Esistono uomini che diventano leggenda non per quello che hanno urlato, ma per l’eco che lasciano nel silenzio di chi resta. Enzo Aprea era uno di questi. Per molti, il suo nome è oggi un’insegna sulla Biblioteca Comunale di Torre del Greco; per me, Enzo è un viaggio iniziato tra le pagine introvabili di un libro e terminato davanti alla cenere di una sigaretta che cade su un maglione blu.
di Bruno Marfé
La Memoria di Paolo
Il mio incontro con Enzo è avvenuto di riflesso, attraverso le parole del mio vecchio amico Paolo. Erano diventati conterranei dopo che la famiglia di Enzo era fuggita dall’Istria, legati da quel cordone ombelicale invisibile che unisce chi è cresciuto all'ombra del Vesuvio. Enzo era lo zio dell'amico di sempre di Paolo, colui che fisicamente lo accompagnava ovunque.
Ma se Paolo è la voce che narra, il nipote è il custode del silenzio. Un riserbo che non è mancanza di memoria, ma eccedenza di dolore; un dolore che si manifesta anche mettendo a disposizione una dedica di Enzo al nipote. È un silenzio sacro, che Paolo rispetta con timore reverenziale, evitando di svelare troppo per non ferire chi ha vissuto quell'agonia da vicino.
Cronista di razza e il "Mestieraccio"
Prima che il corpo diventasse una gabbia, Enzo era stato un "marcatore di territorio" del giornalismo più crudo. Negli anni Settanta, a Palermo, aveva respirato il piombo degli omicidi di mafia ed era stato amico intimo di Mauro De Mauro. La sua prova di fuoco arrivò il 2 agosto 1980: quando la stazione di Bologna fu sventrata, Enzo era lì a raccontare in diretta l'orrore.
Era il "Mestieraccio", come amava definirlo lui stesso: un lavoro che non conosce orari, fatto di corse improvvise e verità spesso "intiepidite" dai capiredattori. Una passione che lo portò persino nel Belice, dove solo uno spintone dell'amico operatore Matteo lo salvò dal crollo di una panetteria durante il terremoto del '68.
L'incontro con l'editore: Carlo Mancosu
Proprio la ricerca del libro di Enzo mi ha portato a scoprire il legame con il suo editore, Carlo Mancosu. Carlo mi ha raccontato di come Maurizio Costanzo gli propose di incontrare Enzo nel 1989. Si incontrarono a Nepi e Carlo rimase affascinato da quel cronista che voleva ancora narrare la propria "travagliata vita" nonostante la malattia avanzasse.
Si vedevano quasi ogni giorno. Carlo andava a trovarlo per stimolarlo, ma Enzo non ne aveva bisogno: la sua voglia di vivere superava ogni aspettativa. Scriveva con due protesi meccaniche - quelle della sua amata "officina" di Budrio - orgoglioso di poter ancora usare le mani per battere i tasti. Il ricordo più nitido di Carlo risale al 1991, quando finalmente il libro fu stampato. Enzo, vedendo la sua opera finita, avercela fatta contro ogni previsione medica e fisica, scoppiò in un pianto di gioia irrefrenabile. In quel volume c'era la prova che la sua mente era rimasta libera, capace di superare i confini di un corpo che lo stava tradendo.
Vorrei: il bianco del dolore
Nel dialogo con Carlo emerge la genesi della ribellione che Enzo affidava alla poesia. In ospedale, Enzo identificò il dolore con il bianco: lenzuola, pareti, camici e persino la neve fuori dalla finestra.
Vorrei
Vorrei
una corsia
di letti rossi, verdi e gialli,
azzurri e rosa,
per far festa
alla morte come sposa.
Ed ottoni sorridenti
curvi sul corpo rotto di un uomo,
con camici variopinti,
di voile, di chiffon, di seta pura,
per far festa alla morte senza paura.
E muri
disegnati dai pittori più grandi,
da Giotto a Raffaello,
da Piero della Francesca a Giorgione,
per cancellare il bianco del dolore.
E noi alla morte,
per una sola volta,
senza il suo colore.
L’Ultimo Atto: Limone sul Garda e la sigaretta di fumo
Il cuore del racconto ci riporta a quell'estate del 1987 a Limone sul Garda. Paolo ricorda l'incontro commovente e terribile con Enzo: un tronco d'uomo su una sedia a rotelle, senza più gambe né braccia. Eppure, splendeva una dignità incrollabile. Enzo lo riconobbe subito e, con quel tono verace che la malattia non era riuscita a spegnere, esclamò: «Uè guagliò, che fai ccà?».
Aveva la sigaretta in bocca; non potendo muovere le mani, la cenere cadeva lenta sul suo pullover blu, macchiandolo. Quella sigaretta fu la sua ultima trincea. Carlo Mancosu ricorda con emozione l'ultimo respiro di Enzo all'Umberto I di Roma, poco dopo un trasferimento d'urgenza da Bologna in eliambulanza. Poco prima di entrare in sala iperbarica, Enzo sussurrò all'orecchio del suo editore: «Carlo, cazzo! Non hai capito che sto morendo? Accendimi 'sta sigaretta!».
Carlo non seppe negargliela. Poche ore dopo, Enzo esalò l'ultimo respiro.
Conclusione
Enzo Aprea ci ha lasciati nel 1991, portando con sé quel dolore indomito. Voleva "far festa alla morte senza paura", strappandole quel lenzuolo bianco che cercava di avvolgerlo prima del tempo. Quel pullover blu sporco di cenere non era solo un indumento; era la sua resistenza.
Oggi la sua città gli dedica una biblioteca, ma per noi che abbiamo ascoltato i racconti di Paolo e il ricordo di Carlo, Enzo resta l'uomo sul lungolago: un'anima immobile che inseguiva la libertà, una sigaretta alla volta, sotto un cielo che sapeva già di eternità.
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Commenti
"ZIO ENZO"....
Carlo cavolo non sapevo fossi stato così vicino ad Enzo Aprea...uffa mi ha commosso, povero Enzo Sapres
Carlo cavolo non sapevo fossi stato così vicino ad Enzo Aprea...uffa mi ha commosso, povero Enzo Aprea
Bruno, mi sono commosso nel leggere quello che hai scritto di mio Zio. Mi hai fatto rivivere quei momenti bellissimi accanto a lui. Grazie.