di Roberto Alicandri
Strunz,
ch’arravugliat’ staj,
n’goppa a nu marciapiede
dint’a na sfera ’e sole.
Nu muscuglione te gira attuorno
e te canta na ninna nanna,
e tu t’adduorme,
strunz.
Dietro l’apparente comicità del celebre componimento attribuito a Salvatore Di Giacomo si nasconde una straordinaria metafora della natura umana.
Quel personaggio immobile, raggomitolato nel suo piccolo mondo, circondato dal sole e cullato dal ronzio di una mosca, finisce per rappresentare una categoria di individui che tutti, volenti o nolenti, incontriamo nel corso della vita. Sono coloro che vivono ripiegati su sé stessi, convinti di occupare il centro dell’universo, incapaci di guardare oltre il proprio ristretto orizzonte.
La grande forza della poesia sta proprio nel contrasto tra la nobiltà delle immagini e la pochezza del soggetto descritto. È una lezione che va oltre il semplice sorriso, ci ricorda che non sempre ciò che fa più rumore possiede davvero valore, e che spesso l’autocompiacimento conduce a una sorta di sonno della coscienza.
Nelle relazioni personali, nel lavoro, nella politica e persino nella cultura, capita di imbattersi in figure che sembrano uscite da questi versi. Persone che si adagiano sulle proprie convinzioni, che si lasciano cullare dagli elogi interessati di chi gira loro attorno e che finiscono per confondere il ronzio delle mosche con il canto degli usignoli.
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