Gabriella Marfé vive e lavora in equilibrio tra il rigore della scienza e il potere della parola. Ricercatrice in Patologia Generale presso il Dipartimento di Medicina di Precisione dell’Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli", dedica la sua attività professionale allo studio dei meccanismi molecolari della vita e delle patologie oncologiche. Parallelamente alla carriera accademica e alle numerose pubblicazioni scientifiche internazionali, coltiva da sempre una profonda passione per la letteratura e la narrazione. Nei suoi scritti, lo sguardo analitico della scienziata si fonde con una spiccata sensibilità umanistica, esplorando le sfumature dell’animo umano con la stessa precisione con cui osserva i processi cellulari.
Attraverso la narrativa, Gabriella Marfé cerca di dare voce a ciò che i dati non possono spiegare, convinta che la scienza e il racconto siano due modi complementari per indagare il mistero della vita.
di Gabriella Marfé
Campo dei Fiori, sabato sera.
La movida è al suo apice. Un frastuono gioioso e assordante sale dalle strade acciottolate come un unico, vibrante caleidoscopio di suoni. I tavolini dei ristoranti straripano in ogni angolo, le sedie si toccano, le risa si sovrappongono in un groviglio di lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, giapponese, arabo. Gruppi di giovani si riversano dai bar con bicchieri di plastica colmi di birra e cocktail colorati, le loro risate si levano alte verso il cielo stellato. Hanno facce senza tempo, perse nell'attimo, bruciando la notte come se fosse l'ultima. L'aria sa di frittura, di birra versata sul selciato e di gustoso gelati. Qualche ragazzo urla il ritornello di una canzone che nessuno ascolta veramente. Una coppia si bacia appoggiata a una colonna di marmo, dimentica del mondo.
Al centro di questo tripudio di vita, la statua di Giordano Bruno si erge severa sul suo piedistallo di pietra nella piazza scintillante di luci quasi contrasto a quella sagoma scura. Il mantello di bronzo gli cade pesante sulle spalle, il cappuccio incornicia un volto pensieroso, da sempre severo. I suoi occhi di metallo scrutano la folla, le luci, il vociare e, per quattro secoli, è rimasto impassibile. Ma quella notte, qualcosa nei suoi occhi di bronzo sembra cambiare. C'è un luccichio diverso. Forse è solo il riflesso delle luci dei locali. O forse no.
Ma qualcosa, questa notte, è diverso. Un tuono improvviso, secco, squarcia l'aria. Non è un tuono. È un rombo che viene dalla statua di bronzo. Un gemito soffocato che si trasforma in un grido stridente, carico di una rabbia antica, insopportabile, esplosa dopo secoli di silenzio. I bicchieri tremano. Un cameriere lascia cadere una teglia. Il suono metallico si mescola al rombo della statua. La folla tace. I bicchieri restano a mezz'aria. Il brusio si spegne improvvisamente e sembra arrivare un soffio gelido. Giordano Bruno si muove. Il bronzo stride. Un piede si stacca dal piedistallo, poi l'altro. La statua scende, pesante e imponente, tra i tavolini, che vengono scostati in un rumore di ceramica e acciaio. I ragazzi indietreggiano, atterriti e affascinati, qualcuno cerca il telefono per filmare, qualcun altro scappa. Un ragazzo inizia a pregare in ginocchio. Una turista tedesca sviene. Il violinista di strada smette di suonare e guarda, con l'archetto ancora sospeso a mezz'aria. Il Frate di Nola, vivo e furibondo, non parla: urla. "COSA FATE?" La sua voce è più forte del vociare di prima, più forte della musica dei locali, più forte del brusio di tutta la città. Tutti sbiancano. Un ragazzo lascia cadere la bottiglia di birra, che si frantuma in mille schegge. Una ragazza scoppia in lacrime. Un uomo maturo, forse un professore, si fa avanti con rispetto, come davanti a una lezione di storia che non avrebbe mai immaginato di ricevere. Bruno non si ferma. Scende dal piedistallo e cammina tra la folla, che si apre come il mare davanti a lui. Agita le braccia di bronzo, il mantello sferraglia. "Avete visto cosa sta succedendo al mondo?" tuona, mentre le sue dita indicano un cielo che nessuno sembrava guardare. "I mari che ribollono di plastica, l'aria che diventa veleno, i ghiacciai che piangono morendo. La terra che brucia di febbre. E voi… voi siete qui! A bere. A ridere. A gonfiarvi di nulla!" Agita un braccio verso i locali stracolmi. Verso le risate vuote. Verso l'alcool che scorre come fiume di oblio. "Guardatevi!", prosegue, indicando un gruppo di ragazzi che si fanno selfie. "Guardate come siete ridotti. Specchi vuoti che riflettono solo sé stessi." Poi si ferma. Il suo volto di bronzo si contrae. Non è più solo rabbia. È dolore. È memoria. È la ferita che non si è mai chiusa. "Vi racconto la mia storia", dice, e la sua voce si fa calma, quasi sommessa. Ma è una calma che spaventa più del grido. "Voi sapete chi sono. O forse lo avete dimenticato." La sua voce si fa più bassa, più intima, ma non meno tagliente. "Mi chiamo Giordano Bruno. Sono nato a Nola, nel 1548. Sono stato domenicano, filosofo, astronomo, eretico." Un brusio di sgomento. Qualcuno mormora: "Il frate bruciato". Un'altra voce: "Il filosofo". Si avvicina a un gruppo di giovani. Uno di loro, un ragazzo con i capelli lunghi e una maglietta di una band rock, lo guarda con occhi sgranati. "Ho osato pensare con la mia testa. Ho osato dire che l'universo è infinito, che le stelle sono altri soli, che Dio è più grande di quello che i preti raccontano nelle loro chiese d'oro. Ho osato leggere, studiare, dubitare, proporre." La sua voce si gonfia di orgoglio antico. "Mi hanno offerto la ritrattazione", continua, "Mi hanno promesso la vita, il perdono, il silenzio. Ho rifiutato. Ho detto: 'Non posso tradire la verità. Non posso tradire me stesso'." "Per questo, mi hanno cacciato da ogni dove. Per questo, hanno bruciato i miei libri. Per questo, dopo otto anni di prigione, anni di catene, di silenzio, di torture... mi hanno portato qui." Indica il selciato sotto i piedi dove i giovani, i turisti si riuniscono. "Qui. In questo stesso campo. Il 17 febbraio del 1600. Mi hanno spogliato nudo, legato a un palo di ferro, e mi hanno dato fuoco." Proprio qui indicando con il dito il luogo del suo martirio. Il silenzio è diventato tomba. Qualcun altro guarda il selciato come se potesse ancora vedere i segni della brace. "L'ultima cosa che ho sentito, prima che il fumo mi soffocasse, è stata la voce del boia che mi gridava di abiurare. E io ho voltato la testa. Non perché fossi orgoglioso. Ma perché la verità non si abiura. " Un brivido percorre la folla. "Il fuoco brucia la carne", aggiunge, "ma non brucia le idee. Le idee non volano via con il fumo ma trovano altre teste, altri cuori, altre voci." Poi di nuovo la sua voce cambia tono.
"E io ho dato la vita per le mie idee! " grida, battendo un pugno di bronzo sul petto. Il suono è cupo, metallico, come un rintocco funebre. "Sono morto tra le fiamme per un mondo migliore, per un sapere libero, per uomini e donne che potessero pensare con la loro testa senza avere paura di finire bruciati!" Si volta e osserva la movida. I bicchieri mezzi pieni. I selfie che qualcuno ancora prova a scattare di nascosto. "E voi?", chiede, con disprezzo. "Voi cosa state costruendo? Cosa state difendendo? Voi siete qui. A gingillarvi mentre il mondo brucia." La parola "gingillarvi" esce come un colpo di scudiscio. "Vi sembra questa la vera libertà? Una serata ubriaca tra bicchieri di plastica e musica volgare?" "Guardate i vostri eroi attraverso uno schermo che vi fornisce una realtà virtuale edulcorata", grida, indicando i telefoni. "Cantanti che non sanno scrivere una frase, calciatori che non conoscono la storia, influencer che vendono felicità fasulla." Si avvicina a un gruppo di ragazzi che ridevano prima. Ora tremano. "Mentre il mondo sta andando a pezzi, voi alzate i calici. Bruciare sul rogo, per me, è stato un attimo. Un attimo di dolore. Voi, invece, vi state bruciando piano la vostra vita, il vostro futuro tra una risata ed una sbornia per non pensare per non riflettere. Ma siete sicuri che questa sia vita. E poi Bruno alza un braccio verso il cielo, come a convocare testimoni invisibili. "Guardate!", grida. "Alzate gli occhi! Cosa vedete? Stelle? Sono gli stessi cieli che io ho sognato. E voi li usate solo come sfondo per le vostre foto." "Guardate cosa stanno facendo al mondo. Guerre. " La voce diventa amara. "Ucraina, Palestina, Sudan, Myanmar. Bambini che non sanno cosa sia una scuola, madri che seppelliscono figli, padri che diventano soldati per disperazione. Genocidi. Nomi che non ricordate più: Rwanda, Srebrenica, Darfur. E oggi, ancora, ovunque, l'uomo che uccide l'uomo perché parla una lingua diversa o prega un dio diverso." "E voi bevete", sussurra, con disprezzo. "Bevete per dimenticare. Ma la memoria è sacra. Cosi non costruite nessun futuro per voi e i vostri figli. Vivere solo l’attimo che passa questa è la vostra filosofia. Si ferma. Abbassa la voce, ma la rende più tagliente."Ed intanto i padroni del mondo che non sono altro che pedofili ed assassini: uccidono, stuprano e voi? Le parole esplodono come una bomba. La folla sussulta. Qualcuno trattiene il respiro. Tu, cardinale, che nascondi abusi dietro la tonaca. Tu, banchiere, che finanzi guerre con il sangue dei poveri. Tu, politico, che approvi leggi per proteggere i tuoi amici e lasci morire i bambini nei barconi. Voi governate un mondo che sta soffocando, e intanto, qui, la gente beve e balla." "Il vostro Dio non è più nei cieli", prosegue, "È nei vostri portafogli. E il vostro inferno è sulla terra che sta soffocando sotto una quantità enorme di plastica, di cemento, e voi continuate a bere e mangiare per riempire il cervello di vuoto e l'anima di silenzio ma sapete qual è la più grande eresia di oggi?", chiede, con un sorriso amaro. "Non è negare Dio. È negare l'umanità. È guardare un migrante che annega e pensare 'non è un problema mio'. È vedere un bambino che muore di fame e pensare 'non è colpa mia'." Bruno alza lo sguardo al cielo, poi lo riabbassa, più calmo, quasi stanco. La voce diventa più bassa, ma non meno potente. "I vostri figli vi odieranno e vi malediranno perche non gli lascerete un futuro ma solo un vuoto assoluto. Nessun ideale per cui combattere, nessuna conoscenza per cui studiare ma solo video che non raccontano la vera realtà del mondo. "Non sono sceso per spaventarvi. Sono sceso perché non posso più tacere. Io ho taciuto per quattro secoli. Ma la mia pazienza ha un limite." "E il limite è questa notte", aggiunge. "Il limite è vedere la mia piazza diventare una bettola. Il limite è vedere i miei libri sostituiti da schermi." Fa un passo verso i giovani. Ora parla come un nonno ai nipoti smarriti. "Non vi chiedo di smettere di vivere. Vi chiedo di svegliarvi. La vostra movida è bellissima, ma non può essere l'unico fuoco che conoscete. Quasi sussurando continua:
Lottate per il domani. Per quelli che verranno dopo di voi. Per un mondo che non conosca più odio, ma solo pace e giustizia per ogni uomo, per ogni donna, per ogni bambino e quando tornate a casa, spegnete il telefono e leggete un libro una poesia. Anche una sola pagina. Poi chiudete gli occhi e pensate a come potreste cambiare il mondo con una lotta pacifica. La vostra ribellione non deve essere violenta. Deve essere silenziosa, paziente, ostinata. Come un'idea che cresce. Spegnete il telefono e chiedetevi chi comanda e perché. Non accontentatevi di briciole. Lottate. Per l'aria. Per l'acqua. Per i bambini che non hanno colpa. Per i vecchi che fanno fatica. E non abbiate paura di essere soli", aggiunge. "La solitudine dei pensatori è più calda dell'abbraccio degli stupidi. Io ero solo. Solo contro il papa. Solo contro l'impero. Solo contro il mondo. E ho vinto. Le mie idee sono ancora qui. I miei nemici sono cenere." Non dimenticate questa notte. Non lasciate che le vostre idee muoiano per paura, vigliaccheria ed ipocrisia. " Una giovane donna si fa avanti. Ha gli occhi lucidi. "Maestro", chiede, "cosa possiamo fare, noi, gente comune?" Bruno la guarda. Il bronzo si ammorbidisce, quasi sorride. Spegni una luce che non serve. Butta via una plastica in meno. Leggi una pagina a un bambino. Ascolta qualcuno che la pensa diversamente da te. Cambia te stessa. E il mondo, lentamente, seguirà. Poi fa un passo indietro ed il bronzo stride di nuovo. Lentamente, si arrampica sul piedistallo, riprendendo la sua posizione. Ma il suo volto non è più severo. È un volto umano, stanco, dolente. "Ne vale la pena. Credetemi. Ne vale la pena. E ricordate", dice, prima che il bronzo torni immobile. "Io non sono una statua. Sono le vostre domande. I vostri dubbi. Le vostre ribellioni. Finché ci sarete voi, ci sarò anch'io." E poi ricordate non chiamiamo democrazia il diritto di scegliere quale marca di scarpe comprare o quale vestito indossare. Chiamiano democrazia il diritto ad una informazione reale e non manipolata. Non chiamiamo giustizia le leggi che proteggono i ricchi e puniscono i poveri." E ricordate il silenzio è la peggiore delle menzogne. Perché chi tace, acconsente. Chi tace, diventa boia." Poi, più piano. "Non serve a nulla essere liberi se non sapete cosa fare della vostra libertà." Si volta verso i giovani. Ma ricordatevi di me, non come una statua. Ricordatevi di me come di un uomo che ha avuto paura, che ha tremato davanti al fuoco, che ha pianto nella cella. Ma che non ha tradito se stesso." Il coraggio", aggiunge, "non è non avere paura. È avere paura ed andare avanti comunque. Io avevo paura. Tremavo. Pregavo. Ma non ho indietreggiato." Poi, un ultimo grido, più lieve. "E se vi capiterà di passare di qui, levate gli occhi. Non guardate me. Guardate il cielo e pensate sempre con il vostro cuore e con la vostra testa. Ed ora, conclude, posso tornare ad essere una statua ma continuerò a vivere nei vostri dubbi, nelle vostre domande, nel vostro coraggio, se lo troverete. Un violinista ricomincia a suonare, ma non una canzone allegra, un requiem quasi una preghiera. Campo de' Fiori, quella notte, non fu più lo stesso luogo. In quella notte, le parole di Giordano Bruno non si dispersero nel vento. Trovarono un cuore che le accolse, le fece proprie, e le consegnò al futuro.
Il Grido di Giordano Bruno trasforma Campo de’ Fiori in un potente simbolo del nostro tempo. La statua del filosofo nolano prende vita e, attraverso un lungo monologo carico di rabbia e dolore, interroga una società spesso distratta, consumistica e incapace di ascoltare davvero il mondo che la circonda.
Un racconto intenso e provocatorio che restituisce a Giordano Bruno la voce eterna del dubbio, della libertà di pensiero e della responsabilità umana.
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