Tra fughe dalla finestra e conversazioni con gli alberi: l’infanzia, i nonni e la magia di Anna dai capelli rossi.

Pubblicato il 20 giugno 2026 alle ore 12:52

di Bruno Marfé 

C'è un suono familiare che scandisce le nostre giornate: la notifica del gruppo WhatsApp di famiglia. Spesso porta con sé comunicazioni di servizio, foto fugaci o saluti mattutini. Ma a volte, tra un messaggio e l'altro, si nascondono spunti di riflessione che attraversano le generazioni e, per chi ama la letteratura, perfino gli oceani e i secoli.

Qualche mattina fa, Fernanda scrive sul gruppo a proposito di suo figlio Matias: "Bom dia!! Foi passar essas duas noites com a vovó Nilza". Matias è il nipote di mia moglie Rosana e di Silvio, il suo primo marito e padre di Fernanda. Io, in questa bellissima e allargata geometria familiare italo-brasiliana, sono quello che in portoghese si definisce con grande affetto l'avô torto, il "nonno storto", cioè il nonno acquisito. Un nonno che, evidentemente, ha portato oltreoceano anche un po' del Golfo di Napoli.

Fernanda prosegue nel messaggio, meravigliandosi di come Matias sia sempre felice di andare a casa dei nonni, sereno e senza fare capricci, pur amando stare con i suoi genitori. A questo punto interviene Nonno Silvio, con un tuffo nel passato che mi fa sorridere: "Per me e i miei fratelli più grandi andare dalla nonna era un tormento! Aveva orari per tutto. Rigorosissima, non potevamo giocare, alle 17 in punto dovevamo essere lavati, vestiti e pettinati".

Ma come sopravvivevano dei bambini a questo regime quasi militare? Con la cara, vecchia sabotazione. Silvio racconta di fughe spettacolari: finti giochi sul marciapiede, arrampicate sui muri, salti dalle finestre e doppi bagni clandestini per nascondere i vestiti insozzati. Una ribellione fisica, acrobatica, per sfuggire alla noia e alla rigidità.

Leggendo questi messaggi, la mia mente ha fatto un balzo indietro. Dal Brasile contemporaneo al Canada della fine dell'Ottocento, sull'Isola del Principe Edoardo.

Il 30 novembre 1874 nacque una bambina di nome Lucy Maud Montgomery. Come Silvio, anche lei finì a vivere con i nonni. Sua madre era morta di tubercolosi quando non aveva ancora due anni e il padre si era trasferito per rifarsi una vita.

I nonni non erano persone ostili, ma erano severi, riservati, incapaci di manifestare calore. Cresciuta in una fattoria isolata, senza fratelli, in un ambiente che non ammetteva frivolezze, la piccola Maud non poteva saltare i muri né fuggire dalla finestra per sporcarsi di fango come faceva Silvio.

La sua ribellione non fu fisica. Fu immaginativa.

Senza nessuno con cui confidarsi, iniziò a parlare con gli alberi del frutteto, dando loro dei nomi. Inventò amici immaginari. Riempì quaderni di poesie e racconti. Trasformò i sentieri, i campi e le coste ventose della sua isola in scenari popolati dai mondi della fantasia. La scrittura divenne la sua finestra da cui saltare.

Anni dopo, da un semplice appunto annotato su un vecchio taccuino nacque Anne Shirley, conosciuta in Italia come Anna dai capelli rossi: una ragazzina orfana, vivace, curiosa e dotata di un'immaginazione inesauribile, capace di sciogliere la rigidità degli adulti con la sola forza della fantasia. In lei Maud riversò molte delle risorse che le avevano permesso di affrontare la solitudine della propria infanzia. Il romanzo conquistò milioni di lettori in tutto il mondo — tutto grazie a una bambina che, non avendo nessuno con cui parlare, aveva scelto di raccontare le proprie storie agli alberi.

Torno con gli occhi allo schermo del telefono. Scrive Nonna Rosana: "Io ho ricordi meravigliosi di mia nonna Laura".

Rifletto su queste storie così lontane eppure così intrecciate. Da una parte la rigida nonna di Silvio e le fughe acrobatiche; dall'altra i severi nonni canadesi e la fuga letteraria di Lucy Maud Montgomery. L'energia dell'infanzia trova sempre uno spiraglio per esprimere la propria vitalità di fronte alla rigidità degli adulti.

Poi penso a Matias. È un bambino talmente pieno di vita che io lo chiamo scherzosamente "bricconcello", perché con quell'argento vivo addosso mi ricorda tanto i nostri scugnizzi napoletani. Sembra quasi che, pur crescendo in Brasile, abbia assorbito inconsciamente qualcosa delle mie radici partenopee — quella vitalità di strada, quel piacere fisico del mondo.

A un bricconcello come lui le energie per saltare i muri o inventare mondi immaginari non mancano di certo. La grande differenza è che a Matias non serve arrampicarsi di nascosto o rifugiarsi tra gli alberi per non sentirsi oppresso. Ha Nonna Rosana, Vovó Nilza, i suoi genitori, ha Silvio — che pur venendo da un'infanzia severa ha saputo spezzare quella catena e, come dice Fernanda, sa dare "carinho, amor e direcionamento" — e naturalmente ha anche il suo avô torto partenopeo, tutti pronti ad ascoltarlo.

I bambini costretti alla rigidità diventano ninja ribelli o scrittori capaci di inventare l'Isola del Principe Edoardo. Ma un bambino cresciuto con tutto questo calore, libero di essere uno scugnizzo senza dover fuggire da nulla, porta in sé qualcosa di diverso: non la ferita trasformata in racconto, ma la pienezza cercata di una voce. Quale sia quella voce, lo scopriremo insieme.

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