L’uomo che inseguiva il Pibe. L’estate immortale del 1987 di Paolo.

Pubblicato il 4 maggio 2026 alle ore 09:25

di Bruno Marfé 

L’uomo che inseguiva il Pibe: l’estate immortale del 1987 di Paolo

Dalla Val Gardena all’epifania di Brescia: la straordinaria odissea di un tifoso che osò stringere la mano al destino — e non la lavò per giorni

Ci sono anni che non passano. Anni che restano conficcati nella carne della memoria come schegge di luce, anni che dividono il tempo in un prima e un dopo. Il 1987 fu uno di questi. Per Paolo — e per ogni anima che portasse nel petto il sacro fuoco dell’azzurro — fu l’anno in cui la storia del calcio mondiale si inchinò a Napoli, la città che aveva sempre meritato tutto e ricevuto troppo poco. Il Napoli era Campione d’Italia. Il mondo, finalmente, aveva ritrovato il suo asse.

Mentre il grande Ferlaino — uomo di rara visione, che sapeva scegliere senza bisogno di consulenti né di oracoli — plasmava una squadra destinata alla leggenda, Paolo viveva la sua vita a Montecarlo. Ma il sangue azzurro, si sa, non conosce confini né distanze. Prima o poi, chiama. E quando chiama, bisogna rispondere.

 La famiglia, la montagna e il primo segno del destino

Quell’estate la famiglia aveva parlato chiaro: la montagna. Andrea aveva appena due anni, Roberto cinque, e il medico aveva emesso la sua sentenza inappellabile: “Basta mare, portali in quota”. Paolo, da padre amorevole e tifoso instancabile, aveva tentato il colpo magistrale: Madonna di Campiglio, sede del ritiro del Napoli Campione. Tutto esaurito. Il destino, si sa, ama i percorsi tortuosi.

Si ripiegò sulla Val Gardena — ma con un piano di guerra già pronto. Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni pretesto era buono per infilare i bambini in macchina e lanciarsi alla caccia degli eroi. Fu lì, sotto il cielo terso delle Dolomiti, che il piccolo Andrea — due anni appena, gli occhi spalancati sul mondo — vide per la prima volta nella sua vita Antonio de Oliveira Filho, detto Careca. Paolo lo sollevò di peso, commosso come se stesse officiando un rito sacro: “Vedi, Andrea? Quello è Careca!”. Il bambino, quasi percependo la grandezza sovrumana dell’atleta, aprì la bocca e sentenziò con disarmante saggezza: “Bello, bello!”. Aveva ragione. Era l’inizio di un pellegrinaggio epico, che avrebbe portato Paolo fin nei posti che “manco sulla carta geografica si trovano”.

La conquista di Lodrone: quando la fede sposta le montagne

Quando la carovana azzurra si spostò a Lodrone — un pugno eroico di case aggrappate alla provincia bresciana, ignaro di stare per diventare per qualche giorno l’ombelico del mondo del calcio — Paolo non ebbe un attimo di esitazione. Bisognava esserci. Bisognava vedere l’arrivo del Pibe di Oro. Era una questione di onore, di fede, di destino.

Telefonò all’Hotel Castello. Risposta: “Tutto pieno, c’è la squadra”. Un ostacolo. Nulla di più. Paolo coosceva l’arte della diplomazia coniugale: “Senti”, disse alla moglie con la delicatezza di un generale che affida una missione impossibile al suo agente migliore, “chiama tu. Fai la voce pietosa, dì che abbiamo due bambini piccoli, che ci stringiamo in una stanza”. La strategia funzionò. Naturalmente.

Lodrone si rivelò un luogo al tempo stesso surreale e magico: un campetto perfetto — verde, curato, quasi irreale — circondato da una baracca-spogliatoio che aveva il sapore grezzo e glorioso delle origini. Paolo ricorda ancora con reverenza Azeglio Vicini, il CT della Nazionale italiana, giunto fin lì a rendere omaggio ai nuovi signori del calcio. E ricorda Careca, impegnato nei suoi esercizi di riabilitazione con la concentrazione solenne di un atleta che sa di valere oro, apostrofato improvvisamente da un tifoso con una domanda di sublime follia partenopea: “Si’ ’a zuccheriera ’e Napule, Antonio de Oliveira Filho?”. Il grande brasiliano, che di italiano non masticava una sola, misericordiosa parola, lo fissò con lo sguardo di chi ha appena incontrato una creatura proveniente da un altro universo.

Poi, nel cuore palpitante della notte, arrivò Lui.

Diego Armando Maradona apparve come un’apparizione, con una Ferrari Testarossa nera e una fascia azzurra sulla fronte — quasi un diadema da guerriero stanco. Paolo era lì, immobile, il cuore in gola, la macchina fotografica a rullino puntata come un’arma sacra. Ma il Pibe era esausto, consumato dalla gloria: “Domani, domani…”. Bastò un saluto, un cenno, una frazione di secondo di contatto con la leggenda. Bastò e avanzò per non farlo dormire fino all’alba.

Il miracolo di Brescia e la mano che non si poteva lavare

Ma il vero, assoluto, definitivo colpo di teatro — quello che avrebbe consegnato Paolo alla storia personale dell’epopea azzurra — doveva ancora venire. E venne a Brescia, naturalmente, perché il destino ha sempre il senso del palcoscenico.

Paolo era in città per ragioni professionali, per incontrare un armatore. Ma quella sera si giocava Brescia-Napoli di Coppa Italia, e non esiste armatore, contratto o impegno al mondo che possa competere con una simile chiamata. Il problema era logistico: la città era paralizzata da una fiera colossale, gli alberghi sbarrati, i portieri corazzati di dinieghi. Paolo entrò in un hotel del centro con la determinazione di un condottiero che non conosce la parola ritirata.

Il portiere scosse il capo. Paolo sbirciò il registro della reception. E lì, in quella lista di nomi, il cosmo gli sorrise: Bianchi, Bruscolotti, Bagni…

 “Stanno tutti qui!”

Non esisteva fiera capace di smuoverlo. “Non mi interessa dove mi mettete, dormo pure in una vasca da bagno, ma io da qui non esco”. Lasciò documenti e chiavi dell’auto sul bancone — pegni di una fede incrollabile — e si precipitò allo stadio. In tribuna, la provvidenza volle che Maradona, appena rientrato dall’Argentina dopo la nascita della figlia — Jana, o forse Giannina: i ricordi di quella notte hanno le loro, comprensibilissime priorità — si accomodasse esattamente tre file dietro di lui. Paolo assistette alla vittoria del Napoli e alla tripletta di Giordano con la serenità olimpica di chi sa di essere nel posto giusto, nell’unico posto possibile, ignorando sovranamente gli insulti dei tifosi locali.

Al ritorno in albergo, il portiere lo accolse con un sorriso trionfale: “Abbiamo trovato una stanza”. Come se ci fosse mai stato il minimo dubbio.

Ma il capolavoro assoluto attendeva ancora. Paolo si sedette a cena in un tavolino d’angolo — posizione strategica, quasi prescelta dal fato — proprio accanto alla maestosa tavolata della squadra. Con la lungimiranza del grande manovratore, e con la modica cifra di diecimila lire affidate nelle mani provvidenziali di un cameriere compiacente, riuscì a far firmare il menù a ogni singolo giocatore. Un documento di storia. Una reliquia.

Poi, d’un tratto, il silenzio. Entrò Diego.

Paolo sentì le gambe cedere sotto il peso di quel momento. Ma dentro di lui qualcosa — la fede, il coraggio, l’azzurro nel sangue — lo spinse in avanti. Si avvicinò. E in un sussurro che conteneva tutto — l’ammirazione di una vita, la gioia di un popolo intero, il peso dolcissimo di un’estate irripetibile — gli disse: “Diego, complimenti per la bambina, tanti auguri”.

Maradona lo guardò. Sorrise. Gli strinse la mano.

Ancora oggi, a distanza di decenni che sembrano un battito di ciglia e un’eternità insieme, Paolo lo racconta con la stessa, intatta, commovente luce negli occhi. Quella mano — quella mano che aveva toccato Dio, o qualcosa di molto simile — per giorni non ebbe il coraggio di essere lavata. Perché Paolo aveva fatto qualcosa di più che assistere a una partita, di più che ottenere un autografo, di più che stringere la mano a un campione. Aveva portato con sé, fin dentro la sua vita di padre e di lavoratore e di uomo, un frammento luminoso e imperituro di quell’azzurro infinito che aveva cambiato per sempre la storia di una città, di un popolo, e — in quella magica, impossibile estate del 1987 — anche la sua.

  

(… sulla base dei ricordi dell’amico Paolo)

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Commenti

Paolo palomba
22 giorni fa

STUPENDO!