“Anno 2045” di Gabriella Marfé

Pubblicato il 18 maggio 2026 alle ore 08:43

Per la sezione “Racconti inediti” di Partiture Letterarie pubblichiamo un intenso contributo di Gabriella Marfé dal titolo Anno 2045.
Un racconto che intreccia memoria, coscienza e futuro attraverso le pagine di un vecchio diario ritrovato in una casa di campagna. Tra guerre, silenzi, paure collettive e speranze mai del tutto spente, la voce di Gabriella attraversa il tempo e interroga il presente con domande che restano ancora aperte.

“Anno 2045” non è soltanto una storia sul futuro, ma una riflessione sul nostro modo di guardare il dolore del mondo, sulla memoria che rischia di diventare abitudine e sulla necessità, oggi più che mai, di non smettere di credere nella forza delle parole.


Roberto Alicandri

 

di Gabriella Marfé 

Era una calda mattina di luglio, nel 2045. Nella casa di campagna che aveva ospitato generazioni della loro famiglia, Elisa, Diego e Matteo si ritrovarono per un'occasione speciale: sistemare il vecchio studio di Gabriella. Quel luogo, un tempo pieno di libri, carte, penne e oggetti di un'altra epoca, conservava ancora l'atmosfera di chi aveva vissuto credendo nel valore delle parole, della memoria, della speranza. Le pareti erano coperte di scaffali in legno massello, ancora impregnati del profumo della carta e dell'inchiostro. In un angolo, un computer di vecchia generazione, polveroso e silenzioso. Sopra la scrivania, un mappamondo scolorito che Gabriella amava far girare per sognare i luoghi che non aveva mai visitato – il Madagascar, il Giappone, la Patagonia. Accanto, una lente d'ingrandimento e un fermacarte di bronzo a forma rana con una gamba spezzata appartenuto a suo padre, gli occhi di vetro che sembravano vegliare sulla stanza. Mentre spolveravano gli scaffali e aprivano i vecchi cassetti, Matteo trovò un quaderno logorato dal tempo. La copertina di pelle nera, scolorita e liscia, portava inciso il nome di Gabriella in caratteri d'oro ormai sbiaditi. L'aprì quasi con timore, come si apre una porta che nessuno varca da anni. Elisa prese il diario dalle mani di Matteo, con delicatezza, come si prende in mano qualcosa di sacro. Lo aprì. I suoi occhi si posarono sulle prime righe, scritte nel 2026. Con voce chiara ma emozionata, iniziò a leggere ad alta voce: «Oggi il mondo sembra sul punto di esplodere. Le guerre, i cambiamenti climatici, le malattie incurabili… Ma credo che il nostro futuro possa essere diverso. Spero che i miei nipoti possano costruire un mondo che abbia imparato dai suoi errori.» I tre nipoti si guardarono, commossi. La voce di Elisa si incrinò.

Quelle parole, scritte venti anni prima, sembravano ancora vive, piene di urgenza. Gabriella, pur immersa nelle difficoltà del suo tempo, non aveva mai smesso di credere. Matteo fu il primo a parlare, a bassa voce: «Non l'avevo mai sentita parlare così. Da piccola raccontava tante cose, ma non immaginavo che dentro di sé avesse queste paure così nascoste.» Diego annuì, in silenzio. Le sue dita seguivano il bordo della copertina, come se volessero imprimersi nella memoria la forma di quelle parole. Elisa voltò pagina e riprese a leggere, la voce più sicura ma ancora fragile: «Stamattina ho acceso la televisione, e ma ho preferito togliere l’audio. Le immagini si susseguivano velocemente: bambini sulle spalle dei padri in fuga, treni stipati come bestiame, ospedali sbriciolati. Il mondo brucia, e noi lo guardiamo bruciare come se fosse uno spettacolo.» Gabriella scriveva del conflitto tra Russia e Ucraina. Di Mariupol, di Bucha. Di bambini che scrivevano il nome sulle braccia per farsi riconoscere sotto le macerie. Scriveva della Palestina martoriata, di Gaza diventata un cimitero a cielo aperto. Il delirio di un uomo, Netanyahu, che ha dimenticato la storia del suo popolo in cerca di una vendetta che coinvolge solo bambini donne ed uomini senza voce. E ancora della folle guerra del presidente americano Trump contro l'Iran. Di droni e sanzioni. Di uomini che morivano lontano da casa, senza nemmeno una tomba. «Il mondo è in guerra. Il mondo è a pezzi. E noi fingiamo che sia normale.» Gabriella scriveva con dolore, con rabbia, con l'amore di chi sogna giustizia. Poi quella domanda, inchiodante: «Abbiamo davvero imparato qualcosa dalla storia? L'Olocausto, il Ruanda. Abbiamo detto: mai più. E poi abbiamo taciuto. La storia non si ripete. Noi la ripetiamo.»

Elisa posò il diario sulle ginocchia. Le mani le tremavano leggermente. «Mi sento in colpa», sussurrò. «Ricordo quelle guerre viste al telegiornale, tra un programma e l'altro. Ma cambiavo canale quando diventavano troppo pesanti. Non era per disinteresse... ero troppo giovane, con una vita davanti, e avevo paura. Gabriella no. Lei guardava fino in fondo. E soffriva. Per noi. Per tutti.»

Matteo si lasciò andare contro lo schienale del divano, gli occhi fissi al soffitto: «Anch'io cambiavo canale. Cercavo musica o partite. Eppure ricordo, anche se vagamente, che Gabriella ne parlava con Arturo, talvolta. E io pensavo: "Forse ha ragione. Ma io cosa posso fare? Sono solo un ragazzo che studia".» Diego si piegò lentamente in avanti, la voce rotta ma ferma: «Forse avremmo potuto fare di più. Scendere in piazza, pretendere la pace. Ma quella realtà faceva paura... la paura della guerra. E forse preferivamo non pensare.» Ci fu un lungo silenzio. Poi Elisa riprese il diario. «I potenti parlano di pace indossando cravatte firmate. Fanno condoglianze in diretta tv, poi firmano nuovi contratti per vendere armi. Dicono "mai più", mentre i bombardieri decollano.» «Ho visto un presidente piangere davanti a una telecamera. Una settimana dopo, bombardava. Le lacrime dei potenti sono recitate. Quelle dei poveri sono vere.» Matteo scoppiò quasi a ridere, ma era una risata amara, senza allegria: «Venti anni fa scriveva quello che noi vediamo ancora adesso. Niente è cambiato. I potenti sono sempre gli stessi, cambiano solo i volti, ma le menzogne no.» Diego gli mise una mano sul braccio: «Gabriella non ha mai smesso di crederci. Anche quando tutto sembrava inutile, lei continuava a scrivere. È il suo modo di resistere.» Elisa ascoltava senza parlare. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. Poi riprese a leggere, a voce molto bassa: «Non ci sono solo le guerre con i carri armati. C'è anche la guerra silenziosa: quella che uccide un giorno alla volta. Un bambino che non mangia. Un anziano curato male. Un malato di cancro che non può pagarsi le terapie.» «Forse non cambierò il mondo. Forse queste parole non leggerà nessuno. Ma se tra vent'anni uno dei miei nipoti aprirà questo diario e capirà che qualcuno, in mezzo a tutto questo buio, ha scelto di non voltarsi dall'altra parte… allora non avrò scritto invano.» E poi l'appello diretto: «Cari miei ragazzi, cercate di fare meglio. Non dovete essere eroi. Basta che non siate indifferenti. Basta che non dimenticate.» E in quel momento capirono. Diego parlò per primo: «È per noi che lo scriveva. Per me, per te Matteo, per te Elisa. Non ha scritto un diario per sfogarsi. È come se avesse scritto una lunga lettera per noi… per non dimenticare.» Elisa chiuse il diario. Lo strinse al petto, come si stringe una persona cara che sta per partire. «Lei ha scritto per noi venti anni fa. Non possiamo più risponderle con le parole, ma con i fatti. Non dobbiamo essere eroi, dice. Basta non essere indifferenti. Allora cominciamo da qui. Da questa stanza. Da questo ricordo.» Elisa riprese a leggere, la voce un po' più tesa: «Gabriella parlava di alluvioni, siccità, incendi. Di mari invasi dalla plastica, cieli soffocati dallo smog, foreste divorate per l'agricoltura intensiva. Raccontava un mondo sull'orlo del collasso, dove l'acqua era diventata oggetto di contesa e le stagioni sembravano impazzite.» Poi lesse ad alta voce: «La giustizia sociale è, in realtà, un miraggio... Il pianeta muore un po' ogni giorno, ma a pagare sono sempre gli ultimi, i più fragili, quelli che non hanno voce.» «Gabriella scriveva della sanità come diritto negato, del dolore silenzioso di chi non poteva permettersi di curarsi, dell'assurdità di un sistema che metteva il profitto davanti alla vita.» Diego abbassò lo sguardo. Matteo allargò le braccia, come per dire "che vuoi farci". Elisa li guardò, seria: «Gabriella non la pensava così. Non si arrendeva.» E riprese a leggere, con la voce che si faceva più morbida e disse: «In ogni pagina traspare sempre un filo tenace di speranza. Nonostante tutto» Lesse l'ultima frase, quella che sembrava scritta apposta per loro: «Serve una generazione che non si giri dall'altra parte… Spero che voi, cari nipoti, possiate essere quella generazione.» Silenzio. Elisa si asciugò una lacrima con il dorso della mano: «Ci sta chiedendo di non essere come gli altri. Di non fare finta di niente. È una responsabilità enorme?» Matteo si schiarì la voce, impacciato: «Io non sono un eroe. Non posso salvare il mondo. Ma posso... non so… piantare un albero. Firmare una petizione. Non voltarmi dall'altra parte quando vedo qualcosa che non va. Forse bastano queste piccole cose? Forse sì.» Elisa chiuse il diario per un attimo, se lo strinse al petto: «Per lei, sì. Non chiedeva miracoli. Chiedeva solo che noi provassimo a fare la nostra parte. Adesso tocca a noi, no?» Diego annuì: «Adesso tocca a noi.» Poi Elisa ricominciò a parlare, con voce diversa, quasi solenne: «Se Gabriella fosse ancora viva», disse, «forse sorriderebbe. Potrebbe vedere quello che stiamo facendo con il nostro lavoro... e sarebbe orgogliosa di noi.» Elisa era diventata una oncologa. La sua missione non era solo curare, ma restituire dignità. Ogni giorno incontrava pazienti con tumori che affrontava con terapie mirate basate sul DNA, con micro-robot capaci di intervenire direttamente sulle cellule malate, con farmaci sintetizzati su misura per ogni individuo. Le malattie un tempo incurabili erano ora gestibili, in certi casi persino prevenibili. Diego, con la pelle segnata dal sole e gli occhi pieni di paesaggi lontani, parlò a sua volta. Era diventato un ingegnere ambientale. La natura, per lui, era sempre stata madre e maestra. Stiamo tentando di cambiare il mondo. Non è facile. Oggi esiste una maggiore tutela per gli animali, sono stati ampliati spazi verdi nelle periferie, sono state approvate leggi che vent'anni fa sembravano solo parole scritte al vento. Ma il cammino per abbattere l'inquinamento è ancora lungo. Troppo lungo, a volte. Ci sono giorni in cui sembra che tutto sia inutile. Eppure, quando vedo un bambino che può giocare in un prato pulito, o un fiume dove sono tornati i pesci, capisco che qualcosa sta cambiando. Gabriella ci avrebbe spinto ad andare avanti con coraggio e testa alta- Mi sembra di sentire la sua voce voi siete il cambiamento… Perché lei credeva fermamente che il futuro si costruisce, giorno dopo giorno» Poi fu Matteo a prendere la parola. Il suo sguardo, nuovo ma profondissimo, si illuminò. «Io sono nato nel buio. Non ho mai visto il volto dei miei genitori da bambino. Non conoscevo i colori, le luci, i tramonti. Ma la scienza mi ha donato ciò che pensavo perduto: la vista.» Il silenzio nella stanza divenne emozione pura. «Ora vedo. E con i miei occhi nuovi cerco di raccontare, ogni giorno, ciò che vedo nel mondo: progresso, riscatto, umanità. Ma anche le sfide che restano. Il mio programma radiofonico non è solo informazione: è una finestra sull'impossibile che diventa reale. Parlo con chi ha superato ostacoli, con chi inventa soluzioni, con chi trasforma il dolore in rinascita.» I tre rimasero un attimo in silenzio, gli occhi rivolti alla finestra. Fuori, il sole dorava le colline, e una leggera brezza muoveva i rami degli alberi. Il futuro sembrava meno distante, meno minaccioso. Forse perché qualcuno, tanto tempo prima, aveva avuto il coraggio di sognarlo. Elisa chiuse il diario con delicatezza, come si chiude un cerchio. «Ce l'abbiamo fatta», sussurrò. «E continueremo a farcela. Per te, per noi. Per chi verrà dopo.» E in quel momento, nella penombra dello studio, una luce calda, come un sorriso invisibile, parve avvolgere i tre nipoti. Forse, da qualche parte, Gabriella li stava ascoltando.

Ad un certo punto, un suono metallico e insistente interruppe la quiete. Un trillo familiare: il cellulare. Vibrava sul comodino, accanto a una tazza di tè ormai fredda, di ceramica smaltata dipinta a mano con piccoli fiori di campo – un regalo di sua madre, trent'anni prima. Gabriella aprì lentamente gli occhi. Si trovava nel suo letto, nella vecchia casa di campagna. Le lenzuola di lino grezzo, che amava perché profumavano di sole quando le stendeva fuori. Il cuscino conservava ancora la forma della sua testa. Accanto a lei, un libro di poesie aperto a metà. La luce del mattino filtrava dalle persiane, accarezzando i mobili con la sua morbida sfumatura dorata, mentre minuscole particelle di polvere danzavano lente nell'aria. Si mise seduta, ancora scossa. Il cuore batteva forte, troppo forte per essere appena sveglia. Guardò le sue mani: ancora giovani, ancora quelle di una donna che non aveva ancora visto i propri nipoti crescere. Poi guardò il diario accanto a lei. Era aperto, ma le pagine erano bianche. Nessuna parola. Nessun scritto per i suoi nipoti. Nessun 2045. Aveva sognato. Un sogno così vivido, così reale, da farle battere il cuore come se avesse vissuto davvero ogni scena. Rivedeva gli occhi di Elisa – quei suoi occhi verdi, da piccola così curiosi. Sentiva ancora la voce calma di Diego, il suo parlare lento e pensieroso. Rivedeva il sorriso luminoso di Matteo, quel sorriso che da bambino scioglieva ogni litigio. Sentiva le loro parole. La loro speranza. La loro forza. Portò una mano al petto, come a trattenere quel mondo immaginato prima che svanisse del tutto. «Erano così grandi», mormorò. «Così forti.» Si alzò lentamente, le gambe ancora deboli, e si avvicinò alla finestra. Scostòle persiane con gesto lento, come si apre il sipario su un palcoscenico. Fuori, la realtà era quella di sempre. La guerra imperversava nei notiziari – lesse il titolo del giornale sul tavolo: «Tregua violata, nuovi raid nel Donbass». Il clima dava segnali sempre più estremi – alla televisione in salotto parlavano dell'ennesima alluvione in Emilia Romagna. La gente correva, si ammalava, lottava. Nel cestino, una ricevuta dell'ospedale: un conto salato per una visita specialistica. Gabriella sospirò. Ma qualcosa era cambiato dentro di lei. Quel sogno era stato un messaggio. Un avvertimento, sì, ma anche una promessa. Forse il futuro non era ancora scritto. Forse toccava a lei – e a tutti quelli come lei – iniziare davvero a scrivere, con piccoli gesti, parole giuste, scelte coraggiose. Forse il diario non doveva essere letto dai suoi nipoti, ma scritto per loro. Adesso. Non aveva bisogno di aspettare il 2045. Poteva cominciare oggi. Poteva piantare un albero. Firmare quella petizione per il clima che aveva scaricato e poi dimenticato sul computer. Telefonare all'ospedale per informarsi sulle cure gratuite per chi non poteva pagare. Smettere di cambiare canale quando arrivavano le notizie di guerra. Gabriella prese la sua stilografica blu, quella che usava per le occasioni speciali, si sedette alla scrivania, aprì il quaderno. Le pagine erano lisce, immacolate, piene di possibilità. E iniziò finalmente a scrivere. La prima frase fu: «Oggi ho fatto un sogno. Un sogno strano, vivido, profondo. Non so se si avvererà. Ma ho capito che posso fare qualcosa perché accada.» Accanto alla scrivania, sulla mensola di legno, la vecchia eana di bronzo sembrava sorridere, i suoi occhi di vetro riflettendo la luce del mattino. Come a dire: «Finalmente.»

 

 

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