di Bruno Marfé
Bisogna partire da dove tutto è cominciato. Quando Roberto Alicandri ha recensito per Partiture Letterarie il quintetto di Francesco Zampini, difficilmente poteva prevedere che quella pagina sarebbe diventata il punto d’origine di una piccola trilogia. Eppure è da lì — da quella distinzione, sottile ma decisiva, tra suonare molte note e avere qualcosa da dire — che sono nate le riflessioni su “Geometrie di resistenza” e su “La resistenza delle forme”: due articoli dedicati al lavoro di Alberto Bruno e Ornella Falco che, a ben guardare, non facevano che sviluppare in altra forma la stessa domanda posta da Alicandri a proposito di un chitarrista. Questo terzo pezzo chiude la trilogia, tornando esplicitamente al punto di partenza: è l’ultima tappa di un percorso che si è mosso da un disco a un’associazione, e da un’associazione a un’idea di cultura.
Perché quella frase su Zampini non riguarda soltanto un musicista. È lo stesso criterio con cui Alberto e Ornella scelgono da anni chi far salire sul palco del Live Tones — la stessa distinzione, vista da due angolazioni diverse: quella di chi ascolta un disco e quella di chi organizza la serata in cui quel disco potrebbe, un giorno, essere suonato dal vivo.
Vale la pena ricordare da dove nasce anche questo secondo percorso. Il Live Tones non è il prodotto di una pianificazione a tavolino: nasce quasi per scommessa, con un battesimo informale — la leggenda vuole firmato da Dado Moroni — che ha poco a che fare con l’ambizione istituzionale e molto con l’incoscienza necessaria per iniziare qualcosa di cui non si conoscono ancora i contorni. È lo stesso “unknown path” che dà il titolo al secondo disco di Zampini: un sentiero che si può intraprendere solo conoscendo a fondo una lingua e, insieme, accettando di non sapere dove quella lingua condurrà. Non è un caso che la stessa idea — la libertà che si conquista attraverso la conoscenza, non attraverso la sua assenza — descriva tanto il percorso compositivo del chitarrista quanto il percorso, meno raccontato ma altrettanto rigoroso, di chi negli anni ha costruito intorno a lui, e a musicisti come lui, uno spazio in cui esibirsi.
Del resto, il percorso di Zampini — dal Conservatorio Cherubini di Firenze al Koninklijk Conservatorium dell’Aia, dai primi riconoscimenti nazionali alla selezione come unico semifinalista italiano dell’International Guitar Competition dell’Herbie Hancock Institute, fino all’incontro con Jeff Ballard in Somewhere, Everywhere — non basta da solo a garantire un pubblico che lo ascolti davvero. Il talento, per quanto solido, non produce il luogo dell’ascolto. Serve qualcuno che decida, sera dopo sera, quale musica far passare da quella porta.
È qui che tornano, quasi parola per parola, le coordinate che Alberto ha più volte richiamato parlando del proprio lavoro. La priorità data alla scrittura originale — la stessa richiesta avanzata tanto ai giovani della New Generation quanto ai nomi già storicizzati — non è un vincolo estetico astratto: è il modo concreto in cui si costruisce lo spazio perché un musicista come Zampini, quando arriva sul palco, non sia costretto a scegliere tra il repertorio che il pubblico si aspetta e la musica che ha davvero da proporre. E quando il repertorio classico compare comunque, non viene servito come rassicurazione, ma riarrangiato, decostruito, usato come ponte mnemonico: un appiglio familiare da cui condurre l’orecchio verso ciò che non conosce ancora.
C’è poi la terza coordinata, forse la più fisica delle tre: la geografia degli spazi. Il rigore di un trio come quello di Zampini, fatto di silenzi calcolati e responsabilità distribuita fra tre soli strumenti, ha bisogno di un’acustica e di un’attenzione che il rumore di fondo di un bar non può offrire. Ecco perché la ricerca di Alberto e Ornella non si è mai fermata dal primo locale aperto da loro a Posillipo, un luogo in tufo dove si faceva ristorazione e trasformato in jazz club, al palco storico del Bourbon Street: si è allargata a dimore storiche, a spazi come l’Hde di via Martucci, a contenitori che nascono come gallerie o come residenze prima ancora di nascere come luoghi per la musica. Non è un’estensione casuale. È la stessa logica di un disco che alterna scrittura e improvvisazione: cercare, ogni volta, l’ambiente giusto perché la libertà della musica possa davvero manifestarsi, invece di dissolversi nel primo rumore disponibile.
Restituire dignità al lavoro del musicista, allora, non significa soltanto pagarlo o programmarlo. Significa costruirgli attorno le condizioni perché la sua voce — quella cosa sottile e decisiva che lo distingue da chi si limita a suonare molte note — possa arrivare fino a chi ascolta senza perdersi lungo la strada.
È forse questa la vera architettura del presente: non un edificio, non un cartellone, ma la somma paziente di scelte — un musicista che ha qualcosa da dire, un repertorio che rifiuta la scorciatoia, uno spazio pensato apposta per non tradire nessuno dei due. E un articolo, quello di Alicandri su Zampini, che si scopre essere stato, senza saperlo, la prima nota di una partitura in tre movimenti, ora finalmente compiuta.
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