di Bruno Marfé e Ornella Falco
C’è una perdita che si vede e una che si consuma senza rumore. La prima ha una data, un nome, un luogo: la scomparsa del Teatro Sannazzaro lascia una ferita visibile nel corpo di una città, un vuoto che si può fotografare e raccontare. La seconda non ha cerimonie. È l’erosione lenta del luogo dell’ascolto, quella condizione minima e fragile — uno spazio, un silenzio condiviso, un pubblico disposto a fermarsi — senza la quale la musica rischia di smettere di essere esperienza e di diventare semplicemente presenza sonora.
È da qui che bisogna ripartire per comprendere la seconda faccia della storia raccontata nel primo capitolo di questa piccola “partitura”. Se “Geometrie di resistenza” raccontava l’architettura invisibile costruita da Alberto Bruno e Ornella Falco intorno alla musica, questa volta bisogna entrare dentro quegli spazi e chiedersi che cosa accade quando la musica finalmente comincia a suonare.
Perché il problema, a Napoli, non sembra essere soltanto quello di trovare musicisti capaci di suonare. Il problema è trovare luoghi nei quali qualcuno sia ancora disposto ad ascoltarli.
Alberto Bruno non usa giri di parole: “La situazione della musica dal vivo a Napoli è abbastanza drammatica”. E la ragione, secondo lui, è innanzitutto nella scarsità dei luoghi realmente deputati alla musica dal vivo.
Ma c’è un’altra questione, forse ancora più sottile, che riguarda il modo stesso in cui la musica viene proposta e percepita. “Spesso si creano delle confusioni tra luoghi dove ascoltare un concerto e luoghi dove la musica viene trattata come musica di intrattenimento.”
È una distinzione apparentemente semplice, ma dentro quelle poche parole c’è una delle contraddizioni più evidenti della scena contemporanea. La musica dal vivo è dappertutto e, contemporaneamente, rischia di non essere ascoltata cosi come dovrebbe ossia goduta nelle sue varie sfaccettature.
Bar, pub, locali e luoghi della ristorazione possono naturalmente scegliere di ospitare musicisti. Il problema non è la presenza della musica in sé. Il problema nasce quando quella musica viene pensata esclusivamente come complemento all’esperienza principale: si mangia, si beve, si conversa e, nel frattempo, qualcuno suona. In quel caso il musicista non è più necessariamente il protagonista di un’esperienza. Diventa parte dell’arredamento.
Alberto racconta una situazione ancora più paradossale: “Il musicista viene totalmente ignorato, le persone parlano, addirittura, a volte, chiedono di abbassare i volumi perché non riescono a parlare tra di loro”.
È difficile immaginare una metafora più efficace della perdita del luogo dell’ascolto. Il musicista è fisicamente presente, il pubblico è fisicamente presente, la musica è fisicamente presente… eppure l’esperienza musicale può non accadere.
È qui che la differenza tra intrattenimento e ascolto diventa sostanziale. Un concerto presuppone una relazione. Qualcuno sale su un palco e propone qualcosa; qualcun altro accetta, almeno per il tempo di quella musica, di mettersi in ascolto. Non significa necessariamente stare immobili o in religioso silenzio. Significa riconoscere che ciò che sta accadendo davanti a noi merita attenzione. È proprio questo il territorio nel quale si muove il Live Tones Napoli Party: non semplicemente una successione di date, ma una precisa idea di programmazione, una scelta culturale che parte dalla convinzione che il pubblico possa essere accompagnato alla conoscenza di forme musicali differenti, anche quando non sono immediatamente familiari.
E qui entra in gioco una delle direzioni che Alberto ha scelto di percorrere con maggiore decisione negli ultimi anni: la New Generation. “Io negli ultimi tempi sto dando risalto ai musicisti della new generation, musicisti emergenti che hanno bisogno di spazi per poter far conoscere la loro musica, i loro progetti a cui sono giunti dopo anni di studio e sacrifici.”
La frase contiene una parola che considero centrale: “spazi”. Non soltanto spazi fisici, ma possibilità. Perché un giovane musicista può avere talento, idee, preparazione e una musica da proporre. Ma senza luoghi nei quali quella musica possa essere ascoltata, tutto questo rischia di rimanere confinato a una cerchia ristretta.
La scelta di Alberto, però, non si ferma alla valorizzazione dei giovani musicisti napoletani o campani. Una parte significativa della sua programmazione consiste nel favorire la circolazione di artisti provenienti da altri territori. “Faccio venire gruppi da altre regioni, al di fuori della Campania, dal Lazio, dalla Puglia, dalla Toscana e se posso anche dall estero.”
È una frase che potrebbe sembrare soltanto organizzativa. In realtà contiene una precisa idea di cultura. Portare a Napoli un gruppo che normalmente non gravita intorno alla scena campana significa creare un incontro che altrimenti probabilmente non avverrebbe. Significa mettere in comunicazione territori, musicisti e pubblici differenti. Significa anche offrire agli stessi artisti la possibilità di portare la propria musica oltre il circuito abituale — la musica, così, torna a essere movimento, ed è forse proprio questa una delle caratteristiche più interessanti del lavoro di Alberto: costruire una rete che non coincide con i confini geografici della città. Napoli diventa una tappa di un percorso più ampio, non un recinto.
C’è anche un altro elemento che rende questa programmazione particolarmente interessante: il jazz non è una forma musicale unica e immutabile. È una parola che contiene una storia lunga e stratificata, fatta di linguaggi, evoluzioni, contaminazioni. Alberto prova quindi a non costruire un cartellone monolitico, ma a offrire al pubblico una pluralità di possibilità: dal bebop al free jazz, dal mainstream alle forme più contaminate e contemporanee.
L’obiettivo, in fondo, non è dire al pubblico che cosa deve ascoltare.
È offrirgli gli strumenti per scegliere.
“Cerco di dare un panorama abbastanza ampio, in modo che il pubblico possa farsi un proprio gusto critico.”
Anche questa è una forma di educazione. Non l’educazione intesa come lezione impartita dall’alto, ma quella più discreta che nasce dall’esperienza. Ascoltare qualcosa che non conosciamo. Scoprire che ci piace. Oppure scoprire che non ci piace affatto. Tornare a casa con una curiosità nuova. Cercare il nome di quel musicista. Accorgersi che esiste una scena musicale molto più vasta di quella che conoscevamo.
La Cultura, qualche volta, comincia proprio così.
E i risultati, almeno nelle parole di Alberto, arrivano anche attraverso la reazione del pubblico: “La maggior parte delle volte, devo dire la verità, a fine concerto ricevo gratificazioni morali.” In un’attività nella quale l’organizzazione comporta lavoro, costi, spostamenti, rapporti con gli artisti, gestione delle strutture e una quantità di dettagli che il pubblico raramente vede, la gratificazione morale può sembrare una ricompensa fragile. Ma forse è esattamente quella che permette a certe esperienze di continuare, perché se tutto fosse misurato esclusivamente attraverso il ritorno immediato, molte di queste operazioni probabilmente non avrebbero ragione di esistere.
E allora torna la parola resistenza. Nel primo articolo la resistenza era quella dell’infrastruttura umana: costruire relazioni, attraversare territori, cercare musicisti, creare occasioni, trovare luoghi. Qui la resistenza assume una forma diversa: è la resistenza delle forme musicali, ma anche dell’ascolto.
Alberto parla di pochissimi luoghi realmente dedicati a questo tipo di esperienza. Il Bourbon Street, durante le sue rassegne, è uno di questi. E c’è l’obiettivo di portare la stessa politica culturale all’Hde di via Martucci. Altri spazi esistono, ma sono così pochi da poter essere quasi contati sulle dita di una mano: una geografia fragile, ed è proprio per questo che diventa importante difenderla. Perché costruire un luogo non basta. Bisogna anche stabilire che cosa si vuole far accadere dentro quel luogo.
Si può mettere un musicista su un palco e lasciare che il resto della sala continui a vivere come se nulla stesse accadendo. Oppure si può creare una condizione diversa: quella nella quale il pubblico comprende che per una sera vale la pena fermarsi, ascoltare e lasciarsi sorprendere.
E forse è anche qui che il lavoro di Alberto Bruno incontra più profondamente il senso di questa seconda “partitura”. La sua resistenza non consiste soltanto nel tenere aperta una porta. Consiste nel decidere che cosa vale la pena far passare da quella porta. Giovani musicisti che cercano un primo spazio. Artisti provenienti da altre regioni che portano a Napoli linguaggi differenti. Musicisti internazionali che attraversano l’Italia e trovano qui una tappa. Forme diverse di jazz che entrano in dialogo. Pubblici che, concerto dopo concerto, possono scoprire di avere un orecchio più grande di quanto immaginassero.
È un lavoro paziente, che non fa molto rumore — forse proprio perché combatte il rumore. E in una città nella quale la musica dal vivo può facilmente diventare sottofondo, scegliere l’ascolto significa già compiere una scelta culturale.
Forse la vera sfida, allora, non è soltanto salvare il jazz.
È salvare la possibilità che qualcuno, ancora oggi, possa sedersi davanti a un musicista e ascoltare davvero.
Perché il luogo dell’ascolto non è semplicemente una stanza, un club, un teatro o un palco. È uno spazio mentale che deve essere costruito ogni volta. E, come accade con ogni costruzione fragile, basta smettere di occuparsene perché lentamente scompaia.
La musica continuerà comunque a suonare.
La domanda è un’altra: ci sarà ancora qualcuno disposto ad ascoltarla?
Aggiungi commento
Commenti
Forza Alberto e Ornella! Non mollate!!! Un abbraccio Paolo