Esauriscici, o Signore. Piccola antologia degli incidenti all'ambone, raccolta con affetto e con il massimo rispetto per la Parola

Pubblicato il 23 settembre 2026 alle ore 14:16

di Chiara Franchitti e Rocco Viccione 

dal Pulpito del Battistero di Pisa, Niccolò Pisano

Premettiamolo subito, a scanso di equivoci: la lettura a Messa è una cosa serissima. Chi sale all'ambone presta la voce alla Parola di Dio, e l'assemblea ascolta Dio che parla al suo popolo. Proprio per questo, però, quando qualcosa va storto l'effetto è irresistibile, perché niente fa ridere quanto un incidente in un luogo solenne. Quello che segue è un piccolo florilegio, raccolto tra Molise e dintorni, di cose lette, cantate e (soprattutto) storpiate. Non per prendere in giro nessuno: ci siamo passati tutti, o ci passeremo.

I grandi classici

Prima di tutto ci sono i guai "di sistema". L'Alleluia si canta o si legge? L'accordo, ammesso che sia stato preso, raramente arriva sia al lettore sia al coro, e così il lettore comincia a declamare mentre l'organista ha già dato l'intonazione. Lo stesso vale per il Santo. Poi ci sono gli accenti, che nelle parole rare migrano liberamente come rondini a settembre. E infine l'Antico Testamento, quando re, tribù, figli-di e nipoti-di si intrecciano al punto che alla terza genealogia perde il filo chi legge, figuriamoci chi ascolta.

Il titolo di questo articolo – lo confessiamo – è rubato. Viene da una raccolta di gaffe dei lettori messa insieme da alcuni ragazzi della diocesi di Larino, che l'hanno intitolata con una delle perle raccolte: Esauriscici, o Signore. Basta una consonante sbagliata e la supplica di essere esauditi diventa quella di essere esauriti. È una preghiera che il Signore sembra ascoltare con particolare prontezza, specie durante i consigli pastorali.

Degno compagno del titolo è un salmo responsoriale. Nella festa della Santa Famiglia (anno B) la prima lettura racconta la nascita, lungamente attesa, di Isacco: Sara "concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia". Il lettore, forse ancora commosso dal lieto evento, invitò l'assemblea: "Ripetiamo insieme: Il Signore è fedele al suo parto". Il patto era diventato un parto. Anche qui la colpa è di un'erre, lettera che all'ambone va maneggiata con cura. E anche qui, a ben vedere, niente di falso: dopo tanti anni di attesa, al parto il Signore è stato fedelissimo.

Il panico da ambone

C'è poi il panico personale, quello che non si dimentica. Conosciamo bene una lettrice che, giovane e zelantissima, in un convento di cappuccini si trovò davanti a JHWH. Aveva studiato che il sacro tetragramma è impronunciabile, e con lo scrupolo di chi prende le cose sul serio non osò proferire parola: si girò verso il frate e chiese lumi.

La stessa lettrice, la prima volta che le toccò la meravigliosa pagina di San Paolo ai Romani (8, 35, 39), "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?", lesse l'intero elenco con tono pacato e assertivo. Si accorse solo in fondo che c'era un punto interrogativo, e così tutta la frase uscì tranquilla e soltanto l'ultima parola interrogativa: "la spada?". Nella frase successiva, non sapendo dove andasse a parare, si tenne su un tono vago e prudente: "né morte, né vita...". Una delle pagine più alte di Paolo letta come chi cerca le chiavi in borsa. Morale: il brano si legge prima. Sempre.

Nulla è sottinteso

Gli incidenti non capitano solo con la Scrittura. Durante il mese mariano, un lettore annunciò la Madonna "delle salette", come se fosse apparsa in un salottino. Fu preso da una risata a singhiozzi tale da dover lasciare l'ambone.

Poi c'è il caso clamoroso del Transito di San Francesco. Tutto l'Ordine francescano secolare era schierato nelle prime file, con il Tau dieci per dieci delle feste solenni. Al lettore era stato raccomandato: "Mi raccomando l'inchino". Lui, serafico, finita la lettura, si genuflesse. Verso il pubblico. Come un attore agli applausi. Lezione per chi organizza: in liturgia niente si può dare per sottinteso, nemmeno da che parte sta l'altare.

Il latino, questo sconosciuto

Un capitolo a parte lo merita il latino, che nei canti tradizionali sopravvive grazie alla memoria orale. La memoria orale, però, funziona un po' come il telefono senza fili.

Nelle litanie lauretane, la Mater boni consilii diventa "mater bone conigli", con un'improvvisa svolta zootecnica. Nella Salve Regina, spes nostra, salve diventa "espressa nostra salve", che sa più di bancone del bar che di cattedrale. Nel Tantum ergo, laus et iubilatio si trasforma in un misterioso "lau e bubilazio", che sembra il borbottio della pentola sul fuoco.  

Nel responsorio a San Rocco, nostra nunc serva corpora diventa "nostra cunserva corpora". A un orecchio molisano 'a cunserva è anche la salsa di pomodoro chiusa nei barattoli ad agosto. E l'immagine di San Rocco, esperto di pestilenze, che ci mette sottovuoto per l'inverno ha il suo fascino.

Ancora più bello il responsorio di Sant'Antonio, il Si quaeris. Lì si canta che giovani e anziani chiedono e ottengono salute e cose perdute: iuvenes et cani, dove cani viene da canus, cioè bianco, canuto. Ai fedeli, però, è arrivato "iuvn e sett' can'": i giovani e sette cani. Per il santo che fa ritrovare le cose perdute la cosa ha una sua logica, come se avesse sette cani da tartufo al servizio della Provvidenza. Anche se degli animali, semmai, si occupa l'altro Sant'Antonio, l'abate, quello col porcellino. C’è anche la variante, a più alto tasso alcolico, "vin brulé et cani".

Le preghiere che sappiamo a memoria (o così crediamo)

Se il latino lo capiamo poco, l'italiano delle preghiere di tutti i giorni dovrebbe essere al sicuro. Ma le preghiere le abbiamo imparate da bambini, a orecchio, e l'orecchio, come abbiamo visto, ha una sua fantasia. Nell'Ave Maria c'è chi saluta la Vergine "piena di grazie", al plurale, come una signora beneducata che non smette mai di ringraziare. C'è chi attacca con un "Aver Maria Signore con te", all'infinito, che ha il passo di un proverbio contadino: aver Maria e il Signore con te, e non ti manca niente. E c'è chi, perduta una virgola per strada, trasforma "il frutto del seno tuo, Gesù" in "il frutto del seno del tuo Gesù". Basta una virgola e il frutto cambia albero.

Nel Credo, "generato, non creato" diventa "generato e nucleato". A Nicea i Padri discussero a lungo proprio su quel "non creato"; da noi bastano due sillabe per trasferirlo nella fisica delle particelle, e il "Luce da Luce" detto un attimo prima comincia a far pensare a una centrale.

Nella preghiera a San Giuseppe, A te, o beato Giuseppe, il patrocinio che invochiamo fiduciosi diventa un misterioso "patrolcigno": un volatile sconosciuto a ogni bestiario medievale, forse parente del cigno. Si aggiunge ai conigli della Madre del buon consiglio e ai sette cani di Sant'Antonio. La pietà popolare, ormai, ha il suo piccolo zoo.

L'italiano arcaico non se la passa meglio

Nemmeno gli inni in italiano antico vengono risparmiati. A Venafro la festa dei santi martiri Nicandro, Marciano e Daria è sentitissima: non si fa un triduo né una novena, ma un mese intero di preparazione! Nell'ultima strofa il responsorio chiede ai santi di guidarci al regno eterno, "vinto l'atro inferno" (atro, cioè tenebroso). Alcune signore però cantano con convinzione "siateci guida fino all'altro inferno". Dove "altro" fa pensare a un secondo inferno di riserva, e la destinazione del viaggio lascia qualche perplessità.

Sono le stesse signore (ogni parrocchia ha le sue, e le amiamo tutte) che in Pane del cielo cantano "Sì, la morte è qui, per farci paura", ribaltando un testo che dice esattamente il contrario. In O Concetta immacolata proclamano "sfortunato chi si inchina" alla Vergine, e con una sola lettera in più rovesciano secoli di devozione mariana. In A te Signor leviamo i cuori, i cuori, invece di donarli, preferiscono lodarli: pleonasmo, ma peccato veniale. E nella Via Crucis, al posto dell'antica supplica "Santa Madre, deh, voi fate", a ogni stazione domandano con un filo di sconforto: "Santa Madre, che puoi fare per le piaghe del Signore?". È una domanda legittima, ma nessuno risponde.

Non si salva nemmeno San Lorenzo. Nel suo inno si canta "con osanna, con inni, con canti ti festeggian la terra e il ciel", ma gli inni, a orecchio, diventano "contanti". Chi ha visto il comitato festa passare di casa in casa con la busta sa che il verso ha un suo fondamento. L'ironia è che proprio Lorenzo, quando il prefetto di Roma gli chiese di consegnare i tesori della Chiesa, gli presentò i poveri.

Io, tu, voi: chi parla a chi?

C'è poi un guaio più sottile, quello dei pronomi. Molti canti passano dall'io al tu, dal mio al tuo, e non sempre è chiaro chi stia parlando a chi. Prendiamo Io sono con te: "Io sono con te, nel tuo cuore sono con te. Io cerco te, nel tuo cuore cerco te". È il Signore che parla a noi o siamo noi che parliamo a Lui? Il testo, già di suo, non lo dice. Basta che metà dell'assemblea canti "mio" e l'altra metà "tuo", e ne esce una partita a nascondino: uno dice di esserci, l'altro lo cerca, e non si trovano mai.

Oppure Benedici il Signore, anima mia, dal Salmo 103. Qui il salmista parla alla propria anima e le dà del tu: "Lui perdona tutte le tue colpe e ti salva dalla morte". Le colpe sono quelle dell'anima, cioè le nostre. All'orecchio dell'assemblea, però, "anima mia" e "tue colpe" nella stessa strofa suonano come una divisione dei compiti col vicino di banco: l'anima è mia, le colpe sono tue. E quando si arriva a "ti sazia di beni nella tua giovinezza", la giovinezza, a giudicare dall'età media del coro, è sempre quella di qualcun altro.

Lo stesso scambio colpisce il verso più commovente di Tu scendi dalle stelle. Sant'Alfonso scrisse "Ah, quanto ti costò l'avermi amato!", e c'è chi canta "l'averti amato". Così il Bambino, invece di aver amato noi, si ritrova ad aver amato se stesso, e per giunta a caro prezzo. Più che un canto di Natale, una seduta di autostima.

Per non parlare di quando si dà del voi. Un tempo a Gesù, alla Madonna e ai santi ci si rivolgeva così, per rispetto: è lo stesso voi di "Santa Madre, deh, voi fate". Oggi però il voi suona plurale, e così in "Quelle figlie e quelle spose che son tanto tormentate, o Gesù, voi che l'amate, consolatele per pietà", nonostante l'invocazione a Gesù, l'appello sembra rivolto ai banchi: voi che le amate, consolatele. Mariti e padri presenti si sentono chiamati in causa, e resta da capire chi le abbia tormentate.

Desinenze in libertà

In un suo spettacolo Enrico Brignano imita il prete del Sud abituato al dialetto, dove le vocali finali spesso si perdono per strada. Quando deve parlare in italiano, non sa bene che desinenza mettere e va a tentativi. Non è un'invenzione. È così che nascono la "Lettera di San Paola" e il salmo "Ti lodono il popola Dio, ti lodono il popola tutto". E le inflessioni non si fermano alla fine delle parole: resta celebre quel "non vi chiamo più sckiavi, ma amici", con la sc di sciarpa.

Brignano imita anche un prete straniero, e anche quello è preso dal vero. Da noi era polacco, e a lui va tutta la nostra gratitudine: noi, a dir Messa in polacco, faremmo figure ben peggiori. Nel dubbio sulle desinenze, le tagliava direttamente. Nel rinnovo delle promesse battesimali si sentiva "Rinunciate a Sat...?" e "Credete nella Chiesa catò...?", e nel salmo "Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchì". Per di più saltava le paroline brevi, congiunzioni e preposizioni, di cui non afferrava il senso. Compreso il "non". E così l'Annunciazione diventava: "Angelo dire Marì: 'Temère, Marì...'". Altro che rassicurazione: un ordine perentorio di spaventarsi. Seguiva la notizia che "tua cugina Sabetta, che era detta sterì...", eccetera.

Per fortuna, ex opere operato

Si ride, sì. Ma alla fine resta la cosa seria da cui eravamo partiti. Leggere bene è una forma di carità verso chi ascolta, perché con tutta la buona volontà a volte seguire e restare concentrati è davvero difficile. Qualche consiglio, allora, che non costa nulla:

leggere il brano prima, ad alta voce;

cercare i punti interrogativi prima di trovarseli davanti;

controllare i nomi strani e i loro accenti;

mettersi d'accordo per tempo su cosa si canta e cosa si legge;

nel dubbio, chiedere. Prima della Messa, però, non durante.

Per tutto il resto c'è una consolazione teologica. Lo Spirito Santo agisce in ogni Messa, indipendentemente da noi, dai nostri accenti e dalle nostre desinenze. La Chiesa lo chiama ex opere operato: il sacramento opera in virtù del rito compiuto, non della santità (né della dizione) di chi lo celebra. Per estensione affettuosa, vale in tutti i sensi: anche per chi legge, per chi canta e per le signore della terza fila.

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