Il suono che non ascoltiamo.

Pubblicato il 2 giugno 2026 alle ore 16:37

di Bruno Marfé 

C'era, nell'aria di Bruxelles, qualcosa che avrebbe dovuto viaggiare fino a noi.

Era il maggio di quest'anno. Nelle sale del Palais des Beaux-Arts, il Concorso Musicale Regina Elisabetta — una delle competizioni più severe e prestigiose al mondo per strumentisti classici — stava per emettere il suo verdetto nella sezione violoncello. Sul palco, tra i finalisti rimasti in gara dopo settimane di selezione, c'era un ragazzo romano di ventitré anni: Ettore Pagano.

Ha vinto lui.

Per la prima volta nella storia del concorso, la sezione violoncello era stata conquistata da un italiano. Una notizia che, nel mondo della musica classica internazionale, ha il peso di un evento. Un risultato che racconta anni di esercizio quotidiano, di insegnamenti trasmessi, di una catena invisibile di maestri, sale prove, strumenti accordati all'alba, spartiti consumati dall'uso. Eppure, in Italia, la notizia è scivolata via quasi senza lasciare traccia nell'attenzione pubblica.

Non dico questo con tono accusatorio. La musica classica non è mai stata materia da prime pagine nel nostro Paese — almeno non nell'epoca in cui il valore di una notizia si misura in click, reazioni, condivisioni. Lo so. Lo sappiamo tutti.

Eppure mi fermo su questa storia, perché mi sembra che ci dica qualcosa di importante: non su Ettore Pagano, ma su noi.

La comunità che forma

Dietro una vittoria come questa non esiste il mito romantico del genio solitario. Esiste qualcosa di più antico e più concreto: una comunità educante.

Ogni grande interprete è il risultato di una rete — di insegnanti, accompagnatori pianistici, famiglie, istituzioni, compagni di studio, spazi dove il suono ha potuto crescere in silenzio per anni prima di essere mostrato al mondo. È una trasmissione che somiglia a quella dell'artigianato: il sapere passa di mano in mano, si trasforma, si affina, trova in un corpo giovane la forma nuova in cui sopravvivere.

In questo senso, la vittoria di un musicista non appartiene soltanto a lui. Appartiene a tutti coloro che lo hanno formato. E, in una misura più larga, appartiene anche al Paese che ha creato le condizioni perché quella formazione fosse possibile.

L'Italia, in questo, ha ancora risorse straordinarie: conservatori che continuano a produrre eccellenze riconosciute ovunque, una tradizione pedagogica che ha radici profonde, una densità culturale che non ha equivalenti nel mondo. Pianisti come Beatrice Rana e Filippo Gorini, violinisti come Giuseppe Gibboni — vincitore del Premio Paganini nel 2021 dopo oltre vent'anni di attesa italiana — sono il segno visibile di qualcosa che continua a funzionare, anche quando nessuno lo racconta.

Ciò che scegliamo di celebrare

Una società non si definisce soltanto attraverso ciò che produce, ma attraverso ciò che sceglie di riconoscere.

Quando il criterio del valore viene progressivamente sostituito dal criterio della notorietà — quando l'importante non è più cosa rappresenta un risultato, ma quanto rapidamente genera traffico — qualcosa si incrina nel rapporto tra una comunità e la propria cultura. Non è una questione di nostalgie per un'età dell'oro. È una questione di prospettiva: siamo capaci di vedere il futuro che stiamo costruendo?

In Polonia, il Concorso Chopin viene seguito con una partecipazione che ricorda quella degli eventi sportivi — ma è comprensibile: Chopin è un'identità nazionale, una ferita storica, un simbolo di sopravvivenza. In Corea del Sud i successi dei musicisti classici entrano nell'orgoglio collettivo con una forza che stupisce chi la osserva dall'esterno. Non sono modelli da imitare meccanicamente; sono specchi in cui leggere, per contrasto, qualcosa di noi stessi.

Siamo il Paese che ha inventato il melodramma. Abbiamo dato al linguaggio musicale occidentale alcune delle sue fondamenta più solide — da Monteverdi a Verdi, da Rossini a Puccini. Per secoli l'Europa veniva in Italia a imparare. Questa storia non ci obbliga a nulla, non genera diritti automatici. Ma dovrebbe, almeno, renderci capaci di riconoscere il valore di chi quella tradizione continua a portare nel mondo.

Il rumore e la voce

Viviamo in un tempo dominato dal rumore permanente. Non intendo questo in senso moraleggiante: il rumore è anche vitalità, pluralità, conversazione collettiva. Ma il rumore costante rende più difficile distinguere le voci che meritano attenzione da quelle che la cercano semplicemente più forte.

Ettore Pagano non ha cercato la visibilità. Ha cercato il suono giusto. Ha lavorato su uno strumento che richiede anni per essere anche soltanto avvicinato, decenni per essere padroneggiato. Ha attraversato le selezioni di uno dei concorsi più rigorosi al mondo e ne è uscito primo. In un altro tempo, in un altro contesto, questa storia sarebbe entrata nell'immaginario collettivo come una di quelle che si raccontano ai bambini: vedi? Lo studio porta lontano. L'eccellenza silenziosa vale quanto quella rumorosa.

Invece è rimasta, per la maggior parte degli italiani, una notizia sconosciuta.

Non è una catastrofe. Ma è un sintomo.

Il problema non è che i nostri talenti manchino. Continuano a nascere, a studiare, a vincere e a stupire — spesso all'estero prima ancora che in patria, spesso celebrati altrove prima di essere riconosciuti qui. Il problema è che, nel rumore permanente in cui siamo immersi, stiamo perdendo la capacità di ascoltare la voce limpida dell'eccellenza quando passa accanto a noi.

E una civiltà che smette di ascoltare ciò che ha di meglio non perde soltanto i propri talenti. Perde, poco a poco, anche il filo che la tiene insieme.

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