di Bruno Marfé
La serratura difettosa
Il problema non è quando perdo il controllo.
Il problema è che, mentre lo perdo, una parte di me resta perfettamente lucida.
Guarda la scena dall'alto, come una telecamera appesa al soffitto.
Si rende conto che sto esagerando in modo grottesco.
Eppure non ha nessuna intenzione di tirare il freno a mano.
La mattina comincia con una mail del capo.
Tre righe asciutte per scaricare su di me il lavoro di un altro.
«Puoi occupartene tu? È urgente.»
Certo che posso.
Rispondo quasi subito, con una gentilezza da impiegato modello.
Nessun problema.
La prima goccia cade lì.
Piombo fuso nello stomaco.
Poi il barista sbaglia il resto.
Due euro in meno.
Lo vedo benissimo, ma sorrido lo stesso.
«Tranquillo.»
Seconda goccia.
Sul treno un uomo mi urta senza nemmeno chiedere scusa.
Mi schiaccia contro la porta mentre parla al telefono.
Per un istante sento il sangue salire dietro gli occhi.
Poi faccio spazio.
«Figurati.»
Terza goccia.
A metà pomeriggio una collega entra nel mio ufficio.
«Tu che sei bravo con queste cose, mi dai una mano?»
Quelle cose.
Come se il mio tempo fosse una stanza pubblica dove tutti possono entrare sporchi di pioggia.
Io annuisco ancora.
Per tutta la giornata continuo a riempirmi.
Non rabbia.
Qualcosa di più denso.
Come cemento che cola dentro il torace.
La parte peggiore è che nessuno se ne accorge.
Io sono quello tranquillo.
Quello paziente.
Quello che non alza mai la voce.
Quando torno a casa ho male alle mascelle per quanto ho stretto i denti.
Lei è in cucina.
Sta preparando da mangiare con la radio accesa piano.
Mi sorride appena entro.
Quel sorriso mi fa quasi male.
«Giornata pesante?» chiede.
«Normale.»
Mi siedo.
Lei appoggia un bicchiere sul tavolo troppo vicino al bordo.
Lo urta con il gomito.
L'acqua si rovescia sulla tovaglia.
Una scena idiota.
Ridicola.
Per un secondo restiamo a guardarla allargarsi nel tessuto.
E lì succede.
Sento qualcosa cedere dentro di me.
Non esplodere: cedere.
Come una crepa in una diga.
«Ma possibile che devi fare sempre attenzione a metà?»
La frase esce già troppo forte.
Lei alza subito gli occhi.
«Scusa, asciugo subito.»
Dovrebbe finire lì.
Lo so perfettamente.
La parte lucida della mia testa è già in piedi con le mani alzate.
Sta dicendo: fermati adesso.
È acqua.
Solo acqua.
Ma il resto di me non ascolta.
«Sempre così!»
Il pugno sul tavolo fa saltare le posate.
«Una giornata intera a ingoiare merda e poi torno qui e devo stare attento anche ai bicchieri?»
La guardo irrigidirsi.
E continuo.
È questo l'orrore vero: continuo.
Ogni frase è eccessiva.
Ogni parola sproporzionata.
Le vedo uscire e penso contemporaneamente:
adesso basta, stai facendo la figura del pazzo.
Però c'è anche altro.
Un sollievo nero.
Quasi piacere.
Tutto il veleno accumulato durante il giorno trova una via d'uscita.
Il capo.
Il treno.
La collega.
I denti stretti.
I «nessun problema».
Esce tutto insieme contro una tovaglia bagnata e una donna che non c'entra niente.
Lei prova a dire qualcosa.
«Ti stai calmando?»
Ma ha già quella voce cauta che si usa con gli animali feriti.
Io rido.
Una risata corta, cattiva, che non sembra nemmeno mia.
La parte lucida dentro di me arretra inorridita.
Mi osserva devastare la stanza senza rompere quasi nulla.
Solo l'aria.
Solo noi.
Poi, all'improvviso, finisce.
Così.
Di colpo.
Il silenzio arriva come quando salta la corrente.
Respiro forte.
La cucina è identica a prima.
Il bicchiere è ancora intero.
L'acqua scende dal tavolo fino al pavimento.
Lei invece no.
Lei è cambiata.
Ha le spalle tese.
Le mani ferme.
Mi guarda come si guarda uno sconosciuto entrato in casa per errore.
Non è rabbia quella nei suoi occhi.
È paura.
Ed è lì che la vergogna mi prende alla gola, perché capisco una cosa terribile:
durante tutta la scena io ero presente.
Non ero accecato.
Non ero fuori di me.
Ero lucidissimo.
«Scusa» dico piano.
Ma la parola cade tra noi senza forza.
Troppo piccola.
Troppo tardi.
Lei annuisce appena, come si fa per evitare che qualcosa ricominci.
Allora capisco davvero cos'è rimasto dopo la tempesta.
Non il rumore.
Non le urla.
La distanza.
Ho rimesso il mostro nella gabbia.
Ma ormai lo sappiamo entrambi:
la serratura è difettosa.
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