Il filo della memoria: storie di confini, distanze accorciate e famiglia

Pubblicato il 23 maggio 2026 alle ore 11:16

di Bruno Marfé

Il viaggio non è mai soltanto una successione di chilometri; è una geografia di sguardi che si incrociano e, talvolta, di rotte transatlantiche che convergono. Questo viaggio ha il sapore speciale del ricongiungimento. C’è chi parte in auto e chi in aereo; ci siamo io e mia moglie, sua figlia - che per me è ormai una figlia a tutti gli effetti - con il marito, la suocera e il nipotino. Una famiglia allargata, tre generazioni e due continenti che si sfiorano e si ritrovano: loro vivono a San Paolo del Brasile, e il loro itinerario era iniziato molto prima del nostro, con una sosta a Lisbona e una parentesi quasi fiabesca tra Parigi ed EuroDisney. Venezia diventa così il nostro punto di contatto, il baricentro emotivo dove i passi di chi arriva da sud e quelli di chi attraversa l’oceano finalmente coincidono. 

5 maggio: Castel Volturno–Venezia. Il grande ricongiungimento a Mestre

Per me e mia moglie il viaggio comincia con il taglio netto dell’autostrada che da Capua sale verso nord. Siamo l’avanguardia su quattro ruote di questa piccola migrazione familiare. La prima vera sosta è all’uscita della A1, ad Arezzo, all’Osteria Moderna: un pranzo semplice, quasi rituale, che spezza il nastro d’asfalto e inaugura la sensazione concreta di essere già lontani da casa.

Poi arriva il momento più atteso: il resto della famiglia atterra da Parigi. Quando finalmente ci riabbracciamo stringendo il piccolo di casa, le distanze tra Brasile e Italia si azzerano in un istante. Tutta la fatica dei voli, delle coincidenze e delle ore di macchina evapora in quell’abbraccio collettivo.

Prendiamo possesso delle stanze all’Hotel Aaron e chiudiamo la serata all’Antica Hostaria Dante Alighieri: vino e primi brindisi trasformano una semplice cena nel vero inizio del nostro cammino comune.

 

6 maggio: Venezia–Piran. Dove le città conservano le chiavi della memoria

La mattina del secondo giorno, prima di lasciare Mestre, c’è il passaggio obbligatorio nella città lagunare. Per il pranzo si ritorna a Mestre… ed è proprio qui, in quella zona di transito che molti attraversano senza guardarsi intorno, che il viaggio assume la sua prima vera identità narrativa.

Mestre è per molti solo un passaggio, un limbo di binari e valigie a rotelle prima di tuffarsi nella laguna. Ma è qui che la realtà ci sorprende, servendoci un pezzo di vita vera su un tavolo spoglio. Tra le strade di questa città-ponte incontriamo Ammar: palestinese di origine, in Italia da oltre trent’anni, che qui ha costruito la sua vita e qui sono nate le sue figlie. Con la naturalezza di chi ha visto passare migliaia di volti, si ferma a riflettere con noi sulla situazione in Medio Oriente, con una calma lucida che non cerca commiserazione ma dialogo. È un filo invisibile che unisce Venezia, Napoli e la Palestina - una connessione che ci ricorda che ogni luogo è fatto di persone che ne custodiscono le chiavi emotive.

(L’incontro con Ammar e la sua lasagna è raccontato per esteso su il Confronto in «Mestre, dove la stazione finisce e inizia la storia».)

Con questa suggestione nel cuore, ritirati macchine e bagagli in albergo, ci dirigiamo verso l’Istria slovena attraversando il primo confine della settimana, che arriva quasi senza accorgercene: nessuna barriera drammatica, nessun muro, soltanto una linea invisibile percorsa in auto. È forse questa fluidità contemporanea dei confini a rendere ancora più potenti le storie custodite da certi luoghi.

Nel pomeriggio arriviamo a Pirano, accolti dalla sua malinconia elegante, dalle insegne bilingui e dal silenzio adriatico che sembra custodire voci lontane. Passeggiando per le calli con il nipotino tra le braccia, il pensiero corre agli esodi istriani e dalmati, a quelle case lasciate improvvisamente, alle chiavi rimaste nelle tasche di chi non avrebbe più rivisto la propria città.

Piran/Pirano è questo: una città che smette di essere cartolina veneziana non in Piazza Tartini, tra tavolini e selfie, ma qualche metro più in là, quando lo sguardo inciampa nelle targhe bilingui o nei muri consumati dal sale di Palazzo Gabrielli. La storia non urla: resta sospesa nell’aria, in quelle partenze silenziose, in quelle case chiuse, in quelle chiavi portate via senza sapere bene perché.

(La storia dell’esodo istriano e del Memorandum di Londra del 1954 è approfondita in «Le chiavi in tasca: Piran/Pirano, quello che resta quando una città parte» sempre su il Confronto.)

Alloggiamo al b&b Piraneska e la sera ceniamo all’Okrepčevalnica “Kantina”, dove la cucina locale smorza la nostalgia di frontiera. Attorno al tavolo resta però la sensazione che alcune città continuino a vivere soprattutto nelle persone che hanno dovuto lasciarle.

 

7 maggio: Piran–Lubiana. L’arte sottile dell’imprevisto

Lasciata la costa, il paesaggio cambia. La Slovenia interna si apre davanti a noi con il suo verde ordinato, quasi pedagogico.

A pranzo ci fermiamo all’Okrepčevalnica Prepih di Belsko, un luogo che probabilmente non troverai nelle guide patinate ma che diventa prezioso perché imprevisto. Nei viaggi familiari l’imprevisto è quasi una disciplina: significa adattare i ritmi al bambino, alle soste e alla stanchezza. Spesso sono proprio queste deviazioni a restare più impresse.

La prima tappa del pomeriggio è il Castello di Predjama, incastonato nella roccia come un’apparizione medievale sospesa tra leggenda e geografia - un luogo che non dà spiegazioni, si limita a esistere.

Poi le Grotte di Postumia. Il piccolo di casa osserva quel mondo sotterraneo con lo stupore assoluto che solo i bambini possiedono, e noi finiamo per guardarlo attraverso i suoi occhi. Le profondità carsiche ci ricordano che l’Europa non è fatta soltanto di capitali e monumenti, ma anche di stratificazioni invisibili, di tempi geologici che ridimensionano la nostra fretta.

Nel tardo pomeriggio entriamo a Lubiana. Ci sistemiamo all’Hotel Morea e la città ci accoglie con la sua compostezza mite. Lubiana non ha bisogno di imporsi: seduce lentamente, con i suoi ponti, le biciclette, il fiume che attraversa il centro come un respiro tranquillo. La sera resistiamo alla stanchezza fino alla cena al ristorante Vitus, mentre la città suggerisce un’idea diversa di Europa: più lenta, più vivibile, più umana.

 

8 maggio: Lubiana. Una capitale a misura d’uomo

Il quarto giorno è dedicato a vivere Lubiana alla luce del sole. L’arrivo però non era stato quello che ci aspettavamo: il Castello era inaccessibile. Venerdì 8 maggio, infatti, ottantesimo anniversario della liberazione, ospitava una seduta solenne del Consiglio Comunale alla presenza della Presidente della Repubblica slovena, Nataša Pirc Musar. Le strade verso la collina erano chiuse, la funicolare ferma. Così ci siamo ritrovati, per caso, testimoni di una Lubiana diversa: non solo la capitale romantica delle cartoline, ma una città profondamente consapevole della propria identità civile ed europea.

Per pranzo scegliamo Druga Violina, un esempio di ristorazione inclusiva dove lavorano ragazzi con disabilità cognitive. Abbiamo ordinato il Pohorski lonec, antico stufato di carne e funghi originario della regione del Pohorje: un piatto robusto, profumato di bosco e di cucina domestica, capace di raccontare la Slovenia meglio di molte guide turistiche. Qui l’inclusione non è uno slogan da brochure europea, ma una pratica quotidiana fatta di gesti gentili, attenzione e dignità concreta.

La sera arriva una sorpresa inattesa: il richiamo del calcio ci conduce al ristorante Scudetto, il cui menù è impaginato come un quotidiano sportivo, con Diego Armando Maradona che esulta sulla copertina. Ritrovare improvvisamente Napoli, il linguaggio del tifo e l’eco dello Scudetto nel cuore della Slovenia ha qualcosa di profondamente familiare. Mandiamo la foto a Paolo - che di Maradona ha un ricordo personale straordinario, risalente a un colpo di telex inviato da Montecarlo nei primi anni Ottanta - e riceviamo in risposta tre cuori azzurri. In quel momento comprendiamo che certe appartenenze non hanno bisogno della geografia per sopravvivere.

(La cronaca completa è su il Confronto in «Appunti di un viaggio: Lubiana».)

 

9 maggio: Lubiana–Bled. Il velluto verde smeraldo

Il quinto giorno ci porta verso il Lago di Bled. Alcuni luoghi sono così fotografati da rischiare quasi di deludere; Bled invece riesce nel miracolo opposto: dal vivo appare ancora più irreale.

Alla Kavarna Park assaggiamo la celebre kremna rezina osservando il lago - ma quella dolcezza è stata conquistata sulle braccia. Convinti di possedere ancora la memoria muscolare dei vecchi lupi di mare, ci ritroviamo a duellare con un vento che aveva chiaramente altre rotte in mente per noi. Tra una sterzata a zig-zag e un remo che fendeva più aria che acqua, la traversata verso l’isola si trasforma in una piccola odissea fatta di risate, correzioni improvvisate e manovre improbabili. Persino la fauna locale sembra giudicare la scena: sul molo un’anatra ci osserva con l’aria severa di un vecchio ammiraglio, perplessa davanti a una traiettoria tutt’altro che rettilinea.

(La cronaca completa è sempre su il Confronto in «Appunti di un viaggio: Bled, Slovenia».)

Ci sistemiamo al b&b Rot e concludiamo la giornata all’Okrepčevalnica Galetovec, con quella piacevole stanchezza che solo le giornate completamente vissute sanno regalare.

 

10 maggio: Bled–Bovec. Le frontiere leggere dell’Europa

La mattina comincia con una scelta di prospettiva: dopo essere stati “dentro” il lago il giorno prima, oggi saliamo ad Ojstrica per dominarlo dall’alto. Ogni goccia di sudore della salita è ripagata da una visione quasi irreale: l’isola appare come un modellino perfetto adagiato su un velluto verde smeraldo, un’immagine così armoniosa da sembrare dipinta.

Dopo un rapido passaggio al Castello, pranziamo immersi nel verde alla Gostilnica & Piceria Louski Dom Lovska.

Riprendiamo la strada verso Bovec attraversando una Slovenia sempre più alpina e selvaggia, dove le acque dell’Isonzo scorrono con un colore irreale, quasi caraibico, ma profondamente europeo nella memoria storica che custodiscono. Sotto l’apparente leggerezza di questi confini dissolti continuano a vivere memorie di guerre, esodi e appartenenze spezzate. Arriviamo infine a Bovec e ci sistemiamo al b&b Brin. La sera, al Bistro 9:45, avvertiamo che il viaggio sta entrando nella sua fase finale. Ed è sempre in quel momento che i viaggi diventano più intensi: quando inizi già a sentire la nostalgia di qualcosa che non è ancora finito.

 

11 maggio: Bovec–Venezia. Il cerchio che si chiude

Il giorno del rientro ha sempre una malinconia particolare. Le rotte tornano a dividersi, almeno geograficamente. Per andare da un punto all’altro della Slovenia ci si ritrova naturalmente a passare per Austria e Italia, come se fosse la cosa più normale del mondo. Le montagne, con la loro imponenza millenaria, sembrano ignorare le linee tracciate sulle mappe dagli uomini. La sosta al Faaker See in Carinzia ci mostra tonalità più lattiginose e pastello rispetto all’intensità di Bled: un azzurro tenue, quasi vellutato, che trasmette una calma più silenziosa e contemplativa.

Attraversiamo Villach, città di fiumi e montagne, sospesa tra eleganza mitteleuropea e spirito alpino. La Drava scorre lenta e ordinata; la chiesa di San Giacomo domina il centro storico con il suo campanile slanciato come un faro gotico. Da secoli questa città vive di passaggi, commerci e incontri tra mondi diversi - latino, slavo e germanico - e ancora oggi conserva quell’identità di frontiera gentile, dove tutto sembra connesso. I ponti sembrano cucire insieme culture e territori più che dividerli.

Nel pomeriggio rientriamo a Venezia. Per me e mia moglie si chiude il cerchio automobilistico. Ci sistemiamo all’Hotel Ducale a Favaro Veneto e ceniamo alla Pizzeria La Luna, con quella strana sensazione che accompagna sempre la fine dei viaggi belli: il desiderio simultaneo di tornare e di ripartire.

 

Il giorno successivo, il 12 maggio, il resto della famiglia volerà verso Roma per un’ultima passeggiata prima del rientro in treno a Castel Volturno. Noi li anticiperemo in auto, pronti ad accoglierli ancora una volta.

(Il racconto completo del valzer dei confini e delle tappe è ancora su il Confronto in «Appunti di un viaggio: Villach, Austria».)

 

13–17 maggio: L’appendice napoletana - quando il viaggio smette di essere itinerario e diventa casa

Ma certi viaggi non finiscono davvero al casello autostradale. Una volta rientrati tutti insieme a Castel Volturno, il viaggio continua trasformandosi in qualcosa di ancora più intimo: la condivisione della propria quotidianità.

Diventiamo così i ciceroni dei nostri stessi affetti, accompagnandoli tra Napoli, la Costiera Amalfitana e Caserta Vecchia. Non stiamo più mostrando semplicemente dei luoghi: stiamo offrendo pezzi della nostra identità.

E quasi come se il viaggio avesse bisogno di un ultimo sigillo simbolico, il 14 maggio arriva Ravello. Tra terrazze sospese sul mare e giardini che sembrano affacciarsi sull’infinito, festeggiamo il compleanno di Nanda. Non è soltanto una ricorrenza familiare: è il punto esatto in cui tutto il senso del viaggio si ricompone. Dopo chilometri, frontiere, voli intercontinentali e città attraversate, ci ritroviamo lì, insieme, in uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, a celebrare non solo un compleanno ma il privilegio raro della presenza reciproca.

Poi arriva il momento del vero distacco: domenica 17 maggio, il volo Napoli–Lisbona–San Paolo. Quando l’aereo decolla, resta addosso quella malinconia dolce che accompagna i ricongiungimenti riusciti.

Eppure la sensazione più forte non è la tristezza della separazione, ma la consapevolezza di aver accorciato definitivamente le distanze. Abbiamo attraversato città, oceani, memorie di esodi e frontiere europee. Ma soprattutto abbiamo scoperto che la geografia può ancora essere piegata dagli affetti.

Forse questa è la vera funzione dei viaggi: non portarci lontano da casa, ma insegnarci continuamente dove essa si trovi davvero.

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