di Roberto Alicandri
Un viaggio alla scoperta della cultura irlandese mi ha condotto nel cuore di Dublino, tra le mura dello storico Trinity College, dove è custodito uno dei più straordinari tesori dell’arte medievale: il Book of Kells. Dalla visita e dal fascino di questo manoscritto millenario nasce la riflessione che accompagna questo articolo, un percorso attraverso dodici secoli di fede, arte e cultura.
Cristo in trono (Christ Enthroned), Book of Kells, IX secolo, Trinity College di Dublino. Raffinata miniatura dell’arte cristiana insulare, simbolo della regalità divina di Cristo.
Dublino è una città nella quale la storia e la letteratura convivono in un dialogo incessante. Qui nacque, il 16 ottobre 1854, Oscar Wilde, che trascorse gran parte della giovinezza nella residenza familiare di Merrion Square e studiò lettere classiche al Trinity College dal 1871 al 1874, prima di trasferirsi a Oxford. Proprio nella prestigiosa università irlandese è custodito uno dei più importanti capolavori della civiltà manoscritta medievale: il Book of Kells, straordinario evangeliario miniato risalente all’800 circa.
Il manoscritto, catalogato con la segnatura MS 58, venne probabilmente realizzato nell’ambiente monastico dell’isola scozzese di Iona, fondata come centro religioso da san Columba nel VI secolo. Dopo le incursioni vichinghe, all'inizio del IX secolo, parte della comunità si trasferì a Kells, nell’attuale contea irlandese di Meath, da cui il codice prende il nome. La sua esatta provenienza rimane tuttavia discussa dagli studiosi.
Composto da 340 fogli di pergamena, equivalenti a 680 pagine, il volume contiene i quattro Vangeli canonici in latino, prevalentemente secondo la tradizione della Vulgata di san Girolamo, insieme a materiali introduttivi ed esplicativi. Tra questi figurano le Breves causae, sintesi dei racconti evangelici, gli Argumenta, introduzioni ai singoli Vangeli, e le tavole dei canoni di Eusebio di Cesarea, concepite per individuare le corrispondenze tra i diversi testi. Un apparato che testimonia la profondità della cultura esegetica e filologica dei monasteri altomedievali.
Di eccezionale valore è soprattutto la decorazione. Le pagine, vergate in scrittura maiuscola insulare, presentano intrecci geometrici, motivi vegetali, figure simboliche e raffinate miniature realizzate mediante pigmenti di origine minerale e organica. Celebre è il monogramma di Cristo, formato dalle lettere greche Chi e Rho, che occupa quasi interamente il foglio 34 recto. In queste composizioni la scrittura supera la propria funzione comunicativa per trasformarsi in espressione artistica e contemplativa: la bellezza diventa una forma di interpretazione della Parola.
Nel 1006 il manoscritto venne trafugato dalla chiesa di Kells e successivamente recuperato, privo della preziosa custodia. Trasferito a Dublino nel XVII secolo, entrò nella collezione del Trinity College nel 1661 grazie al vescovo Henry Jones. Nel 1953, per ragioni conservative, fu suddiviso in quattro volumi. Oggi è conservato nella storica Old Library del College, uno dei luoghi più rappresentativi del patrimonio culturale irlandese.
Il Book of Kells rappresenta una testimonianza fondamentale del contributo del monachesimo cristiano alla conservazione e alla trasmissione della cultura europea.
Gli scriptoria medievali non furono soltanto luoghi di copiatura, ma autentici laboratori intellettuali nei quali la tradizione classica, lo studio delle Scritture e la ricerca artistica trovarono nuove forme di espressione.
Non è privo di suggestione il fatto che il medesimo Trinity College abbia formato, molti secoli più tardi, Oscar Wilde, uno dei maggiori interpreti dell’estetismo europeo. Pur appartenendo a epoche e concezioni profondamente differenti, il manoscritto medievale e l’opera dello scrittore irlandese testimoniano la centralità della bellezza nella storia del pensiero e della cultura, seppure attraverso sensibilità e linguaggi diversi.
Il Book of Kells rappresenta, dunque, molto più di una straordinaria testimonianza artistica e religiosa: è l’espressione di una civiltà che riconosceva nella conoscenza, nella cura della parola e nella ricerca della bellezza un patrimonio da custodire e tramandare. A distanza di oltre dodici secoli, le sue pagine continuano a ricordarci che il valore più autentico della cultura risiede nella sua capacità di attraversare il tempo, conservando viva la memoria di chi ci ha preceduto e offrendo nuove possibilità di conoscenza a chi verrà dopo di noi.
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