di Roberto Alicandri
Il 27 settembre 1943 Napoli era una città stremata. Tre anni di guerra e bombardamenti avevano lasciato macerie, fame e servizi essenziali compromessi; dopo l’armistizio dell’8 settembre, alla devastazione si era aggiunta l’occupazione tedesca con rastrellamenti e deportazioni. Proprio i rastrellamenti di fine settembre, insieme all’imposizione del lavoro obbligatorio, portarono una tensione già altissima al punto di rottura.
Quel 27 settembre, dopo una retata che secondo la ricostruzione dell’Archivio Centrale dello Stato portò alla cattura di circa ottomila uomini in diversi punti della città, cominciarono gli scontri, inizialmente soprattutto al Vomero. La grande insurrezione si sviluppò anche nei giorni successivi e raggiunse rapidamente altri quartieri. Sarebbero passate alla storia come le Quattro Giornate di Napoli.
Non era la prima volta che Napoli vedeva il popolo irrompere nella propria storia. Quasi tre secoli prima, nel 1647, la rivolta guidata da Masaniello aveva consegnato alla memoria cittadina l’immagine di una popolazione capace di sollevarsi contro un potere ritenuto oppressivo. Naturalmente il 1943 apparteneva a tutt’altro contesto: non più la Napoli vicereale e la protesta contro le imposizioni fiscali, ma una città europea nel cuore della Seconda guerra mondiale, occupata dalle forze tedesche. Il richiamo a Masaniello resta dunque simbolico. Epoche e ragioni differenti, ma ancora una volta le strade di Napoli diventavano protagoniste della storia.
E questa volta non ci fu un solo capo attorno al quale costruire il racconto. Le Quattro Giornate ebbero un carattere diffuso: combatterono civili ed ex militari, uomini e donne, giovani e adulti, persone provenienti da differenti ambienti sociali. Barricate e gruppi armati comparvero dal Vomero a Materdei, da Capodimonte a Foria, da Chiaia e Mergellina fino alle periferie di Soccavo e Ponticelli.
Dentro questa storia collettiva emergono volti che ancora oggi ne custodiscono la memoria. Gennaro Capuozzo, giovanissimo combattente poi insignito della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, divenne uno dei simboli dell’insurrezione. Maddalena Cerasuolo, “Lenuccia”, operaia ventitreenne, partecipò agli scontri e combatté anche nella difesa del Ponte della Sanità, meritando successivamente la Medaglia di bronzo al valor militare.
Tra il 28 e il 30 settembre la battaglia attraversò la città. Non fu un’insurrezione senza organizzazione. Durante gli scontri si formarono gruppi e strutture di coordinamento, mentre diventava sempre più difficile per le forze tedesche mantenere il controllo del territorio urbano.
Alla fine i tedeschi si ritirarono. Quando, il 1° ottobre 1943, le truppe alleate entrarono a Napoli trovarono una città dalla quale gli occupanti erano stati costretti ad andare via dopo la rivolta. Le Quattro Giornate valsero a Napoli il conferimento della Medaglia d’oro al valor militare.
Dal Masaniello del Seicento agli uomini, alle donne e ai ragazzi del settembre 1943 corre un filo che non va trasformato in una facile equivalenza storica. È piuttosto un tratto della memoria di Napoli. Una città capace, nei momenti più drammatici della proprio storia, di portare nelle strade la propria voce.
Il 27 settembre ricorda soprattutto questo. La libertà che oggi appare scontata, in quelle strade ebbe un prezzo e dei volti. Conservarne i nomi e raccontarne la storia significa impedire che quelle quattro giornate diventino soltanto quattro date su un calendario.
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