di Bruno Marfé
Ci sono canzoni che appartengono alla nostra vita per diritto di cronologia. Le abbiamo ascoltate in un certo periodo, sono state la colonna sonora di un'estate, di un amore, di un viaggio, di una stagione della nostra vita. Poi ci sono quelle che, senza che ce ne accorgiamo, si prendono un posto molto più profondo.
Non sappiamo esattamente quando siano entrate.
Sappiamo soltanto che, ogni tanto, tornano.
“Che vuole questa musica stasera”, cantata da Peppino Gagliardi, per me è una di quelle.
La incontrai quando ero ancora ragazzino, in un tempo nel quale dieci anni di differenza sembravano una distanza quasi incolmabile.
È una canzone che porta con sé una storia più grande della mia: scritta da Gaetano Amendola e Bruno Murolo, divenne celebre soprattutto legata a “Profumo di donna” di Dino Risi, e negli anni ha continuato ad attraversare epoche e schermi diversi, fino a comparire, decenni dopo, anche in un film di Guy Ritchie. Come se certe canzoni, una volta nate, smettessero di appartenere soltanto a chi le ha scritte.
I miei zii erano più grandi di me e d'estate organizzavano quelli che allora chiamavamo semplicemente “balletti”. Niente di particolarmente sofisticato, naturalmente, ma per me avevano qualcosa di magico.
Nella campagna di mio nonno era stato allestito uno spazio per le feste, con una certa dose di fantasia e un nome che oggi fa quasi sorridere: Green Garden.
Altre volte la scena si spostava sul terrazzo di casa.
Musica, ragazzi, ragazze, risate, qualche storia che allora mi sembrava importantissima e che oggi probabilmente non ricorda più nessuno.
Io, in mezzo a quella compagnia, ero un intruso tollerato.
Anzi, forse qualcosa di più: ero diventato una specie di mascotte.
E questa condizione mi consentiva un privilegio straordinario. Potevo stare con quelli più grandi senza essere ancora davvero uno di loro. Potevo osservare, ascoltare, imparare.
E soprattutto potevo guardare.
Perché a quell'età c'erano le ragazze.
E alcune erano bellissime.
O almeno così mi sembravano.
Forse lo erano davvero. Ma oggi sospetto che una parte della loro bellezza fosse dovuta proprio a quella distanza che le rendeva quasi irraggiungibili.
Erano più grandi. E quando hai pochi anni sulle spalle, anche una manciata di anni può sembrare un abisso.
Tu sei ancora un ragazzino e loro appartengono già a un mondo nel quale vorresti entrare.
Così le guardavi.
Con quella cautela che hanno i primi innamoramenti, quando non sai ancora bene che cosa significhi innamorarsi e soprattutto non sai che cosa fare di quello che provi.
Non c'erano strategie.
Non c'erano messaggi da mandare, profili da controllare, fotografie da mettere “mi piace”.
C'erano gli sguardi.
E la musica.
Ed è probabilmente in una di quelle serate che arrivò Peppino Gagliardi.
“Che vuole questa musica stasera?”
Allora non potevo sapere che quella canzone avrebbe continuato a seguirmi.
La memoria, del resto, ha un modo tutto suo di archiviare le cose. Non conserva necessariamente ciò che è stato più importante. Conserva ciò che, per qualche ragione misteriosa, ha lasciato un segno.
Una voce.
Una melodia.
Un profumo.
Una luce particolare.
Una sera d'estate.
E così può capitare, molti anni dopo, di sentire una canzone e di ritrovarsi improvvisamente altrove.
Non semplicemente nel passato, ma dentro una precisa porzione del passato.
Non ricordi soltanto la musica.
Ricordi il luogo in cui l'hai ascoltata.
Le persone che c'erano.
Quelle che non ci sono più.
Quelle che hai perso di vista.
Quelle che magari hai continuato a incontrare senza sapere che, nella tua memoria, sono rimaste ferme proprio lì.
E ricordi anche te stesso.
Che forse è la cosa più strana.
Perché noi cambiamo continuamente, ma la memoria ogni tanto ci restituisce una versione precedente di noi stessi con una precisione sorprendente.
E allora quella musica diventa una specie di macchina del tempo senza effetti speciali.
Bastano poche note e il tempo si piega.
Il ragazzino del Green Garden torna per qualche minuto.
E con lui tornano le estati, gli zii più grandi, la compagnia, il terrazzo, le risate e quelle ragazze bellissime che oggi ricordo soprattutto perché allora mi sembravano irraggiungibili.
È curioso come funzionino i primi innamoramenti.
Non hanno bisogno di essere consumati per diventare memoria.
A volte è sufficiente che siano rimasti lì, sospesi, in quella zona incerta tra il desiderio e l'immaginazione.
Forse proprio perché non sono diventati una storia, possono continuare a vivere come possibilità.
E forse è per questo che, quando quella musica torna, non provo soltanto nostalgia, ma qualcosa che mi fa anche sorridere.
Perché mi ricorda chi ero quando ancora non sapevo quante persone avrei incontrato, quante ne avrei perdute, quante strade avrei percorso e quante altre canzoni avrei aggiunto alla mia personale colonna sonora.
E mi ricorda soprattutto che la memoria non è un archivio ordinato.
È una stanza nella quale le cose stanno un po' come capita.
Apri un cassetto e trovi una fotografia.
Ne apri un altro e trovi una voce.
Poi, senza sapere come, salta fuori una sera d'estate di tanti anni fa.
E magari insieme alla sera arriva una canzone.
“Che vuole questa musica stasera?”
La domanda, a distanza di quasi sessant'anni, mi sembra ancora perfetta.
Perché forse la musica non vuole niente. Vuole soltanto ricordarci che siamo stati anche quello.
Che dentro l'uomo che siamo diventati esiste ancora quel ragazzo che si imbucava ai “balletti” degli zii, che ascoltava la musica senza sapere che un giorno avrebbe associato quelle note a una parte della propria vita.
E forse è proprio questo il regalo più curioso che una canzone possa farci.
Non restituirci il passato.
Restituirci, per qualche minuto, noi stessi.
Poi la musica finisce.
La stanza torna quella di prima.
La vita riprende il suo posto.
Ma da qualche parte, nel nostro Green Garden personale, qualcuno ha appena riacceso la musica.
E forse una ragazza bellissima, allora irraggiungibile, sta ancora passando davanti a noi.
Non abbiamo più bisogno di raggiungerla.
Ci basta riconoscerla.
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