Continua il lavoro editoriale di Partiture Letterarie e oggi pubblichiamo la seconda parte di "Storia di un adolescente negli anni di guerra" di Mario Marfé.
a cura di Bruno Marfé
Seconda parte
Tornando agli effetti negativi di questa politica criminale sulle popolazioni inermi, le loro sofferenze divennero sempre più terribili col passare del tempo, mentre i valori tradizionali venivano progressivamente sostituiti dalla legge animale della giungla.
La nuova cultura che si diffondeva rapidamente tra ampi strati sociali, come una perniciosa epidemia, era quella dell'odio generalizzato. Persone un tempo unite da affetti profondi si trasformarono in nemici feroci, guidati unicamente dal desiderio di sopravvivere a qualsiasi costo.
La scarsità di viveri, che presto degenerò in una vera e propria carestia, paradossalmente alimentò questi nuovi sentimenti. La mancanza di cibo provocava patologie cliniche gravi, spesso mortali o comunque debilitanti a vita.
Persino il pane quotidiano, simbolo biblico di nutrimento per l'anima e il corpo, miracolosamente moltiplicato da Cristo, divenne una merce rara e preziosa. Quel poco che si trovava in commercio era immangiabile: un prodotto giallastro e appiccicoso, quasi una colla, che si incastrava tra i denti e causava seri problemi gastrointestinali. Lo stesso valeva per la pasta e gli altri beni di prima necessità, alterati dalla mano dell'uomo. Così, fagioli, patate e altri umili prodotti dell'orto, un tempo pilastri della dieta popolare, divennero cibi costosi e ambiti, gettando nella miseria anche le famiglie più agiate dell'epoca.
Questi sacrifici, stenti e miserie umane continuavano ad essere aggravati dalle grandi paure della guerra, che diventava sempre più atroce e implacabile.
Nel marzo del 1943, e precisamente il 28 marzo, un'ulteriore sventura si abbatté sulle stremate popolazioni napoletane. Fin dalle prime ore del giorno, in tutta la città si udirono scoppi periodici, interrotti da agghiaccianti silenzi. Queste esplosioni divennero di ora in ora più intense e frequenti, tanto che, verso mezzogiorno, la gente impaurita cominciò a chiedere informazioni sulla loro origine.
Si diffuse così una notizia, dapprima vaga, poi sempre più precisa: una nave, la Caterina Costa, carica di munizioni e armi da guerra, ormeggiata nella Darsena "Armando Diaz" del porto, aveva improvvisamente preso fuoco. La causa, secondo la voce popolare (la "radio del popolo", sempre considerata la più attendibile), fu subito attribuita ad atti di tradimento, piuttosto frequenti in quel periodo. Iniziò così il tragico scoppio delle munizioni.
Sembra che fosse stato dato l'ordine di abbandonare le case e di allontanarsi dalla fascia costiera per almeno cinquecento metri, rifugiandosi nella parte collinare della città. Tuttavia, si trattava solo di voci che circolavano tra la gente, perché nessun comunicato ufficiale venne diramato, né via radio, né con manifesti, né tantomeno tramite strilloni (che in quel periodo avevano ripreso a diffondersi, come gli araldi medievali).
Un'altra notizia, di dubbia attendibilità, si diffuse tra la popolazione: le autorità marittime (sempre per modo di dire) stavano provvedendo a rimorchiare al largo la nave in fiamme. Si diceva che, nel momento in cui il fuoco avesse raggiunto la "Santa Barbara" (il deposito principale delle armi e munizioni più pericolose), il piroscafo si sarebbe trovato quasi certamente lontano dalla costa e dalla città.
Un'altra pia illusione, come tutte quelle che da tre anni accompagnavano i comunicati ufficiali. Infatti, verso le ore 17, si verificò lo scoppio finale. La sua spaventosa descrizione è impossibile anche per la penna più abile, perché il fenomeno fu così terrificante che nessuno scrittore, per quanto talentuoso ed eloquente, sarà mai in grado di descriverlo fedelmente. Fino alla zona collinare della città, la deflagrazione fu così potente che ogni persona ebbe l'impressione di trovarsi improvvisamente in un vorticoso movimento dell'aria, paragonabile a un terremoto di intensità pari al decimo grado della scala Mercalli, e fu sbalzata a metri di distanza, sbattendo contro l'ostacolo più vicino (un muro, una porta, un mobile stabile, ecc.), per poi rialzarsi stordita, rintronata e, talvolta, sanguinante.
L'esplosione devastò gran parte della città, risparmiando apparentemente solo la zona collinare del Vomero. Tuttavia, anche qui la potenza dello scoppio si manifestò con la frantumazione di tutti i vetri e, in alcuni casi, con lo sradicamento dei telai di balconi e finestre, i quali precipitarono nelle strade sottostanti, causando ulteriori morti e distruzioni.
Nella zona di via Marina, da San Giovanni a Teduccio fino al molo Beverello e al molo Borbonico, quindi ben oltre l'area del "Mandracchio", si riversarono rottami di carri armati, cannoni e grosse bombe, fortunatamente inesplose. Quasi tutti gli edifici in quest'area furono distrutti o gravemente danneggiati.
Il numero esatto delle vittime di questo disastro non fu mai accertato, ma si stima che ammontassero ad oltre mille con circa tremila feriti.
Il giovane protagonista, che si trovava nella zona della Ferrovia, uscì dal suo precario rifugio ferito e sanguinante. Tuttavia, ebbe una fortuna incredibile rispetto allo scenario terrificante che si presentava nella grande piazza Garibaldi. Ovunque giacevano cadaveri, molti dei quali appartenevano ai Vigili del Fuoco, inviati inutilmente a morire poiché i loro scarsi mezzi non permettevano alcun intervento efficace. Spesso erano rimasti schiacciati dai loro stessi automezzi, sotto i quali avevano cercato riparo, mentre altri erano stati falciati dalla pioggia di fuoco e di piombo proveniente da ogni direzione.
Percorrendo la città verso i quartieri più alti, le scene di morte e terrore conservavano lo stesso aspetto agghiacciante, sebbene il numero delle vittime diminuisse gradualmente. In un vicolo del vecchio centro storico, un anziano era rimasto esanime, colto dalla morte mentre consumava il suo umile pasto dietro la porta a vetri della sua abitazione. Forse colpito da un infarto, la macabra vetrina esponeva il suo corpo irrigidito nell'immobilità della morte, e il suo volto cadaverico offriva una visione così spaventosa che nemmeno i più abili registi di film horror avrebbero potuto ricreare con tale fedeltà.
Chi leggerà questo resoconto, certamente avrà l'impressione di una mente esagitata, incline ad amplificare i fatti, tanto essi, così come sono esposti, sembrano il prodotto di una fantasia malata. È bene allora precisare che questi avvenimenti sono stati trascritti su carta oltre cinquant'anni dopo il loro accadimento, quando cioè il tempo ha cancellato i ricordi peggiori e ha guarito le profonde ferite del corpo e dello spirito.
Altri hanno scritto sulle dolorose vicende di questi giorni, ma le loro descrizioni sono state influenzate dai mass-media, poiché erano destinate al mercato dei lettori, che ovviamente desiderano leggere storie come vorrebbero che fossero accadute. Chi scrive, invece, non ha queste ambizioni. Queste dolorose memorie probabilmente non saranno lette da nessuno, ma per una sorta di bisogno interiore, sono state e vengono qui esposte per soddisfare l'intima necessità di sfogarsi, come il peccatore che si reca dal confessore per raccontare le sue colpe, sentendosi poi più sollevato. Chi scrive ha ritenuto di soddisfare il suo intimo desiderio di comunicare ad altri le proprie sofferenze, servendosi del personal computer come di un confessore, al quale ha affidato i suoi segreti e i suoi più intimi sentimenti.
Questi eventi non sono stati influenzati dalla volontà dei vincitori, i quali, peraltro, non possono più definirsi tali, dato che gli sviluppi successivi hanno rivelato i gravi errori commessi. Nulla è stato dimenticato e amplificare i fatti appare superfluo, tanto essi sembrano, nella loro esposizione, il frutto di un'immaginazione distorta. È quindi necessario precisare che questi avvenimenti sono stati trascritti oltre cinquant'anni dopo il loro accadimento, quando il tempo aveva ormai attenuato i ricordi più dolorosi e lenito le profonde ferite nel corpo e nello spirito.
Ripeto, nulla è stato influenzato dalla volontà dei vincitori (che ora non lo sono più, avendo i fatti successivi evidenziato i loro gravi errori), nulla è caduto nell'oblio e nessun evento particolare ha turbato la mente di chi scrive al punto da confondere realtà e fantasia. Anzi, l'assoluta mancanza di retorica e la spontaneità della scrittura testimoniano la fedeltà storica degli avvenimenti narrati, così come furono vissuti da un giovane adolescente.
I giorni successivi all'esplosione della nave nel porto di Napoli furono segnati da una crescente intensità degli attacchi aerei sulla città e da un peggioramento delle condizioni di vita a causa della scarsità di viveri, acqua, energia elettrica, carbone e beni di prima necessità. Si giunse così ai noti eventi della caduta del fascismo nel luglio del 1943, e la città si trovò a fronteggiare due nemici: i tedeschi, ormai certi del cambio di fronte degli italiani, e gli americani che, ignorando i primi segnali di collaborazione offerti dalla popolazione stremata, continuarono i loro bombardamenti quotidiani, culminati il 4 agosto 1943, e per i quali non è esagerato stimare oltre venticinquemila tra morti e feriti in città.
Alle ore 11 del mattino, un numero impressionante di fortezze volanti comparve nel cielo di Napoli. Questi aerei scaricarono dai loro massicci contenitori tonnellate di bombe ad alto potenziale, causando, in un solo giorno, danni maggiori di tutti i precedenti bombardamenti subiti dalla città. Questo evento fu percepito come il colpo di grazia finale di una strategia che fin dal principio aveva caratterizzato il comportamento degli americani nel conflitto mondiale.
Contemporaneamente, sui vari fronti di guerra, quel che restava dell'esercito italiano, ormai in grave sfacelo, subì mortificanti sconfitte. Si registrarono rese incondizionate di intere divisioni e ritirate disordinate, che potevano essere definite vere e proprie rotte.
Sul fronte dell'Africa settentrionale, in pochi giorni i vantaggi militari ottenuti con l'aiuto dell' "Africa Corp", una divisione corazzata tedesca comandata dal generale Rommel, furono annullati. L'Africa Corp aveva precedentemente raggiunto in Egitto la postazione di El Alamein, quasi alle porte di Alessandria, in poche settimane.
Quel che restava dell'armata italiana impegnata su quel fronte fu in gran parte fatto prigioniero dagli anglo-americani. Una piccola parte tentò di attraversare il mare nella speranza di raggiungere le coste siciliane. Si ignora la tragica sorte di questi sventurati, che non raggiunsero mai la loro destinazione e dei quali non si seppe più nulla.
Non si seppe più nulla della divisione "Julia", mandata a combattere in Russia. Si sentiva solo che era stata distrutta e che i soldati erano scappati in modo terribile, tra l'inverno del 1942 e l'inverno del 1943.
Sembra che l'esercito russo non abbia fatto prigionieri. I pochi soldati che sono tornati in Italia, passando per la Germania, hanno raccontato che non avevano abbastanza cibo e rifornimenti. Molti italiani sono morti in Russia a causa del freddo forte, della fame e delle sofferenze, prima ancora di essere uccisi dai nemici.
Per i soldati che combattevano in Grecia e Jugoslavia, si dice che molti siano caduti nelle trappole dei partigiani di Tito. I pochi sopravvissuti sono stati portati prigionieri in Germania. Quelli più fortunati sono tornati dopo anni di grandi difficoltà e sofferenze, con il corpo rovinato perché non avevano mangiato abbastanza, avevano sofferto il freddo ed erano stanchi. Al loro ritorno in Italia, molti andarono negli ospedali per curare la tubercolosi, una malattia che in quegli anni e fino all'inizio degli anni '60 fece morire moltissime persone.
Il 4 agosto 1943, durante il più terribile bombardamento aereo su Napoli, il nostro giovane protagonista cercò rifugio nella galleria della Vittoria, allora adibita a grande ricovero antiaereo. Le due entrate, lato via Acton e lato via Niccolò Tommaseo, erano protette da robusti muri paraschegge, due per ingresso, disposti a baionetta. Queste imponenti barriere, spesse circa due metri, davano un’illusione di inespugnabilità, quasi paragonabili alle antiche costruzioni egizie.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che la furia delle bombe americane avrebbe polverizzato quelle mura, intrappolando all'interno della galleria migliaia di persone. Le uscite si ritrovarono completamente ostruite dalle macerie. Nel culmine del bombardamento, agli effetti devastanti delle bombe si aggiunsero le esplosioni delle munizioni della Marina Militare, stoccate nel molo borbonico in attesa di essere imbarcate per il Nord Africa – o, come si rivelò, per il fondo del Mar Mediterraneo.
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