"Storia di un adolescente negli anni di guerra" di Mario Marfé - Terza e ultima parte

Pubblicato il 9 maggio 2026 alle ore 08:34

a cura di Bruno Marfé

All'interno della galleria gremita si consumarono scene orribili. I violenti spostamenti d'aria schiacciarono letteralmente contro le pareti del tunnel gli sfortunati più vicini, trasformando in un istante esseri umani in un ammasso informe e sanguinante, spettacolo che terrorizzò chi vi assistette. Contemporaneamente, tutte le piastrelle che rivestivano le pareti e la volta della galleria si staccarono, colpendo come schegge i rifugiati. L'improvvisa interruzione della corrente elettrica, garantita da generatori di emergenza, e una densa nube di polvere soffocante invasero l'intero traforo.

Non mi soffermerò a descrivere le scene di panico, che, pur nell'oscurità più completa, erano così evidenti da diventare tangibili, materialmente percepibili. La maggior parte dei rifugiati perse coscienza di ciò che accadeva. Nella semincoscienza, ricordo vagamente un silenzio agghiacciante che si diffuse tutt'intorno, e tutti, indistintamente, ci ritrovammo ammassati gli uni sugli altri, in un tragico abbraccio mortale: chi già morto, chi in fin di vita, chi incosciente, chi semicosciente, chi, infine, al confine tra il sogno e la realtà.

Nessuno dei sopravvissuti a quell'immane massacro ebbe coscienza del tempo trascorso in quelle terribili condizioni. Solo successivamente si venne a sapere che, dopo due giorni di sforzi titanici, volontari accorsi da ogni dove, primi fra tutti i militari tedeschi (che si distinsero non solo per la loro operosità, ma anche per l'incitamento agli altri e, come fu riferito, persino per l'obbligo imposto a curiosi e a chiunque si avvicinasse alle macerie di unirsi alle operazioni di soccorso), riuscirono a portare i primi feriti all'ospedale dei Pellegrini. Lì giunse anche il nostro giovane protagonista, che vi rimase ricoverato per un paio di settimane, forse più. Il suo stato generale di semincoscienza non permette di ricostruire con esattezza e minuzia di particolari quei tragici giorni di agosto.

Un ricordo indelebile rimase impresso nelle menti dei sopravvissuti: l'attimo in cui, dissolta la prima ondata, si presentò ai loro occhi uno spettacolo terrificante. Il selciato stradale, là dove non era stato sconnesso o squarciato da voragini, sembrava ondulare sotto un manto eterogeneo di detriti, polvere, sabbia, residui bruciati e macchie di sangue. Un calore insopportabile si sprigionava da quelle superfici arroventate dagli incendi, accompagnato da un odore acre e indefinibile di sostanze combuste. Il trasferimento in auto militari dalla galleria all'ospedale fu un altro calvario: un itinerario lento e tormentato che, stando ai ricordi e alle condizioni dei sopravvissuti, durò diverse ore. Il percorso era costellato di frequenti interruzioni a causa di ostacoli imprevisti: cumuli di macerie ancora fumanti di edifici crollati o pericolanti, che bloccavano il passaggio, e altri mezzi militari impegnati nel carico di feriti e cadaveri, diretti ai pochi presidi ospedalieri e poi all'obitorio di Porta Capuana. Dopo quarantotto ore di quasi totale incoscienza, si venne trascinati all'aperto, dove l'aria afosa di agosto accolse i sopravvissuti.

Spesso si era costretti a tornare indietro e ricercare percorsi alternativi, suggeriti da premurosi volontari che, in quelle terribili circostanze, si prodigavano con tutta l'energia che ancora loro restava. Si trattò di un'avventura indimenticabile, fissata nella mente per tutta la vita, così come per tutta la vita sono restati e resteranno, per coloro che ancora oggi sono sopravvissuti, i segni indelebili delle orribili mutilazioni, delle bruciature sulla pelle, delle lesioni interne delle ossa e di quant'altro a quell'epoca curato, si fa per dire, con i pochi e rudimentali mezzi a disposizione negli ospedali in cui si era stati avviati. Il trattamento riservato ai poveri ricoverati consisteva in un giaciglio, talvolta ubicato nei corridoi o in prossimità delle scale, quando non addirittura negli scantinati; la disinfestazione delle ferite avveniva con un po' di alcool o di acqua distillata, la fasciatura con teli di panno forniti da mani caritatevoli, e così si restava per giorni interi in attesa che la natura facesse il resto, che poteva significare o la fine di ogni sofferenza, o una sorta di guarigione impropria, ossia con chiusura delle ferite solo in superficie, il che era sufficiente per ordinare le dimissioni del paziente, invitando i familiari a trasportarlo ai rispettivi domicili.

Cioè, in generale, ciò recava anche sollievo, considerando il trattamento riservato ai poveri degenti. Un trattamento non certo imputabile alla cattiveria del personale sanitario, bensì alle miserevoli condizioni in cui versavano gli ospedali cittadini. È importante sottolineare che, nonostante le grandi croci rosse dipinte sui tetti, tali strutture non furono risparmiate dai bombardamenti americani. A tal proposito, si ricordano lo stesso ospedale Pellegrini, l'Ospedale Ascalesi situato nel rione della Ferrovia, gli Incurabili nella zona di Foria, e così via.

Agli inizi di settembre di quel drammatico 1943, le violente incursioni americane iniziarono a placarsi, ma contestualmente sorsero i conflitti con il ancora robusto esercito tedesco. Quest'ultimo si insediò nei punti strategici della regione, determinato a difendersi strenuamente. Per i napoletani iniziò un'altra fase di grande drammaticità, con i tedeschi che diedero il via a una feroce retata casa per casa, alla ricerca di uomini di ogni età, inclusi anziani e adolescenti, purché ancora capaci di svolgere qualche lavoro per la loro nazione. La maggior parte di essi furono prelevati e condotti, all'interno di vagoni piombati, verso i campi di lavoro in Germania.

Quasi per reazione a questa nuova calamità, si formarono spontaneamente tra i pochi uomini ancora validi, per lo più adolescenti, gruppi cosiddetti combattenti. Questi saccheggiarono i depositi militari della Marina e dell'Artiglieria, che in quel periodo si trovavano allocati nelle caverne naturali delle "Fontanelle" e di "Capodimonte". Giovani disperati si armarono con le armi più disparate, in particolare fucili e mitragliatrici, decisi a opporsi alla loro cattura e a vendere anch'essi a caro prezzo la misera vita che ancora restava loro.

Iniziarono così le famose "Quattro giornate di Napoli", che gli storici hanno narrato come episodi di eroismo e di amor patrio, celebrando vittorie e la cacciata dei tedeschi, molti dei quali che in realtà non ebbero luogo. Il generale tedesco Kesserling, comandante dell'armata tedesca in Italia, decise, in base alla propria strategia militare, che per l'esercito germanico fosse più prudente abbandonare la città di Napoli e spostare la linea di difesa nella zona di Montecassino. Da tale posizione si dominava e si controllava l'intera valle del Liri e le vie di accesso alla capitale.

Naturalmente, anche i tedeschi si abbandonarono ad atti di ferocia inenarrabili, trucidando senza pietà dieci cittadini italiani per ogni soldato tedesco caduto in un'imboscata tesa dai gruppi di ribellione costituitisi. In quei tragici giorni, numerosi esseri innocenti, che mai nella loro vita avevano fatto del male a una mosca, caddero impietosamente sotto il piombo germanico, lasciando nel lutto, nel dolore e nella disperazione i familiari superstiti. Questi ultimi inutilmente imploravano, pregavano, scongiuravano quegli esseri spietati, ma nonostante tutto, in nessuna occasione riuscirono a salvare i loro cari. Tali superstiti non hanno mai perdonato, né potranno mai farlo finché vivranno, i carnefici dei loro cari, che non avevano avuto alcuna pietà nemmeno di fronte ai piccoli innocenti privati dei loro genitori. Fu appropriatamente definita dal popolo la "strage degli innocenti".

Per non ripetermi, non descriverò qui le raccapriccianti scene di sangue e di orrore a cui i sopravvissuti furono costretti ad assistere. Dirò soltanto che molti invocarono fino all'ultimo istante pietà per la loro vita innocente, travolta da eventi che essi non avevano voluto, ma che avevano dovuto subire, il tutto sempre con la solita conclusione dell'implacabilità dei militari tedeschi.

Il nostro giovane adolescente visse in prima persona le scaramucce tra tedeschi e italiani. Nonostante ne uscisse illeso fisicamente, fu suo malgrado testimone di come quella sorta di insurrezione si trasformò in tragedia per i poveri cittadini indifesi, in balia degli eventi e completamente ignari della guerra.

Nell'allora importante arteria, oggi Corso Amedeo di Savoia, all'epoca via S. Teresa degli Scalzi, si formò spontaneamente un gruppo di giovani adolescenti. Illusi che una barricata stradale, come quelle lette sui libri, potesse creare un punto di incontro per nuove forze capaci di opporsi all'esercito tedesco e allontanarlo dalla città, si misero all'opera.

Un avviso intimidatorio

Costruirono così una vera e propria barricata, fatta di tram rovesciati, vecchi automezzi abbandonati e paletti di ferro piantati verticalmente nel selciato. L'intento era di bloccare il passaggio dei mezzi meccanici tedeschi. Su questo ammasso di arnesi rovesciati sulla strada si ergevano fieri i giovani, armati di fucili che non avrebbero mai saputo usare, ma animati dal loro entusiasmo e dalla loro presunta potenza, e soprattutto fiduciosi nella protezione offerta da quella che credevano un'efficiente barricata.

Il primo giorno trascorse senza eventi di rilievo, eccetto per un automezzo tedesco che, proveniente dal centro città e diretto verso l'area in questione, giudicò prudente invertire la marcia e ritirarsi lungo la discesa di via S. Teresa in direzione del Museo Nazionale. Questa sorta di ritirata rese ancora più audaci i nostri eroi sulla barricata, i quali credettero di aver eretto una barriera invalicabile per il nemico. Mimetizzati tra i vari oggetti sparsi sulla strada, acquisirono maggiore coraggio e la convinzione di poter ostacolare la libera circolazione dei tedeschi rimasti in città.

Il giorno seguente, la mattinata sembrava destinata a scorrere anch'essa senza particolari avvenimenti, finché verso le undici si cominciarono a percepire in lontananza dei rombi di motori, che gradualmente aumentarono d'intensità, fino a diventare assordanti e terrificanti. Immediatamente, la radio del popolo diffuse la notizia che i tedeschi si stavano preparando a scendere in città con i carri armati per rappresaglie contro quella sorta di insurrezione cittadina. Di conseguenza, i cosiddetti rivoltosi si apprestarono a prepararsi allo scontro, convinti che l'esito sarebbe stato a loro favore.

Come spesso accadeva, la voce popolare non fu smentita. Poco dopo, il frastuono dei mezzi in marcia divenne assordante e da lontano si cominciarono a scorgere i primi carri armati provenienti dalla zona di Capodimonte e diretti verso il centro della città. Il già menzionato rumore assordante e le prime apparizioni delle mastodontiche sagome dei mezzi iniziarono a incrinare la sicurezza dei troppo giovani combattenti delle barricate. Si trattava dei famigerati carri armati tedeschi, ben noti con il nome di "Tigre", di cui si era già sentito parlare ai tempi dell'avanzata dei panzer tedeschi nei deserti della Cirenaica, sotto il comando del generale Rommel, soprannominato appunto "la tigre del deserto", e che le cronache dell'epoca avevano descritto come autentiche fortezze in movimento. Infatti, alla sola vista da lontano, questi grossi mezzi apparivano come qualcosa di gigantesco, che dava l'impressione di una forza inimmaginabile, sicuramente inattaccabili con la rudimentale dotazione di cui disponevano i rivoltosi.

La sensazione di invincibilità che aveva animato la folla alle barricate si dissolse improvvisamente in un fuggi fuggi generale. Il terrore che quei colossi della guerra incutevano era tale da spingere tutti alla disperata ricerca di una via di scampo, di un riparo sicuro. In quel tempo e in quelle drammatiche circostanze, i portoni dei palazzi e le porte erano bassi e sprangati, lasciando agli audaci che si trovavano in strada una sola opzione: dileguarsi rapidamente nei vicoli adiacenti a via Materdei, come vico della Purità, vico Neve e via Stella. La loro strettezza avrebbe impedito il passaggio di quei mastodonti bellici, permettendo ai fuggitivi di guadagnare distanza da quelle spaventose e implacabili macchine.

Mentre chi si trovava in strada riuscì a disperdersi velocemente, senza apparentemente subire alcuna perdita, non altrettanta fortuna ebbero coloro che, sentendosi al sicuro, si erano appostati sui terrazzi degli edifici di via S. Teresa. Da quelle posizioni elevate, iniziarono a lanciare un fitto fuoco di bottiglie Molotov artigianali contro i carri armati, nella speranza di incendiare quei pericolosi mezzi.

I carristi tedeschi, non appena compresero la situazione, alzarono il tiro dei loro cannoni, falciando, specialmente sulle terrazze più basse, i giovani che vi si trovavano. Fu una carneficina terribile. Quando i carri armati si allontanarono, travolgendo la barricata come se fosse una fragile scenografia teatrale, gli insorti della strada tornarono sui loro passi, attirati dai lamenti strazianti che provenivano dalle terrazze.

Immediatamente, tutta la popolazione del quartiere si mobilitò. Una folla numerosa, composta da persone più o meno esperte e dotate di rudimentali mezzi di medicazione, accorse per prestare i primi soccorsi ai feriti e rimuovere i corpi senza vita. Come era naturale, ognuno si occupò dei propri cari e per tutta la giornata si assistette a un incessante via vai di mezzi di fortuna – carri agricoli, biciclette, moto e, in qualche raro caso, vecchie auto a noleggio – per trasportare i feriti negli ospedali e dare una seppur precaria sepoltura ai defunti. Ciascuno dei presenti, compreso il nostro giovane amico, in quella tragica giornata perse un amico o un parente, lasciando nel proprio animo un vuoto profondo, destinato ad aggravare ulteriormente la condizione psicologica di quegli eroi già provati da tante sventure.

Dopo i drammatici eventi, seguì un periodo di quiete spettrale, interrotto solo occasionalmente da spari isolati provenienti dai tetti o da altri nascondigli. Il sibilo dei proiettili talvolta sfiorava i passanti impauriti, intenti nella vana ricerca di cibo o diretti alle poche fontane pubbliche rimaste, nella speranza di attingere qualche goccia di quella preziosa acqua, tanto necessaria in quel periodo di caldo torrido. Quei colpi erano opera di pochi irriducibili nostalgici, ancora illusi della potenza delle milizie mussoliniane e restii ad accettare la cruda realtà della loro sconfitta definitiva.

Qualche giorno dopo, la solita radio popolare iniziò a diffondere la notizia che i tedeschi avevano lasciato Napoli. Questo generò una speranza impaziente nell'arrivo delle truppe americane, come se il loro arrivo potesse cancellare d'un tratto, pia illusione, la terribile realtà in cui si viveva. Ma i giorni passavano senza che si vedesse traccia di soldati. Allora, la stessa radio annunciò che le avanguardie della Quinta Armata americana erano ferme vicino a Torre Annunziata, in attesa di prepararsi alla presa della città.

Tra i giovani rivoltosi cominciò a farsi strada la questione di come avvertire gli americani che i tedeschi avevano ormai abbandonato Napoli, cosa che stava diventando una certezza, dato che non si segnalava più la presenza di militari tedeschi in nessuna zona della città né nei paesi limitrofi. I più audaci iniziarono a considerare l'ipotesi di andare incontro alle avanguardie americane per informarli della ritirata tedesca. L'idea, inizialmente considerata folle, prese gradualmente corpo e concretezza, e si cominciò a fare il censimento delle moto disponibili nei quartieri di Materdei e del Vomero, nonché di coloro che avrebbero potuto guidarle.

Furono allestite circa sessanta motociclette e selezionati i relativi volontari, tra i quali non poteva mancare il nostro giovane protagonista, ormai avvezzo alle peripezie della guerra. La mattina del 28 settembre 1943, alla presenza di una folla di spettatori plaudenti e in preghiera, i sessanta volontari partirono, seguiti dalle ferventi preghiere di parenti e amici e dai consigli degli anziani, alcuni dei quali indicarono persino il percorso da seguire.

Il gruppo si allontanò dal centro città, imboccando dalla zona della Ferrovia la vecchia autostrada "Napoli-Pompei", con la convinzione di andare incontro alle forze americane verso la zona di Salerno, dove ufficialmente era stata segnalata la presenza delle truppe liberatrici. Al momento della partenza, le solite fonti ben informate assicurarono che i tedeschi si erano ritirati verso Caserta e Capua, e che non vi era traccia di soldati germanici in tutta l'area napoletana. Le stesse fonti riferirono che le avanguardie americane si trovavano, come già accennato, nei pressi di Torre Annunziata, a circa venti chilometri da Napoli.

La marcia durò diverse ore, poiché l'avanzata della squadriglia era piuttosto lenta: di tanto in tanto, qualcuno dei mezzi più vecchi e malandati si guastava, e bisognava soccorrere il compagno rimasto a piedi, cercando di riparare il veicolo o, quando ciò era impossibile, caricando il motociclista su un'altra moto più efficiente.

Si verificarono anche alcuni incidenti stradali, poiché qualcuno, forse inesperto alla guida, fu sbalzato dalla sella, finendo rovinosamente nella campagna adiacente alla strada. Due giovani rimasero presso un cascinale vicino a San Giorgio a Cremano, dove i contadini si presero cura di loro, fasciando le loro ferite. Successivamente si seppe che furono accompagnati presso ospedali e cliniche della zona, dove ricevettero le cure necessarie.

Dopo una galoppata di oltre due ore, i giovani motociclisti iniziarono ad intravedere in lontananza alcune camionette militari. L'aspetto dei soldati americani, con i fucili spianati e un'aria minacciosa, incuteva timore nei ragazzi. Le prime pattuglie che incontrarono erano composte da soldati neri, che sembravano impazziti e gridavano "doich, doich" (tedeschi, tedeschi).

Quando i militari si accorsero che si trovavano di fronte a degli adolescenti disarmati, si calmarono e iniziarono a comunicare a gesti. I giovani motociclisti riuscirono a far capire che i tedeschi avevano già lasciato la città di Napoli. Poco dopo, arrivò una camionetta con un graduato e un militare bianco, che parlò con i ragazzi in un misto di napoletano e inglese. Il militare spiegò che era figlio di emigranti italiani della zona di Avellino e rassicurò i giovani che i tedeschi avevano lasciato la città.

La camionetta tornò indietro per riferire ai superiori, e dopo un'altra attesa ansiosa, ritornò con un ufficiale che aveva con sé mappe e cartine geografiche di Napoli. Dopo aver ricevuto ulteriori assicurazioni che i tedeschi si erano allontanati, l'ufficiale divise i motociclisti in quattro gruppi e li incaricò di scortarle le avanguardie americane in diversi punti della città: piazza Municipio, Palazzo S.Giacomo, l'Albergo Londra, il Palazzo della Prefettura, la Reggia di Capodimonte, la zona di Fuorigrotta presso la Mostra d'Oltremare e la zona della Ferrovia.

Nella stessa giornata, quella triste avventura si concluse e ognuno fece ritorno alle proprie famiglie e alle consuete occupazioni. La vita riprese il suo normale ritmo quotidiano, segnato dalle solite code alle fontane per l'acqua e ai pochi negozi per procurarsi il cibo. Molti giovani, e anche anziani ancora in forze, trascorrevano le giornate a cercare cibo nelle campagne dei paesi vicini, intraprendendo lunghe pedalate che duravano l'intera giornata. Rientravano all'imbrunire, prima del coprifuoco, portando sulle spalle, quando erano fortunati, sacchi di patate, mele o qualsiasi altro genere commestibile.

I mesi successivi furono anch'essi di grandi sacrifici. Iniziarono i bombardamenti aerei tedeschi, che costringevano la popolazione a rifugiarsi lungamente nei ricoveri sotterranei, causando molta ansia. Ma soprattutto, tra i giovani, ormai quasi adulti almeno nello spirito, cominciò la vana ricerca di un lavoro presso le forze americane, che si diceva pagassero abbastanza bene.

I rivoltosi

Presso un edificio di via Toledo fu istituito un ufficio di collocamento americano. Lì, giorno dopo giorno, veniva reclutato personale per lavori di sgombero macerie, puntellamento edifici, ripristino dell'agibilità di caserme e altre strutture militari, e così via. All'inizio, ci si recava a questi uffici verso le sei del mattino nella speranza di essere scelti e assegnati a un lavoro retribuito. Già a quell'ora si formava una coda di centinaia di metri, e spesso non restava che tornare a casa umiliati, dove gli altri familiari trattavano male il malcapitato, quasi volessero attribuirgli la colpa dell'insuccesso.

Il giorno seguente, il calvario delle lunghe attese si ripeteva, iniziando questa volta alle cinque, e successivamente persino alle quattro del mattino. Solo dopo qualche mese di questo triste andirivieni, si veniva reclutati per un lavoro che, il più delle volte, era pesante, di facchinaggio, a cui la maggior parte dei giovani adolescenti non era nemmeno abituata. Molte altre volte il lavoro era pericoloso, perché si trattava di trasportare in aperta campagna vecchi residuati bellici da far brillare. La paga per tale lavoro era di 500 lire al giorno, con una fetta di pane e una tazza di tè.

Durante il periodo in cui il lavoro non mancava, i rapporti familiari erano generalmente sereni. Tuttavia, la situazione tornava a farsi difficile con la perdita dell'impiego, quando iniziava la penosa ricerca di una nuova occupazione, impresa tutt'altro che facile. A volte trascorrevano interi mesi senza guadagnare una lira. In questa precarietà si trovava il nostro giovane, ormai non più un adolescente, e amare riflessioni affioravano nella sua mente riguardo ai sentimenti di amore, affetto, solidarietà e simili, che gli avevano insegnato a scuola. La dura realtà della vita gli faceva comprendere la storia narrata da Dante nella Divina Commedia sulla sorte del conte Ugolino. Quei nobili sentimenti trovano terreno fertile e si sviluppano dove non ci sono miseria e l'impellente necessità di nutrirsi. In tali circostanze, dominate dalla fame e dal bisogno, prevalgono gli istinti primari del "mors tua, vita mea", e ogni comportamento è dettato da questa tragica legge della giungla. Il nostro protagonista, nella disperata ricerca di un lavoro, veniva considerato un parassita, un estraneo che sottraeva qualcosa agli altri, e persino l'atto di aprire la dispensa per cercare un pezzo di pane era visto come un furto, e tale lo facevano sentire intimamente gli atteggiamenti degli altri familiari. Fino a quando il giovane non fu in grado di provvedere a sé stesso e di aiutare la sua famiglia, la sua esistenza quotidiana fu segnata da sofferenze e rinunce, che inevitabilmente influirono sul suo futuro. Solo quando, da parassita qual era stato considerato, si trasformò, per ironia della sorte, in un sostegno economico per la famiglia, riacquistò la stima e l'affetto di tutti. Questo lo rese ancora più convinto dell'inesistenza di veri legami affettivi tra persone della stessa origine e nascita, che per anni avevano condiviso gioie e dolori, finché ognuno non doveva rinunciare a qualcosa di personale. Allora, erano pronti a diventare estranei e nemici di fronte a un sacrificio che li toccasse direttamente. Questa triste vicenda di un giovane si conclude qui, lasciando intuire a chi un giorno leggerà queste righe tutte le angosce, il silenzio e la chiusura di chi ha vissuto esperienze così comuni, ma non per questo meno crudeli e dolorose.

Proclama del comando tedesco di Napoli del 12 settembre 1943.

Il 12 settembre decine di militari furono uccisi per le strade della città, mentre circa 4000 persone tra militari e civili furono deportate per il "lavoro obbligatorio". Il colonnello Walter Scholl, assunto il comando delle forze armate occupanti in città, proclamò il coprifuoco e dichiarò lo stato d'assedio con l'ordine di passare per le armi tutti coloro che si fossero resi responsabili di azioni ostili alle truppe tedesche, in ragione di cento napoletani per ogni tedesco eventualmente ucciso.

Riferimenti d'arte

Cinema

Teatro

  • Quando a Napoli cadevano le bombe di Aldo De Gioia (2009)
  • Morso di luna nuova di Erri De Luca pubblicato nel 2005 e portato in scena dal 2008 da varie Compagnie teatrali.
  • Libertà: Omaggio alle Quattro Giornate di Napoli - spettacolo in prosa e musica di Giovanni D'Angelo (2003)

Letteratura

  • La città insorge: le quattro giornate di Napoli. di Aldo De Jaco.
  • Il Muro di Napoli[28] di Giovanni Calvino e Giovanni Parisi (2017)
  • Meravigliosa memoria[29] di Davide Di Finizio (2019)

Musica

Ovviamente le musiche sulle Quattro Giornate più famose sono quelle tratte dall'omonimo film di Nanni Loy:

Bibliografia

Napoli, 19 agosto 1998. Con i colleghi di lavoro del primo impiego dell’autore presso l’AGIP, l’autore è il primo da destra con il bottoncino nero da lutto per la morte del papà (1954)

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