di Bruno Marfé
Ci sono amicizie che nascono quasi per caso. E poi ci sono quelle che, a posteriori, sembrano avere seguito un filo invisibile, come se bastasse una circostanza apparentemente banale per mettere in contatto due persone che avevano già qualcosa da condividere.
La mia amicizia con Domenico Del Duca, per tutti Mimmo, è nata proprio così: da un documento.
Avevo bisogno di un certificato storico anagrafico del Comune di Sapri e, come spesso accade quando si ha a che fare con documenti che affondano le proprie radici nel passato, la strada non era quella del semplice certificato rilasciato allo sportello. Telefonai all'Ufficio Anagrafe e il funzionario mi disse di rivolgermi a Mimmo, indicandolo come la persona che avrebbe saputo "mettere mano" ai documenti dell'Archivio Storico. La cosa mi incuriosì.
Per tutta la mia vita professionale avevo avuto a che fare con la Pubblica Amministrazione e, in particolare, avevo diretto l'Archivio del Comune di Napoli. Sapevo bene cosa significasse lavorare con carte che non sono semplicemente carte: registri, atti, annotazioni, documenti che spesso sembrano muti fino a quando qualcuno non possiede la pazienza, la competenza e la sensibilità necessarie per interrogarli.
Telefonai all’ufficio anagrafe del Comune di Sapri… mi misero in contatto con Mimmo. Dall'altra parte trovai una persona di una gentilezza immediata, disponibile e capace di comprendere rapidamente il senso della mia richiesta. In fondo, eravamo già su un terreno comune: quello della memoria affidata ai documenti, della curiosità per ciò che è accaduto prima di noi, della consapevolezza che dentro una carta d'archivio può esserci molto più di un nome e di una data. La ricerca andò a buon fine in tempi brevissimi. Ma quella telefonata, evidentemente, non serviva soltanto a trovare un documento: da allora non ci siamo più persi di vista.
Poco dopo Mimmo mi fece arrivare i suoi primi due libri. Li lessi con attenzione e scoprii una scrittura che mi colpì per la sua semplicità: limpida, concreta, priva di inutili sovrastrutture e profondamente legata alle persone e ai luoghi raccontati. Fu allora che cominciai a capire che dietro l'archivista c'era qualcosa di più: un uomo profondamente interessato alla propria terra e alla possibilità di sottrarre all'oblio una parte della sua storia.
Il nostro primo incontro di persona arrivò qualche tempo dopo e fu legato a un'altra vicenda alla quale tenevo molto: la donazione del divano appartenuto a Massimo Troisi al Centro Fernandes, da parte della sorella Rosaria. Un gesto di memoria che avevo seguito e sostenuto con particolare partecipazione e nel quale Mimmo ebbe un ruolo importante, aiutandomi a coinvolgere Gerardo Ferrara, la storica controfigura di Massimo e, come Mimmo, suo compaesano. Anche quella volta la memoria faceva da ponte: da una parte Massimo Troisi, la sua storia, il cinema e il rapporto con il territorio; dall'altra un uomo che conosceva persone, luoghi e vicende di quella stessa terra e sapeva trasformare una conoscenza personale in una chiave per recuperare un frammento di storia.
Da allora abbiamo continuato a sentirci con una certa regolarità. Oggi mi fa particolarmente piacere vedere che Mimmo, arrivato alla pensione, ha trovato nella scrittura un modo nuovo per continuare ciò che aveva fatto per tanti anni attraverso gli archivi: conservare, ricostruire, restituire. È una trasformazione soltanto apparente, perché tra un archivio e un libro non c'è una distanza così grande. In entrambi i casi bisogna cercare, mettere ordine, distinguere ciò che è documentato da ciò che appartiene al ricordo. E soprattutto bisogna avere rispetto per le persone e per le storie che si riportano alla luce.
A spingermi a scrivere queste righe è stato, in realtà, un articolo. Antonella Casaburi ha dedicato a La luce dentro— il romanzo con cui Mimmo prosegue la narrazione già avviata con La quarta linea — un saggio critico uscito su Unico Settimanale, che va ben oltre la consueta scheda di lettura. Vi si legge come il libro trasformi la microstoria di Sapri e del Cilento in un vero romanzo di formazione, costruito sulla dialettica tra la figura paterna — un minatore delle gallerie ferroviarie tra Pisciotta e Marina di Ascea — e il percorso di affrancamento del giovane Domenico attraverso lo studio. Casaburi si sofferma in particolare sul recupero del lessico dialettale locale, che nel libro non ha funzione folkloristica ma serve a nominare una civiltà contadina e marinara ormai scomparsa, e sulla ricostruzione della ritualità collettiva di Sapri: la Fiera dell'Immacolata, la processione dell'8 dicembre, l'antica pesca dello "sciavichiello" sulla spiaggia del ponte di Brizzi.
Non ho ancora letto il libro, e non è mia intenzione presentarlo come se lo avessi analizzato direttamente: quello che mi interessa qui è il percorso umano che sta dietro queste pagine, non ancora la pagina in sé. Ma è proprio nella lettura di Casaburi — nel modo in cui descrive un autore capace di mettere in relazione vicende familiari, luoghi, persone e memoria di una comunità — che ho ritrovato lo stesso Mimmo che conosco: l'uomo che sapeva interrogare le carte dell'archivio per restituire un nome, un luogo, una storia.
La memoria dei piccoli luoghi rischia continuamente di scomparire senza fare rumore. Non scompare soltanto quando vengono abbattuti gli edifici o cambiano le strade, ma anche quando non c'è più nessuno capace di dare un nome alle cose, di spiegare perché una contrada si chiamasse in un certo modo, quale fosse il significato di una festa, quale linguaggio utilizzasse quotidianamente una generazione. Gli archivi conservano una parte di tutto questo, ma da soli non bastano: occorre qualcuno che sappia leggere quelle carte e abbia ancora voglia di interrogare la memoria degli uomini. È ciò che, a mio avviso, Mimmo ha fatto prima attraverso il suo lavoro e che oggi continua a fare attraverso la scrittura. La sua pensione non sembra dunque aver rappresentato una fine, ma piuttosto una diversa possibilità di usare ciò che ha accumulato negli anni: conoscenze, documenti, racconti, incontri, memoria.
Io cercavo un certificato. Mimmo mi aiutò a trovarlo. Ma insieme a quel documento trovai anche un'amicizia, nata dalla comune convinzione che la memoria non sia qualcosa da mettere al riparo dalla polvere, bensì qualcosa da cercare, interrogare, raccontare — perché quando le carte di un archivio incontrano la voce di chi ha ancora qualcosa da ricordare, la storia smette di essere soltanto passato, e torna, almeno per un momento, a parlarci.
Fonti: Antonella Casaburi, "Fiera dell'Immacolata e riti di Sapri nel memoir di Domenico Del Duca", Unico Settimanale, 19 settembre 2026 — https://www.unicosettimanale.it/fiera-dellimmacolata-e-riti-di-sapri-nel-memoir-di-domenico-del-duca/
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