Le mattizie di Paolo. Rio '91: Il Petrolio, il Maracanã e il Fantasma di Pablito.

Pubblicato il 30 maggio 2026 alle ore 17:23

di Roberto Alicandri 

Marzo 1991. Il mondo degli affari internazionali era ancora quello delle telefonate intercontinentali, dei fax che sputavano carta a ogni ora del giorno e delle trattative che si concludevano più spesso a tavola che in una sala riunioni.

A Montecarlo, Paolo lavorava per la Monde-Export, uno dei principali trader internazionali nel settore del bunkeraggio navale, in rapporti costanti con il gigante brasiliano Petrobras. In quel mondo fatto di petroliere, porti e relazioni personali, il Brasile rappresentava una destinazione speciale. Talmente speciale che il suo principale aveva sempre sostenuto una regola ferrea:

«In Brasile ci vado solo io.»

Poi arrivò il matrimonio.

Appena sposato, il capo decise che per una volta avrebbe rinunciato alla trasferta tropicale. Una mattina convocò Paolo nel suo ufficio e gli comunicò la notizia con la naturalezza di chi sta assegnando una pratica qualsiasi.

«Si prepari. La settimana prossima parte lei per Rio de Janeiro.»

Cominciava così una delle settimane più surreali della sua vita.

La missione

Le istruzioni furono poche e molto chiare. Una busta, da consegnare a Rio. Massima discrezione. E, in caso di domande alla dogana, una risposta semplice: turista, venuto a divertirsi.

Paolo non fece domande. In quel mondo, certe cose non si chiedevano. Si facevano.

Rio de Janeiro e l'armadio

All'aeroporto di Rio ad accoglierlo c'erano Jalma, il referente locale della Petrobras, e un uomo che sembrava scolpito nel granito.

Si chiamava Armando.

Era alto, enorme, silenzioso. Non sorrideva mai, o almeno Paolo non lo vide sorridere in quei giorni. Si limitava a comparire puntualmente sotto l'albergo di Copacabana ogni mattina, con la stessa inesorabilità con cui sorge il sole. Non era un autista. O meglio, faceva anche l'autista, ma la sua presenza aveva un peso diverso: era quel tipo di rassicurazione che non si nomina e non si discute, come una porta blindata che non ha bisogno di spiegazioni.

Con Armando si parlava poco. Si stava. E in certi contesti stare è più di qualsiasi parola.

L'impatto con Petrobras fu immediatamente caloroso. Durante il primo incontro, Paolo ebbe l'idea di invitare a pranzo i dipendenti dell'ufficio. Erano circa venti persone. Tempo necessario per accettare l'invito: tre secondi. L'ufficio si svuotò con una velocità che ancora oggi meriterebbe uno studio scientifico.

Fu l'inizio di una lunga serie di pranzi, cene, incontri e relazioni costruite nel modo più brasiliano possibile: intorno a una tavola.

Il giorno del Maracanã

Tra un appuntamento e l'altro, Paolo chiese ad Armando di accompagnarlo in un luogo che per ogni appassionato di calcio equivale a una cattedrale.

Il Maracanã.

Non c'erano partite. Non c'era folla. Non c'erano cori. Solo l'immenso stadio vuoto, quella conca di cemento e silenzio che a vederla così, deserta, sembrava ancora più grande — come se avesse bisogno della folla per rimpicciolirsi, per tornare a misura d'uomo.

In tribuna, un uomo anziano sedeva solo a contemplare l'anfiteatro. Era uno dei custodi storici: aveva visto nascere lo stadio nel 1950 e ne custodiva la memoria come un archivio vivente. Dopo una piccola mancia, il vecchio iniziò a raccontare.

Parlò del Mondiale del 1950. Del leggendario Maracanazo. Di Pelé. Di Garrincha. Di Jairzinho. Di ogni impresa consumata in quel tempio. Aveva una voce lenta, da chi sa che le parole durano più dei mattoni, e Paolo lo ascoltò senza interrompere.

Ma notò una cosa.

Il custode evitava accuratamente di parlare del 1982. Saltava quell'anno come se non fosse mai esistito, come se qualcuno avesse strappato quelle pagine dalla storia del Brasile e nessuno avesse ancora deciso cosa metterci al posto.

Alla fine del racconto, il vecchio si fermò e chiese:

«E tu come ti chiami?»

Paolo rispose con naturalezza.

«Mi chiamo Paolo. Come Paolo Rossi.»

Per qualche secondo il tempo sembrò fermarsi davvero. Il vecchio lo fissò. Poi iniziò a scuotere lentamente la testa, gli occhi che andavano da qualche parte lontana — non a Paolo, non allo stadio vuoto, ma a quel pomeriggio di luglio a Barcellona, al Sarrià, a quei tre gol che avevano infranto il sogno della Seleção più amata di sempre.

Paolo salutò cordialmente e si allontanò con il passo leggero di chi, nel tempio del calcio brasiliano, aveva appena segnato senza nemmeno toccare il pallone.

La cena dei cinquantadue

L'ultima sera era prevista una semplice cena di saluto. Almeno sulla carta.

In pratica, l'invito si trasformò rapidamente in un evento collettivo. Ai dipendenti si aggiunsero mogli, parenti, amici e conoscenze varie. Quando tutti furono seduti, i presenti erano diventati cinquantadue.

Cinquantadue.

Paolo ricordò il consiglio del principale: paga tutto con la carta aziendale, con la svalutazione del cruzeiro risparmieremo una fortuna. Fu esattamente ciò che accadde.

Lambada e diplomazia internazionale

Dopo cena il gruppo si spostò in una discoteca di Ipanema. Era il periodo della Lambada — chiunque fosse stato in Brasile in quegli anni sa cosa significasse.

Tra musica, risate e bicchieri che continuavano a riempirsi, Paolo si ritrovò a ballare con una donna. Il marito, importante dirigente Petrobras, dormiva profondamente a pochi metri di distanza, con la testa appoggiata a un angolo del tavolo. La signora, decisamente allegra, continuava a ripetergli:

«Portami con te a Montecarlo.»

Paolo, con la diplomazia che la situazione richiedeva, continuò a sorridere e a ballare senza compromettere né la trattativa né il matrimonio altrui. Un risultato professionale di tutto rispetto.

L'alba di Copacabana

La serata terminò alle cinque del mattino. O forse, più correttamente, non terminò affatto.

Qualcuno lo trascinò sulla spiaggia di Copacabana. Il sole iniziava a sorgere sull'oceano. C'erano birre ghiacciate, tamburi, musica. Persone che ballavano come se il lunedì non fosse mai stato inventato, come se il tempo avesse smesso di scorrere nella direzione giusta e girasse invece in cerchio, sempre sullo stesso ritmo.

Bum-bum-bum.

Bum-bum-bum.

Bum-bum-bum.

Armando era lì anche quella mattina, in piedi a qualche metro di distanza, immobile come sempre. Non ballava. Guardava l'oceano con quegli occhi che non si capiva mai cosa stessero pensando. Poi, per un momento brevissimo, Paolo lo vide chiudere gli occhi e alzare leggermente la faccia verso il sole che saliva.

Fu l'unico gesto che gli vide fare in tutta la settimana che non somigliasse a un servizio.

Rio non aveva alcuna intenzione di dormire. E in quel momento Paolo capì che non era soltanto una città — era qualcosa che ti entra dentro mentre non stai guardando, mentre bevi una birra e il sole sorge e la musica non finisce mai.

Tornò a Montecarlo qualche giorno dopo. Portò con sé contratti, contatti e una cena da quasi tremila dollari che, grazie alla svalutazione della valuta brasiliana e a un tempismo perfetto, all'azienda costò molto meno del previsto.

Ma il vero bilancio di quella settimana non era economico. Era fatto di un custode del Maracanã ancora perseguitato da Paolo Rossi, di una lambada diplomatica a Ipanema, di Armando con la faccia rivolta al sole, e di un ritmo che certi mattini — ancora oggi — gli ritorna in testa senza preavviso.

Bum-bum-bum.

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