di Chiara Franchitti
Da uno studio delle biografie, della Positio (non sempre di facile lettura e interpretazione e non propriamente opere storiche) e dei suoi stessi scritti (seppur questi ultimi di numero limitato) emerge la figura di Domenico Petruccelli, un frate francescano molisano dei minori cappuccini, vissuto nel mezzogiorno italiano del XIX secolo, posto dalla positio a lui dedicata sulla strada verso la “santità canonica” e per questo noto come padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, il “monaco santo”. Studiando le sue vicendebiografiche, seppur attraverso le scarne e spesso romanzate fonti disponibili, ne emerge un’immagine da un lato identificabile con un profilo “standard” di santità, il classico frate buono e mansueto dalla lunga barba bianca che ci si aspetta di incontrare in un piccolo paese del Sud Italia nell’Ottocento. Ma dall’altro, una ricerca storica sul Petruccelli, seppur con le già accennate difficoltà date da “fonti indirizzate”, ne restituisce la figura di un uomo caratterizzato principalmente da speranza, resilienza, sinodalità e “santità della porta accanto”, per utilizzare termini di uso comune nella contemporaneità che però indicano concetti antichi. È facilmente intuibile e immaginabile una vita spesa in preghiera, studio, ascolto, umiltà e carità. Lo chiamavano “l’eterno novizio” perché dopo l’anno di prova, contrassegnato da privazioni e rigidità nell’apprendere e nell’osservare la Regola, padre Petruccelli ha continuato a non farsi concessioni, sempre fedele a quella Regola di san Francesco, che considerava ispirata dallo Spirito Santo.
In una lettera rivolta a un suo non identificato compagno, di cui riporta solo le iniziali, FC, padre Petruccelli scrive:
«Mi sono molto compiaciuto, che vi trovate meco contento, di aver abbracciato lo stato monastico. Ma a nulla ci giova questa contentezza, se non siamo fedeli a ciò che abbiamo promesso. Caro compagno, magna promisimus, maiora promissa sunt nobis servemus haec, suspiremus ad illa [abbiamo promessocose grandi, cose più grandi ci sono state promesse, custodiamo queste, aneliamo a quelle]; ci fa sentire il nostro Patriarca. Siate cauto, e geloso nell’osservanza della Regola; e non vi lasciate persuadere dall’uso comune, perché il comune non ne osserva se non che piccolissima parte di essa. [...] La Regola deve essere il nostro oggetto singolare, perché se l’osserviamo perfettamente siamo veri religiosi, avremo vera contentezza in questo mondo e saremo premiati da Dio nell’altro. E beati noi così facendo!».
Eppure quando nella sua vita pensava di aver trovato un equilibro nell’essere riuscito a individuare e a imboccare la via che più si confaceva alla sua persona, giunge nel 1866 la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose. Tutti i frati per legge lasciano i conventi e gli abiti religiosi. Il Petruccelli e pochi altri casi rari, ma esistenti, sparsi per la penisola, riescono a restare a vivere all’interno delle mura del convento. Nel suo caso in qualità di parroco rettore dell’annessa cappella, col nome di Battesimo di don Domenico (e non più con quello da frate di padre Raffaele). Insieme a lui vive un altro frate non sacerdote, fra Donato da Morcone, in qualità di sacrista e la solitudine quotidiana viene spezzata da una pseudo vita di fraternità che si ricostituisce in occasione delle celebrazioni eucaristiche, di momenti di meditazione condivisa, nei tempi dedicati alle confessioni. In alcune fonti troviamo anche i nomi di padre Pierluigi Mancini e padre Michelarcangelo Giuliano, sempre in riferimento alla vita in convento nella Sant’Elia di quel periodo, anche se non sempre:
«Preghiera personale e comunitaria con fra Donato e qualche altro religioso esclaustrato anche di altri ordini, che saltuariamente si fermavano in convento, meditazione, la santa messa, confessione, visita agli ammalati e ai bisognosi erano gli elementi importanti delle sue giornate. Il popolo santeliano, così come quello di Campobasso e di Morcone, correva a gruppi e alla spicciolata da lui, sicuro di trovare il religioso sacerdote esemplare e convinto, il consigliere, il direttore spirituale ed il dispensatore della speranza in Dio e della fiducia nel fratello».
Per venti lunghi anni dunque il padre Raffaele Petruccelli vive una insolita vita di fraternità, come tutti i religiosi in quel tempo, continuando però con perseveranza a seguire la Regola di San Francesco, nonostante le condizioni del momento non imponevano di dover render conto a nessuna fraternità vera e propria e a nessun effettivo superiore. Dopo vent’anni di resistenza in queste precarie condizioni di “vita fraterna sui generis” l’ormai anziano padre Petruccelli è convocato dai nuovi frati ai vertici della provincia religiosa in rinascita, prevalentemente provenienti dalla Toscana, per far parte della nuova equipe di frati formatori del noviziato di Morcone, in quanto considerato tra i frati locali un esempio di fede, obbedienza, perseveranza, umiltà per i giovani aspiranti frati.
Essere riuscito sempre a superare con umiltà ma allo stesso tempo a testa alta le difficoltà della sua vita, come prima il contrasto col padre che era restio a mandarlo in convento, poi gli anni difficili di Campobasso, dovendo vivere in luoghi angusti e svolgere servizio in carcere e coi moribondi, i problemi di salute che non sono mai mancati e a un certo punto, con le leggi eversive dell’asse ecclesiastico che portarono alla soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose, il crollo totale delle sue certezze materiali e dei suoi punti di riferimento umani. Eppure proprio in queste circostanze sfavorevoli è venuta fuori luminosa la sua speranza e resilienza che di fronte a nessun ostacolo non si è affievolita.
Inoltre il concetto di sinodalità in senso moderno, che poi viaggia di pari passo fino persino a coincidere col conetto di cattolicità, è proprio del frate di Sant’Elia. Nell’omelia di Anacleto da Cortona (O.F.M.Cap.), in occasione del trigesimo dalla morte del Petruccelli, emerge con forza e vigore la parola “tutti”. Tutti piangono la sua morte, tutti si rivolgevano a lui, tutti riconoscono la sua santità, e così via:
«Il P. Raffaele è un santo! Sì il P. Raffaele è un santo e tutti lo riconoscono, per tale dentro e fuori dal Chiostro. Tutti vorrebbero parlare con Lui, tutti vorrebbero ascoltare la sua voce, tutti vorrebbero vivere in sua compagnia. La sua conversazione rapisce, la sua presenza rianima gli spiriti, il suo esempio stimola alla virtù. La santità si fa strada da sé presso ogni ceto di persone: e voi vedete il P. Raffaele circondato di stima e di venerazione presso il grande ed il piccolo, presso il nobile ed il plebeo, presso l’ecclesiastico ed il secolare: Egli vien chiamato amato da tutti: Il Monaco santo!».
E questo non è l’unico testo che parla di padre Petruccelli in questi “toni totalizzanti”. A ciò va aggiunto il “furor di popolo” intorno alla sua persona, quando “tutti” volevano che fosse lui a restare in convento come custode durante gli anni della soppressione, quando poi “tutti” volevano che ci fosse lui nell’equipe dei formatori dei nuovi novizi e poi sia in occasione del ritorno trionfante a Sant’Elia a Pianisi nel 1900, pochi mesi prima di morire, sia nella circostanza dei funerali. E anche questo unirsi intorno a lui o a causa sua viene sottolineato ancora una volta da Anacleto da Cortona, nella sua omelia sopra citata, come rarità, cioè quasi a voler intendere che è raro e difficile trovare una motivazione comune che unisce “tutti”, un intero popolo. Per cui quando ciò accade devono esserci serie ragioni:
«Ma che posso dirvi io mai del vostro illustre Concittadino nel lunghissimo tempo ch’Ei dimorò in mezzo a voi, in questo sacro Ritiro, che non sappiate? La sua vita laboriosa, sana, piena di meriti e di virtù, l’avete avuta sempre dinanzi. E se il vostro amore e la vostra venerazione per Lui giunsero fino all’entusiasmo, forza è confessare che grandi esser pure dovettero i meriti di Lui: poiché non si commuove mai un popolo intero senza forti motivi. Il P. Raffaele era un santo, confessate tutti concordi...».
A questo punto non sarà un caso se il padre Petruccelli fu poeticamente definito dal padre Francesco Maria da Gambatesa junior «perla rara in gurgite vasto», definizione che ha senso nel contesto in cui viene pronunciata, ci troviamo infatti dopo la soppressione. Era un tempo in cui si prendeva coscienza del fatto che molti frati avevano lasciato l’ordine francescano come pure gli altri ordini religiosi e nel triste e lungo tempo delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico avevano ritenuto più opportuno e conveniente cambiare vita, così per il ripristino del nuovo noviziato a Morcone, insieme ai frati provenienti dalla Toscana, vollero proprio il padre Petruccelli come modello, come esempio per le giovani generazioni.
Ancora in riferimento al Petruccelli, poco dopo la sua morte, Bernardino da San Giovanni Rotondo (O.F.M.Cap.) sostiene che «la memoria del suo vivere e delle sue azioni virtuose commuove ogni cuore che veramente sente», quasi invitando a fare attenzione ai testimoni della fede che senza gesti eclatanti o miracolosi vivono tra le persone e con le persone, condividendone gioie e dolori. “Il cuore che veramente sente” cioè coloro che non si fermano alla superficialità, ma riescono a “guardare oltre”, percepiscono la presenza dei santi nell’ordinario, persone che vivono pienamente il loro essere uomini e donne di fede nel loro hic et nunc, e non avulsi da esso.
«La preghiera e lo studio furono tutto il suo amore e in esse trovò le sue più care delizie» dice Anacleto da Cortona di padre Petruccelli, due perni, dunque, quasi come nel motto benedettino ora et labora, dove lo studio è incluso a pieno titolo. L’ “uomo di preghiera” non disdegna lo studio, anzi trova in esso lo strumento anche per conoscere i segni dei tempi, per saperli leggere e discernere e per incarnare di conseguenza il messaggio cristiano nel proprio tempo e latitudine geografica.
Concludo con due affermazioni dello stesso Petruccelli, ricavate da un manoscritto che Alessandro da Ripabottoni (O.F.M.Cap.) riporta in un volume dedicato a Sant’Elia a Pianisi. «Non è sufficiente dire: “Farò”, ma è necessario dire: “Faccio da oggi”. Importante affermazione ad indicare il valore del presente, la propensione a vivere bene ogni giorno, nonostante le avversità e non attendere eventuali “tempi migliori” per “fare”, cioè per compiere gesti concreti di bene. A questa affermazione se ne aggiunge un’altra altrettanto importante. «Si vorrebbe vivere da cristiani, ma senza però scomodarsi di niente», quest’ultimo a rimarcare ancor di più l’importanza che dà all’azione un frate francescano che se non inquadrato e contestualizzato nel complesso periodo storico e spazio geografico in cui vive e se non ripulito dalle agiografie del tempo poetiche e romanzate costruite ad hoc, rischia di essere ridotto a un esempio lontano, fuori dalla realtà e dal suo tempo, destinato alla santità dalla nascita e vissuto quasi senza toccare le cose del mondo, incluse le vicende umane, che invece nella verità della storia ha ascoltato, compatito, amato, incarnato e attraversato da uomo e da cristiano.
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