a cura di Bruno Marfé
"A Dario" di Gipo (Ugo Brandi): una lettura
A DARIO
Se il mondo si fermasse in questo momento
tutto crollerebbe facilmente,
ma tu, piccolo fiore, non ti sei spezzato:
no, tu ti sei piegato al tuo destino,
lasciando dietro di te
speranza, carità e bontà.
Va’, piccolo fiore,
va’ in quel prato gioioso
dove si radunano tutti gli altri,
quelli belli, meno belli
ed anche sconosciuti.
Hai lasciato un ricordo bellissimo
della tua breve permanenza,
ma il tuo profumo
rimarrà sempre vivo.
* * *
"A Dario" è un componimento di rara delicatezza, in cui il lutto viene attraversato senza urlarlo, con quella sobrietà espressiva che è spesso il segno di una commozione autentica e profonda. Gipo sceglie la metafora del fiore non come ornamento, ma come struttura portante del senso: tutto ciò che la poesia dice passa attraverso quell'immagine, e tutto vi ritorna.
Il cuore interpretativo sta nella distinzione tra lo spezzarsi e il piegarsi. Il piccolo fiore non si è rotto — e questo dettaglio non è consolatorio nel senso banale del termine, non è un edulcorante del dolore. È piuttosto il riconoscimento di una forma di grazia: chi se ne va accettando il proprio destino compie un gesto di forza silenziosa, lascia intatta la propria essenza proprio perché non oppone resistenza. La fragilità, qui, non è debolezza ma una modalità nobile di esistere fino alla fine.
Ciò che rimane dopo il passaggio di Dario non è il vuoto, ma un lascito preciso: speranza, carità e bontà. Gipo non si perde in astrazioni, elenca con semplicità quasi catechistica tre virtù che hanno il sapore dell'esperienza vissuta, non della retorica funebre. E a questi valori aggiunge il "profumo" — metafora olfattiva che dice meglio di qualsiasi altra il carattere impalpabile eppure persistente del ricordo: qualcosa che non si vede, non si tocca, ma che continua ad essere presente nell'aria intorno a chi resta.
La seconda parte del componimento dischiude una visione dell'aldilà che colpisce per la sua apertura. Il "prato gioioso" verso cui il fiore è invitato ad andare non è un luogo esclusivo né gerarchico: vi si radunano i belli, i meno belli, gli sconosciuti. È una comunità egualitaria di anime, dove nessuna condizione terrena — né la bellezza, né la fama, né l'anonimato — determina l'appartenenza. In questo senso la poesia porta in sé una visione spirituale che potremmo definire fraterna, quasi francescana nella sua inclusività.
Sul piano stilistico, la forza del testo risiede proprio nella sua rinuncia agli artifici. La sintassi è lineare, il lessico quotidiano, l'emozione non amplificata ma contenuta. La struttura segue un movimento che apre con l'ipotesi catastrofica — il mondo che crolla — e si chiude sulla promessa del profumo che "rimarrà sempre vivo": un arco narrativo che trasforma la perdita in persistenza, il lutto in una forma discreta di immortalità.
È, in definitiva, una poesia che non consola attraverso la negazione del dolore, ma attraverso la sua trasfigurazione — e questa è la qualità più difficile da raggiungere in un componimento funebre.
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