di Bruno Marfé
Ci sono giornate in cui il meteo e la memoria sembrano mettersi d’accordo per inscenare una strana magia. Succede guidando lungo la Domitiana, dalle parti di casa a Baia Verde: un cielo azzurro, piatto e immobile, il sole che picchia, il caldo che sembra aver prosciugato ogni cosa. Per un istante il paesaggio assume qualcosa di familiare e insieme lontano, come se quella strada potesse condurti improvvisamente dall’altra parte dell’oceano. Una California nostrana, sospesa tra un’estate che sembra non voler finire e una nostalgia che arriva da molto più lontano.
È bastato questo cortocircuito visivo a far scattare la colonna sonora. Ho schiacciato play su It Never Rains in Southern California, il celebre successo di Albert Hammond, artista straordinario e forse ricordato meno di quanto meriterebbe: basti pensare che The Air That I Breathe, resa immortale dagli Hollies nel 1974, era stata incisa per la prima volta proprio da Hammond due anni prima.
E persino l’Italia aveva fatto propria quella suggestione nel 1973, con la deliziosa versione di Wess e Dori Ghezzi, Non piove mai in California.
Ma quelle note, questa volta, non mi hanno riportato soltanto alla California raccontata da Hammond. Mi hanno portato molto più indietro, a quando la California non era un luogo che conoscevo, ma un luogo che immaginavo. Perché la California, allora, non l’avevo mai vista. Ma l’avevo già ascoltata.
Quando si pensa alla California degli anni Sessanta, quella dei figli dei fiori, delle spiagge, dei surfisti e di un’idea di libertà che sembrava attraversare la musica, il pensiero corre quasi naturalmente a brani come San Francisco di Scott McKenzie o Let’s Go to San Francisco dei Flower Pot Men. Ma nella mia memoria c’è soprattutto un’altra canzone: California Dreamin’dei Mamas & the Papas.
È una canzone che, già nel titolo, conteneva un viaggio. Ma era un viaggio che non avevo bisogno di fare. Bastava ascoltarla. La California diventava così un luogo dell’immaginazione, costruito attraverso voci, armonie, parole e melodie: una terra lontanissima che poteva entrare nella mia stanza e diventare, per qualche minuto, quasi reale.
E nella mia stanza c’era un compagno di viaggio preciso: un giradischi Geloso, con la sua scocca in plastica dalle tonalità rosse e beige. Il suo posto fisso era sul comodino, accanto al mio letto. Oggi potrebbe sembrare un piccolo oggetto vintage, qualcosa da cercare nei mercatini o da esporre come testimonianza di un’epoca. Per me, allora, era semplicemente una macchina per viaggiare senza muovermi da casa. Bastava sollevare il braccetto, appoggiarlo delicatamente sul solco e aspettare che la musica facesse il resto. E questo gesto mi riporta ad un gruppo mitico di quegli anni, i Beach Boys… il loro primo 45 giri che acquistai non fu Barbara Ann, il pezzo scanzonato che più facilmente si associava all’immaginario dei ragazzi di Brian Wilson. Fu God Only Knows.
Ricordo ancora l’emozione di quel primo ascolto. E soprattutto ricordo quante volte tornai ad ascoltarla: una volta, poi un’altra, e un’altra ancora. Il braccetto tornava sul disco e quelle armonie vocali riempivano la stanza. God Only Knowsnon mi sembrava una semplice canzone pop. C’era qualcosa di diverso, qualcosa che non riuscivo ancora a spiegare ma che riconoscevo istintivamente. Quelle voci, quegli accordi, quella malinconia così elegante sembravano arrivare da un mondo che conoscevo soltanto attraverso la musica.
E forse è proprio questo il potere che la musica aveva allora, prima che tutto diventasse immediatamente disponibile, prima di poter vedere un luogo sullo schermo ancora prima di averlo immaginato. Una canzone poteva costruirti una geografia. Io la California l’ho conosciuta così: attraverso California Dreamin’, attraverso i Beach Boys, attraverso quelle armonie che sembravano contenere il sole, il mare e una promessa di libertà. E attraverso un piccolo Geloso appoggiato sul comodino, che ogni volta che mettevo un disco trasformava una stanza di casa in un luogo lontanissimo.
Per questo oggi, mentre percorro la Domitiana e Baia Verde sembra quasi una cartolina californiana, It Never Rains in Southern California assume un significato diverso. La voce di Albert Hammond mi porta a quella California immaginata tanti anni fa, ma anche a tutte le canzoni che contribuirono a costruirla nella mia memoria. E c’è qualcosa di curioso nel confronto tra quelle canzoni: Hammond cantava una California dove non piove mai; i Mamas & the Papas, invece, la sognavano proprio mentre erano lontani, con il freddo e la pioggia addosso. Due immagini diverse dello stesso luogo, entrambe diventate vere attraverso la musica.
Forse quella California era, almeno in parte, un’illusione collettiva. Una terra costruita dalle canzoni, dalle copertine dei dischi, dalle immagini dei surfisti e dai sogni di una generazione. Ma le illusioni non sono necessariamente inutili. Alcune diventano parte della nostra storia personale. Restano dentro di noi molto più a lungo dei luoghi che abbiamo realmente visitato.
Oggi non ho più quel Geloso sul comodino. Ma basta una canzone perché la memoria lo rimetta al suo posto. E allora capisco che quel viaggio sulla Domitiana è cominciato molto prima, in una stanza, accanto a un letto, con un 45 giri che girava lentamente sotto la puntina.
La California, in fondo, non l’avevo mai vista. Ma l’avevo già ascoltata.
Aggiungi commento
Commenti