di Bruno Marfé
Marguerite Yourcenar intitolò una sua raccolta di saggi Le temps, ce grand sculpteur — il tempo, questo grande scultore. Pensava alle statue greche, all'erosione come forma involontaria di bellezza, al modo in cui i secoli modellano ciò che sopravvive. Era il 1983, e Yourcenar ragionava sulla materia visibile: il marmo che si consuma, il bronzo che si ossida, il volto che perde i tratti originali e ne acquista di nuovi, non previsti dallo scultore. Ma il tempo non scolpisce solo ciò che si può toccare. Scolpisce anche l'invisibile. E a volte lo conserva.
È quello che ha dimostrato, nell'aprile del 2026, uno studio pubblicato su npj Heritage Science da un gruppo di ricercatori guidati da Elena Klenina dell'Università Adam Mickiewicz di Poznań. Gli archeologi avevano analizzato i depositi mineralizzati all'interno di vasi da notte in terracotta rinvenuti a Novae e Marcianopolis, due insediamenti militari romani nella provincia della Moesia Inferior, lungo il basso Danubio, nell'attuale Bulgaria settentrionale. Reperti umili, funzionali, senza alcuna pretesa estetica. Eppure capaci di raccontare qualcosa che nessuna fonte scritta aveva mai detto.
Nelle incrostazioni formatesi da urina e feci nel corso di quasi duemila anni, i ricercatori hanno trovato uova di tenia, tracce di Entamoeba histolytica — responsabile della dissenteria amebica — e, soprattutto, Cryptosporidium parvum. Quest'ultimo è un parassita protozoo che si trasmette all'uomo attraverso acqua o suolo contaminati da animali infetti. A Novae, l'acqua veniva prelevata direttamente dal Danubio. I campi attorno alla città venivano concimati con i rifiuti umani. Le condizioni per la diffusione c'erano tutte, anche se nessuno allora aveva gli strumenti per vederlo.
Il dato che ha sorpreso i ricercatori non era la presenza del parassita in sé, ma la sua collocazione nel tempo. Le evidenze precedenti lo associavano principalmente all'America Centrale, in coproliti antichi risalenti al VI-VIII secolo d.C. L'ipotesi prevalente era che la sua storia europea fosse relativamente recente. I vasi di Novae hanno spostato quella storia indietro di secoli, collocandola nel cuore di un Impero che si estendeva dal vallo di Adriano ai deserti della Mesopotamia, e che lungo le sue frontiere raccoglieva uomini, merci, animali — e, inevitabilmente, microorganismi — da tutto il mondo conosciuto.
Penso a questo mentre immagino un medico di nome Eutyches nella sua stanza a Rimini, nel 260 dopo Cristo. Gli strumenti sono sul tavolo — bisturi, sonde, pinze, il cyathiscomela per estrarre punte di freccia dai tessuti profondi. Sul pavimento, un mosaico con Orfeo che ammansisce le fiere: non decorazione, ma funzione, perché in un mondo senza anestesia anche l'immagine curava, riduceva la paura, preparava il paziente all'intervento. Poi arrivano gli Alamanni. Il fuoco, il crollo, la polvere.
Per quasi duemila anni, quella stanza rimane esattamente com'è stata lasciata nell'ultimo istante utile. Nel 1989, i lavori per un parcheggio sotterraneo la restituiscono alla luce. Gli archeologi si trovano davanti a qualcosa che non assomiglia a nessun altro ritrovamento dell'antichità: non resti sparsi, non frammenti rielaborati dal tempo, ma un ambulatorio intatto. Oltre centocinquanta strumenti chirurgici nello stesso luogo, nello stesso contesto operativo. Il corredo medico più vasto mai portato alla luce dal mondo romano.
La Domus del Chirurgo, come viene chiamata, è oggi visitabile a Rimini, in piazza Ferrari. Si osserva dall'alto, su passerelle sospese, uno spazio che non dà la sensazione di un passato ricomposto ma di una interruzione: qualcuno stava lavorando, e non è più tornato. È un'esperienza opposta a Pompei — non la vastità della città seppellita, non la moltitudine dei corpi e degli oggetti, ma la concentrazione di un gesto solo, fermo nel momento preciso in cui stava accadendo.
Eutyches e i soldati di Novae non si sono mai incontrati. Rimini e il basso Danubio erano province diverse di uno stesso impero, separate da giorni di marcia e da esperienze quotidiane molto distanti. Eppure raccontano la stessa storia, vista da due angolazioni complementari.
I vasi di Novae mostrano il paziente: il corpo romano nella sua fragilità biologica, esposto alle acque del Danubio, al suolo contaminato, agli animali con cui conviveva quotidianamente. Mostrano le malattie che circolavano lungo le frontiere dell'Impero senza che nessuno potesse nominarle con precisione — la dissenteria che svuotava le guarnigioni, la tenia che abitava i corpi di chi mangiava carne mal cotta, il Cryptosporidium che causava diarrea e disidratazione e che fino a poco fa credevamo ignoto all'Europa romana.
La Domus del Chirurgo mostra la risposta: le mani che cercavano di intervenire, gli strumenti che traducevano una tradizione medica ellenistica in gesti concreti su corpi concreti, la logistica di una pratica organizzata che aveva la sua farmacologia, i suoi contenitori con iscrizioni in greco, il suo spazio pensato anche per la mente del paziente oltre che per il suo corpo. La medicina romana non era una medicina approssimativa in attesa di quella moderna. Era una medicina diversa, con i suoi limiti precisi e, in certi ambiti, una competenza tecnica che stupisce ancora oggi.
Tra i due luoghi c'è tutta la distanza che esiste tra capire una malattia e curarla. Una distanza che la medicina moderna ha ridotto ma non del tutto eliminato, e che i romani attraversavano ogni giorno con gli strumenti che avevano.
Quello che accomuna i due ritrovamenti è però qualcosa di più sottile: entrambi ci sono stati restituiti non dalla grande storia, ma dall'umile tenacia della materia. Un vaso da notte. Un pavimento crollato. Oggetti che nessuno avrebbe pensato di conservare, e che il tempo ha conservato lo stesso, per ragioni sue.
Yourcenar, nel saggio che dà il titolo alla raccolta, scriveva delle statue greche danneggiate dai secoli, di come la rottura di un naso o la perdita di un braccio a volte conferisse a una scultura una grazia che l'originale non aveva. Il tempo come co-autore involontario. Lo stesso principio, applicato non al marmo ma alla terracotta, non alla bellezza ma alla malattia, restituisce qualcosa di simile: una conoscenza che l'originale — il mondo romano nel suo farsi — non aveva ancora. I soldati di Novae non sapevano di avere il Cryptosporidium. Eutyches non poteva vedere i parassiti nei corpi che cercava di curare. Noi sì, adesso, grazie a strumenti che sono figli del nostro tempo e non del loro.
C'è qualcosa di malinconico in questa asimmetria, e qualcosa di affascinante. La storia non mente, scrive Antonio Demarco su Quora in un suo pezzo recente su questo stesso ritrovamento. Ma talvolta tace. E aspetta che qualcuno impari a interrogarla nel modo giusto. I vasi di Novae hanno taciuto per quasi duemila anni. La Domus del Chirurgo di Rimini ha taciuto altrettanto. Poi la scienza moderna ha trovato le domande giuste, e il tempo ha risposto.
Vale la pena andare a Rimini a vedere la Domus. Non perché sia spettacolare — non lo è, nel senso in cui lo è Pompei. Non c'è vastità, non c'è la forza d'urto della città intera seppellita sotto la cenere. C'è qualcosa di più quieto e forse più duraturo: uno spazio che qualcuno aveva pensato per curare, fermo nell'istante in cui la cura è stata interrotta. Gli strumenti sul tavolo. Il mosaico di Orfeo sul pavimento. E la sensazione, guardando dall'alto su quelle passerelle sospese, di essere arrivati un momento troppo tardi — o duemila anni troppo tardi, che alla fine è la stessa cosa.
Note
La Domus del Chirurgo si trova in piazza Ferrari a Rimini. Ingresso libero. La collezione degli strumenti chirurgici è esposta al Museo della Città (Via Luigi Tonini, 1).
Lo studio sui vasi romani di Novae: Klenina et al., "Analysis of Roman chamber pots to understand the health of the lower Danube inhabitants", npj Heritage Science, aprile 2026.
Marguerite Yourcenar, Le temps, ce grand sculpteur, Gallimar
Aggiungi commento
Commenti
Il testo mette in relazione due scoperte archeologiche per raccontare un aspetto poco visibile del mondo romano: il rapporto tra malattia e cura.
Da un lato, nei vasi da notte di Novae sul basso Danubio, sono state trovate tracce di parassiti come Cryptosporidium parvum e Entamoeba histolytica, prova che infezioni diffuse colpivano le comunità romane molto prima di quanto si pensasse. Dall’altro, la Domus del Chirurgo mostra una medicina avanzata per l’epoca, con strumenti e pratiche chirurgiche organizzate.
Il confronto evidenzia la distanza tra l’esposizione alle malattie e la capacità di curarle. A unire questi due mondi è il tempo, che — come suggeriva Marguerite Yourcenar — non solo consuma, ma conserva tracce invisibili, permettendo oggi di comprendere ciò che i romani non potevano vedere.