Aura Battle, mode e relazioni: la vera sfida è accorgersi dell’altro

Pubblicato il 6 ottobre 2026 alle ore 11:46

di Roberto Alicandri

Tutto è partito dalle Aura Battle, una delle tendenze che in questo periodo imperversano sui social e che, inevitabilmente, sono arrivate anche tra i banchi di scuola. Ma cosa sono esattamente? Nel linguaggio dei social, soprattutto tra i più giovani, la parola aura ha assunto un significato particolare: indica, in maniera ironica, il carisma, il fascino, la capacità di una persona di attirare l’attenzione e di imporsi sulla scena quasi senza bisogno di fare nulla. Da qui nasce anche l’espressione aura points, punti immaginari che si “guadagnano” quando si compie qualcosa di particolarmente riuscito, sicuro o carismatico e che, al contrario, si “perdono” quando si fa una figuraccia.

Le Aura Battle trasformano questa idea in una sorta di sfida giocosa. Due o più persone si confrontano attraverso pose, sguardi, gesti, entrate in scena, movimenti o brevi performance, mentre chi guarda stabilisce simbolicamente chi possieda più “aura”. Non c’è necessariamente una vera competizione né un premio, il gioco consiste proprio nell’esagerazione ironica del carisma, nel mettersi in scena per pochi secondi e lasciare al pubblico il giudizio.

La tendenza è arrivata anche nelle scuole. In diversi istituti persino alcuni docenti hanno deciso di mettersi in gioco, partecipando con leggerezza e ironia. Come spesso accade, però, insieme ai video sono arrivati anche i commenti: critiche, indignazione, giudizi severi, soprattutto da parte degli adulti. Eppure dovremmo avere un po’ di memoria. Sia chiaro: queste righe non vogliono essere un’apologia delle Aura Battle, né interessa stabilire se si tratti di un fenomeno intelligente, educativo o semplicemente futile. Sarebbe, del resto, poco interessante fermarsi a questo. L’intento è un altro: provare a leggere il fenomeno senza il riflesso immediato della condanna, collocandolo dentro una storia molto più antica, quella del rapporto spesso conflittuale tra le generazioni e dei diversi modi con cui ciascuna epoca costruisce i propri linguaggi, i propri riti e persino le proprie leggerezze.

Ogni epoca ha avuto le proprie mode, le proprie stranezze e persino le proprie “assurdità”. Ci sono state le sale giochi, le sfide di freestyle e breakdance, i flash mob, le interminabili partite alla PlayStation, i tormentoni, i balli collettivi e quelle mode musicali — dal punk al rock — che in altri tempi facevano inorridire una parte del mondo adulto.

Ogni generazione, insomma, ha avuto qualcosa capace di far scuotere la testa a quella precedente. Oggi, semmai, sono cambiati il mezzo e la velocità. Una moda che un tempo sarebbe rimasta confinata in una piazza, in una scuola o in un gruppo di amici, attraverso TikTok, Instagram e le altre piattaforme può raggiungere in poche ore milioni di persone. Per questo le Aura Battle, in sé, mi preoccupano relativamente. Sono una moda e, come tante altre, probabilmente passeranno.

Da adulto e soprattutto da educatore, mi interroga maggiormente un’altra questione: il rischio di perdere il contatto con la vita reale, con l’empatia e con le relazioni autentiche.

Capita di osservare persone — e non soltanto ragazzi — completamente assorte davanti a uno schermo, fisicamente presenti, ma quasi estranee a ciò che sta accadendo accanto a loro. Questo dato può e deve farci riflettere sul nostro modo di abitare il mondo.

In questo frangente torna sorprendentemente attuale Emmanuel Levinas, filosofo del Novecento che ha posto al centro della propria riflessione l’incontro con il volto dell’Altro. Per Levinas l’altro non è semplicemente qualcuno che occupa lo spazio accanto a me. Il suo volto mi interpella, interrompe la mia autosufficienza e mi chiama alla responsabilità. Prima ancora di chiedermi chi sia, cosa pensi o quanto mi somigli, la sua presenza mi pone davanti a una domanda etica: sono ancora capace di accorgermi che l’altro esiste? 

In fondo, è una domanda che attraversa anche il Vangelo. Nella parabola del buon Samaritano, raccontata da Luca, un uomo ferito rimane sul ciglio della strada. Passano un sacerdote e un levita: lo vedono e proseguono. Il Samaritano, invece, «lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33).

La differenza comincia da un gesto apparentemente insignificante: vedere. Accorgersi. Fermarsi.

Levinas lo esprime attraverso la filosofia, il Vangelo attraverso la logica della prossimità. In entrambi i casi l’altro rompe il nostro isolamento e ci chiede di uscire da noi stessi. 

I social possono essere strumenti straordinari. Possono mettere in comunicazione, diffondere cultura, creare comunità, informare, far nascere progetti. Il problema comincia quando non accompagnano più la vita, ma pretendono di sostituirla e sarebbe fin troppo comodo attribuire questa deriva soltanto ai più giovani.

Anche molti adulti abitano i social in maniera profondamente autoreferenziale. Pubblicare continuamente ciò che si fa, dove si è, con chi si è, cercare approvazione, mostrare ogni risultato, commentare ogni tipo di avvenimento o costruire una rappresentazione permanente di sé può diventare un modo per sentirsi visibili, riconosciuti, importanti.

Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato nel raccontarsi. Il confine diventa sottile quando non condividiamo più un’esperienza perché l’abbiamo vissuta, ma finiamo per viverla pensando già a come mostrarla agli altri.

E allora il problema non riguarda più TikTok, Instagram o una determinata generazione. Riguarda il bisogno umano di essere riconosciuti, che il meccanismo dei social può amplificare fino a trasformare la relazione in una continua esposizione di sé.

Paradossalmente, mentre Levinas ci invita a partire dal volto dell’altro, il rischio dei social è quello di trasformare tutto in uno specchio nel quale cerchiamo continuamente il nostro volto. Esiste poi una differenza fondamentale tra una moda innocua e fenomeni che possono diventare realmente pericolosi.

Negli anni abbiamo conosciuto challenge ben più inquietanti: dalla Blackout Challenge, legata a pratiche di soffocamento, alla Fire Challenge e alla Tide Pod Challenge. Grande allarme suscitò anche la cosiddetta Blue Whale Challenge, descritta tra il 2016 e il 2017 come una sequenza di prove che avrebbe condotto adolescenti vulnerabili verso l’autolesionismo e, infine, il suicidio. Molte ricostruzioni giornalistiche furono successivamente messe in discussione e non emersero prove sufficienti dell’esistenza di un unico “gioco” organizzato secondo lo schema raccontato dai media. Resta però reale il problema che quella vicenda portò alla luce: la vulnerabilità può incontrare online dinamiche di emulazione, manipolazione e normalizzazione di comportamenti pericolosi.

Ma proprio per questo bisogna saper distinguere. Una Aura Battle non è una Blackout Challenge. Un balletto non è un comportamento autolesivo. Una moda che può apparirci sciocca non è automaticamente una minaccia. Educare significa anche insegnare a distinguere. Non possiamo rincorrere ogni nuova tendenza con un divieto né liquidare tutto ciò che non comprendiamo con la frase «questa generazione è perduta». Anche perché il problema della dipendenza dagli schermi, dell’isolamento, dell’autoreferenzialità e dell’impoverimento delle relazioni non appartiene esclusivamente ai giovani. La questione, allora, non è generazionale, ma profondamente umana.

Le Aura Battle passeranno. Arriverà un’altra moda, poi un’altra ancora. È sempre successo e continuerà a succedere. Cambieranno le tendenze, cresceranno i follower, si moltiplicheranno notifiche, visualizzazioni e connessioni; continueremo a raccontare ogni istante della nostra esistenza e a costruire online l’immagine migliore di noi stessi. Eppure la relazione autentica comincia ancora nello stesso modo raccontato duemila anni fa sulla strada da Gerusalemme a Gerico: qualcuno si accorge dell’altro e sceglie di fermarsi.

Aggiungi commento

Commenti

Floriana florio
2 giorni fa

Sono d'accordissimo caro Roberto! Le mode giovanili non sono un problema! I nostri giovani sono una risorsa! Credo profondamente nei giovani perché credo nei miei figli e nella sfida che pongono i figli degli altri senza una guida credibile!Per noi adulti non trovo aggettivi consoni! Siamo critici da due soldi!Diamoci da fare piuttosto perché il nostro Governo non sostenga Netanyahu nel genocidio dei Palestinesi continuando ad inviare armi ad Israele!Provo tanta vergogna ultimamente per gli adulti italiani!!!