool, un viale pedonale affollato di chioschi che offrono cocktail alla frutta a prezzi stracciati, ristoranti e botteghe di artigianato locale.

Prendendo una balsa, la grande chiatta che traghetta auto e persone oltre il fiume, si raggiunge Arraial d'Ajuda, il luogo dove negli anni Ottanta nacque la Lambada, il ballo sensuale che avrebbe conquistato il mondo. Ad Arraial sono stato ospite di Ivo, un amico italiano di Torino che ha costruito una splendida posada immersa nella foresta, composta da dodici bungalow dove scimmiette e tucani girano liberi tra gli alberi. Su ogni terrazza, Ivo ha appeso un «messaggero d'amore», uno strumento che con la brezza produce suoni metallici dolcissimi e irreali, dando ai viaggiatori il benvenuto in quell'angolo di paradiso.

La sua ospitalità ha scatenato in me qualcosa di più potente di una semplice gratitudine: un flusso di memorie. Guardando la posada, ho rivissuto un viaggio che con Ivo avevamo fatto insieme decenni prima. Era il 1990.

Flashback — 1990

Con la sua jeep avevamo affrontato una pista sterrata attraverso chilometri di giungla e pascoli sterminati di proprietà dei fazendeiros, i grandi latifondisti le cui terre hanno l'estensione di intere regioni italiane. Dopo due ore di scossoni sulla terra rossa, eravamo arrivati a Trancoso: un minuscolo villaggio di pescatori che allora era un rifugio di hippies fuori dal tempo, completamente privo di energia elettrica, dove la vita seguiva rigorosamente il ciclo del sole. La piazza centrale, il Quadrado, era una distesa di erba selvatica fiancheggiata da case colorate che sembravano uscite da un sogno. Di notte, con l'unica luce delle candele e il rumore del mare, Trancoso aveva il sapore di qualcosa che stava per finire — e che nessuno di noi, allora, riusciva ancora a immaginare.

Solo nel 2000, in occasione dei cinquecento anni della scoperta del Brasile, la Fiat finanziò la costruzione della strada asfaltata, aprendo Trancoso al turismo di lusso e strappandole, purtroppo, quel fascino primitivo che avevo avuto la fortuna di respirare. Tornare ora con Ivo, guardare le boutique e i resort dove una volta c'erano capanne di pescatori, aveva il sapore specifico della malinconia del viaggiatore che ha visto un luogo prima che il mondo lo scoprisse.

* * *

Ivo mi ha poi mostrato i suoi investimenti a Camamu, una baia incontaminata formata da quindici isolotti, tre lagune e persino cascate nascoste tra le mangrovie, un luogo destinato a diventare il prossimo centro d'élite della costa. Ma l'avventura più profonda di questa tratta doveva essere il Parco Nazionale Marino di Abrolhos, un arcipelago di isolotti vulcanici situato al largo della città di Caravelas. Il nome deriva dall'avvertimento dei vecchi navigatori portoghesi: Abram os olhos (Aprite gli occhi), a causa delle micidiali barriere di corallo sommerse che emergevano dal fondale come funghi giganti alti venti metri, i chapeirões, responsabili di innumerevoli naufragi, tra cui quello della nave cargo italiana Rosalina.

Abrolhos è un santuario ecologico intatto. L'isola di Siriba è l'unica in cui i turisti possono sbarcare, accompagnati dalle guide dell'Ibama, per osservare i nidi degli uccelli marini come le fregate e le sule. Ma il vero miracolo avviene tra luglio e novembre, quando le balene Jubartes — le megattere — lasciano il gelo dell'Antartide per rifugiarsi nelle acque tiepide del parco per procreare. I piccoli nascono lunghi cinque metri, pesano cinque tonnellate e bevono cento litri di latte materno al giorno. I maschi sono celebri come «balene cantanti»: durante il corteggiamento si esibiscono in complessi vocalizzi per sconfiggere i rivali e conquistare le femmine.

Purtroppo, la natura ha le sue regole: il brutto tempo, la pioggia e il vento forte hanno cancellato la mia escursione in barca, costringendomi a guardare l'oceano dalla riva di Caravelas, con il rimpianto di un appuntamento mancato.

CAPITOLO QUINTO

Le spiagge curative e i contrasti di Rio

Risalendo verso lo Stato di Espírito Santo, ho fatto tappa a Vitória, una città fondata nel 1585 da padre José de Anchieta, e poi a Guarapari, la meta balneare prediletta dagli abitanti del Minas Gerais che, non avendo accesso al mare, si riversano qui in massa. Guarapari è famosa per la Praia da Areia Preta (Sabbia Nera), una spiaggia la cui sabbia monazitica possiede accertate qualità medicinali e radioattive, utilizzata da migliaia di anziani che vi si sdraiano coprendosi il corpo per curare reumatismi, artrite e gotta.

Sul lungomare ci sono cinquantacinque chioschi in muratura, tutti rigorosamente identici nell'architettura e nel menu, a testimonianza di una strana mancanza di inventiva privata che spesso frena l'economia di questo Paese. Nei negozi del centro si vendono le panelas de barro, le caratteristiche pentole di terracotta lavorate a mano dalle artigiane locali, indispensabili per cucinare a fuoco lento i piatti tradizionali della costa come la Moqueca di pesce o la feijoada.

E finalmente, alle sei di un mattino limpido, sono arrivato a Rio de Janeiro, la città meravigliosa scoperta nel 1501 dall'italiano Amerigo Vespucci e fondata nel 1565 da Estácio de Sá. Ho trovato un ostello a Copacabana, a pochi metri dal leggendario Copacabana Palace. Camminando sul lungomare deserto all'alba, ho notato subito la prima curiosità: centinaia di brasiliani che correvano e facevano ginnastica sulla spiaggia. Rio ha il culto ossessivo del corpo; ci sono palestre aperte ventiquattr'ore su ventiquattro, e l'aspetto fisico è considerato un biglietto da visita fondamentale. Guardando il panorama, capisci che Dio, nel crearla, deve essersi divertito un mondo: ha incastrato spiagge dorate tra monoliti di granito, baie da sogno e una foresta tropicale che preme alle spalle dei grattacieli.

Il mio viaggio a Rio è stato un percorso di scoperte geometriche e storiche. Sono salito sul Pan di Zucchero, il monolito di granito alto 396 metri, da cui si gode una vista a trecentosessanta gradi sull'intera baia di Guanabara e su Ipanema, guardando gli aerei atterrare sulla pista dell'aeroporto nazionale sotto i propri piedi. Nel pomeriggio, con il tram che attraversa la foresta del Tijuca, ho raggiunto la cima del Corcovado, la montagna di 710 metri sulla quale si erge la statua del Cristo Redentore, alta trentotto metri.

La storia del monumento è affascinante: l'idea nacque nel 1850, ma fu abbandonata con la nascita della Repubblica e la separazione tra Stato e Chiesa. Fu l'arcidiocesi di Rio nel 1921 a raccogliere i fondi tra i cattolici brasiliani, scegliendo il progetto dello scultore francese Paul Landowski e realizzando la struttura in calcestruzzo strutturale. Il monumento fu inaugurato il 12 ottobre 1931: fu Guglielmo Marconi a dare il segnale di accensione delle luci della statua attraverso un impulso radio che attraversò l'oceano e accese Rio in quella notte di festa. Per decenni, ai piedi del Cristo, una targa ricordava le circostanze precise di quell'evento storico — incluso il luogo da cui Marconi aveva operato il prodigioso segnale. Quella targa fu rimossa in occasione dei lavori di ristrutturazione che precedettero i Mondiali del 2014. Con essa è scomparsa anche qualche sfumatura di quella storia, che le fonti ufficiali oggi restituiscono in modo non del tutto sovrapponibile a ciò che la targa riportava. Un piccolo mistero rimasto senza risposta ai piedi del più grande simbolo del Brasile.

Ma il luogo che mi ha rubato l'anima è stato il Giardino Botanico, creato nel 1808 per volere di João VI. È un santuario ecologico di oltre un milione di metri quadrati che ospita ottomila specie di piante autoctone ed esotiche. Lungo i suoi viali monumentali, ombreggiati dalle palme imperiali alte trenta metri — discendenti della Palma Mater piantata dal re in persona — si respira la storia del mondo. Qui nel 1925 Albert Einstein, affascinato dalla descrizione di un gigantesco albero di jequitibá, lo abbracciò e lo baciò davanti ai presenti sbalorditi.

 

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|               I GIARDINI TEMATICI DI RIO                        |

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| * GIARDINO GIAPPONESE: 5.000 m² con bambù, laghi artificiali,   |

|   sentieri di pietra (yatsubashi) e fiori di loto.              |

| * ROSETO PEDRO CAXIMBO: 17 aiuole concentriche con oltre mille  |

|   rose di trecento specie distribuite per sfumature di colore.  |

| * GIARDINO SENSORIALE: Per i non vedenti, con piante da toccare |

|   e annusare (aromatiche e medicinali).                         |

| * GIARDINO BIBLICO (2005): Piante citate nelle Sacre Scritture   |

|   (ulivi millenari, fichi, palme da datteri, mirra).            |

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Questo paradiso era il rifugio quotidiano di Tom Jobim, l'inventore della Bossa Nova, che vi trovava l'ispirazione per le sue canzoni più famose come Água de Março o Sabiá, sedendosi spesso ai piedi di una gigantesca samaúma dell'Amazzonia.

Grazie a Monica, una donna colta ed altolocata conosciuta in un chiosco sul lungomare, ho potuto vivere Rio da cittadino e non da turista. Mi ha portato a Ilha da Gigóia, un'isola nascosta nella laguna dove non ci sono strade, un paradiso verde senza criminalità nel cuore della metropoli. Mi ha ospitato nel suo splendido appartamento di trecento metri quadrati a Copacabana, sorvegliato dai portieri ventiquattr'ore al giorno, dove teneva pappagalli liberi nel salone e mobili d'antiquariato.

Lì ho voluto cucinarle una vera parmigiana di melanzane napoletana — la mia seconda sfida gastronomica in terra brasiliana, più ambiziosa della carbonara di João Pessoa. Ho dovuto lottare nel supermercato per trovare gli ingredienti: in Brasile hanno stravolto la parola «parmigiana», usandola per indicare cotolette di carne o pesce coperte di sugo e formaggio fuso a fette, ignorando che l'originale è fatto di melanzane. Ho dovuto accontentarmi di un formaggio locale, ma la cena è stata un successo che ha sancito l'inizio di una splendida, seppur temporanea, avventura d'amore.

Con lei ho visitato la favela di Bastos, considerata la più sicura di Rio perché ospita la sede del BOPE, la squadra d'élite della polizia, dove un artista spagnolo ha costruito The Maze, una casa interamente ricoperta di mosaici affacciata sul Pan di Zucchero. Ho vissuto la domenica sull'Avenida Atlântica chiusa al traffico, pranzando alla trattoria Don Camillo, dove il proprietario, emigrato negli anni Sessanta, mi ha raccontato la fatica di insegnare ai brasiliani che la pasta va mangiata rigorosamente al dente per essere digeribile e saporita.

E ho visitato il tempio del calcio, il Maracanã, costruito nel 1950 per ospitare duecentomila spettatori, ridotti oggi a ottantamila per motivi di sicurezza. Il custode mi ha ricordato il dramma del Maracanazo, la finale persa contro l'Uruguay per due a uno: la leggenda racconta che quella sconfitta abbia provocato decine di morti per arresto cardiaco sugli spalti e una lunga scia di tragedie personali in tutto il Paese nei giorni seguenti. Vera o ingigantita che sia, quella leggenda dice qualcosa di vero: in Brasile il calcio è una fede religiosa, e una finale persa non è una partita — è un lutto nazionale.

CAPITOLO SESTO

Dalla Svizzera dei tropici alla notte di Yemanjá

Quando l'inverno tropicale ha reso l'aria di Rio soffocante, Monica mi ha sorpreso con una proposta: trasferirci per una settimana a Campos do Jordão, dove possedeva un piccolo appartamento. Campos do Jordão si trova a milleseicento metri di altura, incastonata tra le montagne dello Stato di San Paolo, ed è soprannominata «la Svizzera brasiliana». L'arrivo dopo sei ore di pullman è stato uno shock visivo: chalet in stile alpino con i tetti a spiovere, alberghi bavaresi, decorazioni natalizie perenni e una temperatura di diciotto gradi che ti costringeva a indossare il maglione, mentre a Rio il termometro segnava quarantanove gradi all'ombra. Nei ristoranti del centro non si serviva riso e fagioli, ma fonduta di formaggio e birre tedesche, un mondo parallelo e artificiale creato dai ricchi paulisti per fuggire dal caldo e fingere, per qualche giorno, di trovarsi nel cuore dell'Europa.

Siamo tornati sulla costa giusto in tempo per organizzare il Capodanno a casa di Monica a Rio, insieme a quattro coppie di suoi amici. Per dare il mio contributo alla cena, ho preparato il tiramisù, scontrandomi con il prezzo esorbitante del mascarpone importato. Verso le ventidue e trenta, dopo un brindisi veloce e una fetta di panettone — il nostro dolce che è diventato un impero industriale in Brasile grazie a Carlo Bauducco, che nel 1948 si trasferì a San Paolo con il lievito madre, creando un'azienda che oggi supera la produzione della stessa Italia — ci siamo preparati per il Réveillon di Copacabana.

Monica aveva preparato quattro bastoni di legno e una corda; gli amici portavano champagne, bicchieri e cuscini. Sulla spiaggia di Copacabana c'erano due milioni di persone, una marea umana oceanica e spaventosa. Piantare i bastoni e tendere la corda sulla sabbia è l'unico modo per delimitare un quadrato di sicurezza, uno spazio vitale per difendersi dai ladri che approfittano della calca per scippare i turisti.

A mezzanotte il cielo sopra l'Atlantico si è squarciato: dieci grandi zatteroni ancorati al largo, sincronizzati via radio, hanno iniziato a lanciare i fuochi d'artificio, mentre dodici grandi navi da crociera illuminate risaltavano nell'oscurità del mare. Un'emozione sconvolgente. Tutti, senza eccezione, erano vestiti rigorosamente di bianco, il colore della pace. Al termine dello spettacolo, la marea umana si è riversata in mezzo alle onde vestita, per offrire fiori e candele a Yemanjá, la regina degli oceani, invocando la purificazione dello spirito per il nuovo anno.

CAPITOLO SETTIMO

La Costa Verde e l'illusione dei palazzi pendenti

Il viaggio è ripartito verso ovest lungo la Costa Verde, un tratto di litorale lungo cinquecento chilometri che unisce Rio a Santos, dove la foresta della Mata Atlântica arriva a tuffarsi direttamente nell'acqua cristallina dell'oceano. La prima tappa è stata Angra dos Reis, una baia formata da trecentosessantacinque isole e duemila spiagge dove i super-ricchi del Brasile, come il celebre chirurgo plastico Ivo Pitanguy, possiedono ville da sogno su isolotti privati.

L'isola più grande, Ilha Grande, è un paradiso incontaminato che per quasi sessant'anni ha ospitato un carcere di massima sicurezza, preservando la natura selvaggia dalle speculazioni edilizie. Oggi la Vila do Abraão accoglie i viaggiatori con i suoi sentieri di trekking che si snodano tra cascate e baie nascoste, dove il fondale custodisce una delle più grandi concentrazioni di naufragi del mondo, meta imperdibile per gli amanti delle immersioni.

Scendendo ancora, sono arrivato a Paraty, una perla coloniale portoghese fondata nel 1597 e protetta come Patrimonio dell'Umanità. Il centro storico si è mantenuto intatto nei secoli grazie a un isolamento involontario: Paraty era il porto terminale del Caminho do Ouro, la rotta attraverso la quale l'oro estratto dalle miniere del Minas Gerais veniva imbarcato per il Portogallo, ma quando le miniere si esaurirono nel XVIII secolo, la città perse importanza e rimase raggiungibile solo via mare fino agli anni Ottanta, quando fu inaugurata la litoranea Rio-Santos. Le sue strade sono pavimentate con grossi massi di porfido disposti in modo geometrico: i portoghesi le progettarono affinché l'alta marea entrasse nei vicoli della città, lavando la sporcizia e i canali prima di defluire nuovamente verso l'oceano.

A Paraty ho visitato la Igreja de Nossa Senhora do Rosário, costruita nel 1725 dagli schiavi neri a cui era vietato l'ingresso nelle chiese dei bianchi, e la barocca Igreja de Santa Rita del 1772. Fuori dal porto, un sentiero spettacolare tra la vegetazione spontanea conduce alla piscina naturale di Cachadaço, un bacino d'acqua ferma protetto da gigantesche rocce vulcaniche dove si può nuotare tra banchi di pesci tropicali.

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| L'ELOGIO DEL CHURRASCO BRASILIANO                               |

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| Da viaggiatore ho dovuto riflettere sulle nostre abitudini.     |

| In Italia, la grigliata in giardino è un rito rigido: gli       |

| ospiti siedono a tavola aspettando la carne, il barbecue non    |

| basta mai per tutti, si creano inevitabili 'turni'.             |

|                                                                 |

| In Brasile il sistema è diverso:                                |

| 1. Nessuno siede a tavola; gli ospiti chiacchierano in piedi.   |

| 2. Non appena un pezzo di carne è cotto, viene tagliato         |

|    a cubetti e offerto a tutti direttamente sul tagliere.       |

| 3. La distribuzione continua per ore: carne sempre caldissima,  |

|    libertà di movimento, nessun posto fisso assegnato.          |

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Dopo una sosta a Ubatuba — una costa esclusiva sorvegliata da una fitta rete di polizia privata a tutela delle ville dei miliardari di San Paolo, dove i parchi pubblici sono sicuri anche a tarda notte — ho raggiunto l'isola di Ilhabela. Qui i picchi montuosi ricoperti dalla giungla sfiorano i milletrecento metri e le spiagge offrono un trucco divertente: se schiacciate un uovo sodo in acqua, sarete immediatamente circondati da centinaia di pesci tropicali voraci che vi sfioreranno le mani.

Infine, sono arrivato a Santos, il porto più grande dell'America Latina, una città ricca ed efficiente di quattordici chilometri di banchine che riforniscono la megalopoli di San Paolo. Santos possiede un lungomare spettacolare largo cinquecento metri, ma la sua caratteristica più incredibile è visibile a occhio nudo: i palazzi sul bagnasciuga pendono vistosamente come la Torre di Pisa. Costruiti troppo vicini al mare su un fondale sabbioso e instabile, il peso eccessivo delle strutture ha fatto inclinare gli edifici; sono in sicurezza strutturale, ma camminare sotto quelle facciate oblique produce una vertigine strana.

A Santos il calcio è una religione che porta il nome di Pelé: ho visitato il museo del club e il mausoleo dove il re è seppellito, ripercorrendo i gol di una carriera leggendaria che ha reso questa città famosa nel mondo.

Ma Santos mi ha regalato anche l'ennesimo shock culturale a casa della mia amica Soccorro. Terza volta — mi sono detto con l'ironia di chi ormai avrebbe dovuto imparare la lezione. La carbonara di João Pessoa, la parmigiana di Monica a Rio, e adesso un ragù napoletano: sei ore ai fornelli, i rigatoni cotti con quella precisione cronometrica che a Napoli è una questione d'onore. Il dramma è avvenuto al momento di servire: seguendo l'abitudine locale del piatto unico, gli invitati hanno riempito i piatti mettendo i rigatoni col ragù e il parmigiano, e sopra vi hanno riversato fagioli neri, riso bianco e insalata acida, mescolando tutto insieme. Avrei voluto ucciderli. Rovinare una cottura così lunga è un sacrilegio per noi; per loro è semplicemente il modo naturale di concepire il cibo: libertà totale, senza la gerarchia delle nostre portate. Il Brasile, ancora una volta, mi stava insegnando qualcosa che non avevo chiesto di sapere.

CAPITOLO OTTAVO

La scacchiera di cemento e gli aquiloni di vetro

Lasciata la costa di Santos, ho affrontato la risalita verso l'altopiano a ottocento metri d'altezza per entrare a San Paolo, la capitale economica del Brasile, una megalopoli mostruosa che conta undici milioni di residenti e oltre ventinove milioni nell'intera area metropolitana. È una scacchiera infinita di cemento, grattacieli e asfalto che inizialmente ti schiaccia con la sua frenesia commerciale.

La domenica, però, la città mostra il suo lato umano: l'Avenida Paulista, il cuore finanziario del Paese, viene completamente chiusa al traffico automobilistico, trasformandosi in un gigantesco palcoscenico pedonale affollato di artisti di strada, mercatini di antiquariato e complessi musicali.

Durante la mia permanenza ho voluto visitare il MASP (Museo d'Arte di San Paolo), considerato il più importante dell'America Latina, una struttura futuristica sospesa su quattro pilastri rossi che custodisce capolavori di Botticelli, Mantegna, Raffaello, Tiziano, Van Gogh, Picasso e Dalí. La mia delusione non è stata legata alle opere, straordinarie, ma dal contesto: fuori dall'edificio c'era una marea umana di persone che passeggiava sull'Avenida, ma all'interno delle sale del museo ero praticamente l'unico visitatore.

Questo mi ha fatto riflettere sulla profonda mancanza di interesse per la grande cultura e l'educazione scolastica che affligge il popolo brasiliano, condizionato da programmi televisivi commerciali e telenovele. Mi è tornata in mente un'amica di San Paolo che, portata a Roma davanti al Colosseo, mi domandò con ingenuità disarmante: «Ma perché non ci sono le finestre?». Non risposi, capendo che la colpa non è dei singoli, ma di un sistema che tarpa le ali alla conoscenza.

 

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|                    LE CURIOSITÀ DI SAN PAOLO                    |

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| * UBER CON ESTINTORE: Per legge, ogni auto pubblica o privata   |

|   deve avere una bomboletta antincendio a bordo.                |

| * TEMPORIZZATORI AI SEMAFORI: Gli incroci mostrano i minuti     |

|   mancanti al verde; le auto si fermano a 3m dalle strisce.     |

| * RITMO DEI GIORNI: La settimana segue la nomenclatura          |

|   cattolica da "segunda-feira" a "sexta-feira".                 |

| * CAPITALE DEGLI ELICOTTERI: San Paolo ha la più alta densità   |

|   al mondo di velivoli privati usati dai ricchi per spostarsi.  |

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Ma il pericolo più perverso di San Paolo vola sopra i tetti delle favelas periferiche. Il gioco preferito dei bambini è far volare gli aquiloni, che qui chiamano Pipa. Spesso i fili si impigliano nei cavi dell'alta tensione che pendono sopra le strade, e molti bambini muoiono folgorati nel tentativo di recuperarli usando barre di ferro.

Inoltre, la sfida tra i ragazzi consiste nel recidere il filo dell'aquilone rivale: per farlo, cospargono le corde con il cerol, una pasta micidiale fatta di colla e polvere di vetro finissima che trasforma il filo in una lama affilata. Quando il vento spezza l'aquilone, questo filo invisibile e tagliente cala sulle strade, diventando una ghigliottina per i motociclisti di passaggio. Per questo motivo, a San Paolo e in tutto il Brasile, quasi tutte le motociclette montano sul manubrio un'antenna metallica ricurva, studiata appositamente per intercettare e spezzare i fili di vetro prima che possano colpire la gola dei guidatori. Una misura di guerra urbana nata da un gioco di bambini.

CAPITOLO NONO

Il cuore profondo dell'interno – Dalla Triplice Frontiera a Brasília

Pantanal, ore 4:30 del mattino.

L'oscurità è assoluta. In barca sul fiume, nessuno parla. L'orizzonte è piatto a trecentosessanta gradi — nessuna collina, nessuna casa, nessuna luce. Poi, a est, le nuvole temporalesche cominciano a tingersi di rosa, poi arancio, poi rosso fuoco, mentre a ovest il cielo è ancora scuro e stellato. In pochi minuti il sole esplode. Lungo la riva, centinaia di caimani si dispongono immobili per scaldare il sangue freddo ai primi raggi. Quell'alba non si racconta: si subisce. Ma per arrivarci bisognava ancora attraversare mezzo continente.

* * *

La discesa nell'interno era cominciata a Foz do Iguaçu, al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay, davanti a una delle meraviglie della natura: le duecentosettanta cascate che si riversano in un canalone vulcanico profondo settanta metri, culminando nella Garganta del Diablo (la Gola del Diavolo), dove la potenza dell'acqua crea una nebbiolina perenne che ti bagna completamente mentre il rumore assordante ti vibra nel petto.

A pochi chilometri ho visitato la diga di Itaipu sul fiume Paraná, una delle più grandi strutture idroelettriche del mondo, alta centonovantasei metri e lunga otto chilometri, le cui venti turbine forniscono il novantaquattro per cento dell'energia elettrica al Paraguay e il venti per cento all'intero Brasile. La guida mi ha mostrato una splendida tradizione: per ogni lavoratore che ha contribuito alla costruzione per oltre quindici anni, è stato piantato un albero che porta il suo nome. Attraversando il Ponte dell'Amicizia, si entra a Ciudad del Este, una città di frontiera paraguaiana priva di dazi doganali, un gigantesco bazar all'aperto dove migliaia di brasiliani si accalcano per comprare prodotti contraffatti da rivendere in patria.

Scendendo verso lo Stato di Minas Gerais, ho visitato Belo Horizonte, una città costruita interamente in collina alla fine dell'Ottocento, dove il trenta per cento della popolazione è di origine italiana e ospita i grandi stabilimenti industriali della Fiat. A settanta chilometri si trova Inhotim, il parco tematico e museo d'arte contemporanea all'aperto più grande del mondo, dove ventitré gallerie avveniristiche sono immerse in un giardino botanico che ospita quattromila specie di piante secolari. Nel Mercato Centrale di Belo Horizonte, invece, si respira la vera gastronomia dello Stato: oltre quattrocento negozi che vendono spezie, artigianato e il leggendario Queijo Minas, il formaggio locale riconosciuto dall'Unesco come Patrimonio Immateriale dell'Umanità. Girovagando nei pressi della stazione dei pullman, ho scoperto un paradosso architettonico e civile: interi hotel organizzati e puliti dedicati alla prostituzione legale, con tariffe fisse e corridoi numerati, mentre all'esterno la città vanta scivoli per disabili su ogni marciapiede e cabine telefoniche pubbliche accessibili alle carrozzine ad ogni angolo.

Dopo una sosta a Goiânia — una città fuori dalle rotte turistiche dove i pullman a tre vagoni viaggiano in corsie preferenziali fungendo da metropolitana di superficie — ho raggiunto Brasília, la capitale inaugurata nel 1960 nel centro esatto del Paese per unire le regioni del nord e del sud. Brasília ha una pianta unica al mondo progettata a forma di aeroplano, dove la fusoliera è la strada del potere e le ali ospitano i ministeri. È la massima celebrazione dell'architetto Oscar Niemeyer, pioniere del cemento armato flessibile, che qui ha firmato capolavori futuristici come la Cattedrale Metropolitana — una struttura iperboloide formata da sedici pilastri curvi che si innalzano verso un tetto di vetro — il Palazzo Planalto, il Palazzo Itamaraty e la residenza presidenziale del Palazzo Alvorada.

Ma fuori dalla stazione dei pullman di Brasília, la sfarzosa geometria del cemento si scontra con la miseria: decine di meninos de rua, i bambini abbandonati dalle madri che non possono mantenerli, vivono in bande stradali di espedienti, mentre auto con i bagagliai letteralmente stipati di altoparlanti diffondono musica a volume folle per le strade. Il bonsai del Brasile mostrava qui la sua ferita più profonda: una capitale progettata per il futuro, costruita da chi non ha dove dormire stanotte.

CAPITOLO DECIMO

Il risveglio del Pantanal

Cuiabá, nel Mato Grosso, è la porta d'accesso al Pantanal, la palude e pianura alluvionale più grande del pianeta, un'estensione di centocinquantamila chilometri quadrati che durante la stagione delle piogge si allaga completamente. Con tre ragazzi italiani conosciuti nell'ostello, abbiamo noleggiato una vecchia Ford degli anni Settanta con autista per percorrere la Transpantaneira, una striscia di asfalto dritta per centottanta chilometri intervallata da centinaia di piccoli ponti di legno consumati.

Il paesaggio è sconvolgente: ovunque ti giri c'è acqua, laghi e fiumi popolati da formichieri giganti, dai capivara — i roditori più grandi del mondo — e da milioni di caimani, gli jacaré. Quando la macchina si è guastata nel mezzo del nulla, l'autista, imperturbabile e con lo stereo acceso a tutto volume, ha riparato il motore usando solo un fil di ferro e della corteccia d'albero, permettendoci di raggiungere la posada di Porto Jofre.

La sveglia era fissata alle quattro e trenta. Alle cinque eravamo in barca, immersi in quel buio che avevo intravisto all'inizio del capitolo precedente — ma viverlo è un'altra cosa. Saperlo non basta. Bisogna essere lì, senza luce artificiale, senza rumore umano, con solo l'acqua che scivola sotto la chiglia e la giungla che respira intorno.

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|                   IL RISVEGLIO DEL PANTANAL                     |

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| Sveglia alle 4:30; alle 5:00 si è in barca sul fiume,           |

| immersi nel buio totale e nel silenzio equatoriale.             |

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| * L'ORIZZONTE: Sconfinato, a 360 gradi, senza colline.          |

| * IL CROMATISMO: A est le nuvole si tingono di rosa e rosso     |

|   fuoco; a ovest il cielo rimane scuro e stellato.              |

| * I PROFUMI: Aria umida, terra bagnata, muschio, fiori selvatici.|

| * LA VITA: Il sole esplode; i caimani si dispongono a riva       |

|   immobili per scaldare il sangue freddo ai primi raggi.        |

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L'alba del Pantanal ha quella qualità rara delle esperienze che sai già, mentre le stai vivendo, di non dimenticare mai. Non è spettacolare come i fuochi di Capodanno su Copacabana, non è commovente come la cerimonia del Candomblé a Salvador, non è vertiginosa come la Gola del Diavolo a Iguaçu. È qualcosa di più semplice e più profondo: è il silenzio della natura che si mette al lavoro, indifferente alla tua presenza, con la stessa puntualità di sempre. Eri lì? Bene. Non c'eri? La natura avrebbe fatto lo stesso.

Questo spettacolo sacro, questo risveglio della natura intatta, lascia un segno indelebile dentro l'anima, facendoti capire quanto siamo piccoli di fronte alla maestosità del mondo.

EPILOGO

La polvere rossa e il ritorno

Dopo due giorni fuori dal mondo nel Pantanal, è arrivato il momento di affrontare l'ultima, mitica tappa del viaggio: la grande traversata interna verso l'aeroporto di Belém per il rientro in Italia. Duemilasettecento chilometri senza un pullman diretto, viaggiando su una corriera locale stipata di merci, sacchi e galline. Nel cuore dell'Amazzonia interna non ci sono autostrade asfaltate; il pullman si è inoltrato su una pista infinita di terra rossa. Per proteggerci dalla polvere soffocante che penetrava dai finestrini privi di aria condizionata, abbiamo dovuto legarci dei fazzoletti sulla faccia. Alla fine del viaggio eravamo coperti da una patina vermiglia, con le mutande rosse di polvere, ma sapevamo di stare attraversando le vene autentiche del continente.

Durante una sosta notturna, il pullman ha forato uno pneumatico nel buio fitto della giungla. Un'altra corriera che procedeva in senso opposto si è fermata per prestare aiuto. Siamo scesi sulla terra battuta, sotto una luna piena talmente grande e luminosa da rischiarare gli alberi come se fosse giorno, ascoltando i rumori misteriosi e inquietanti della foresta amazzonica che si svegliava. È stato un viaggio interiore, un percorso dentro me stesso che mi ha permesso di misurare il bagaglio di tutto ciò che avevo visto, sofferto e amato.

Arrivato finalmente all'aeroporto di Belém, mentre chiudevo lo zaino per l'imbarco verso l'Italia, ho guardato le mie scarpe consumate dalla sabbia dei Lençóis, dalla terra del Pantanal e dal sale di Copacabana. Avevo una cicatrice sul dito, memoria del morso di un piccolo coccodrillo, e una fita scolorita al polso con tre desideri ancora da compiere. Sapevo di non essere più l'uomo che era partito mesi prima da Napoli.

Il Brasile mi aveva cambiato le coordinate dell'anima: mi aveva insegnato che per vivere basta poco se sai guardare la natura, che il tempo non si possiede ma si abita, e che la felicità è una panca traballante in un mercato, davanti a un piatto di riso e fagioli condito con un sorriso. Salendo sulla scaletta dell'aereo, ho guardato l'orizzonte un'ultima volta. Non stavo tornando a casa; stavo solo portando la mia vera casa dentro di me.

 

Obrigado, Brasil.

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