Lasciali fare: la partitura del non intervento

Pubblicato il 18 settembre 2026 alle ore 13:27

di Bruno Marfé 

Da qualche settimana i social non fanno che propormi la stessa cosa. Reel, post, citazioni con lo sfondo pastello: lasciali fare, lascia andare, non è compito tuo salvare tutti. L'algoritmo ha capito qualcosa di me — o forse ha capito qualcosa di questi tempi — e insiste, con la tenacia ossessiva che solo una macchina sa avere, su un unico tema: il controllo, e la sua rinuncia.

Confesso che la prima reazione, davanti a questa pioggia di microlezioni di saggezza istantanea, è stata di sospetto. C'è qualcosa di sospetto in una verità che si lascia comprimere in nove secondi di video, in un carosello di slide con il font arrotondato. Eppure, sotto la patina di self-help che oggi veste ogni pensiero appena un po' più antico di ieri, si agita un'intuizione che la filosofia conosce da millenni, e che forse vale la pena riascoltare — non nel formato che i social le impongono, ma in quello che le è proprio: il silenzio, il tempo lungo, la pagina.

 

Il rumore di chi dirige senza bacchetta

Chi ha mai provato a suonare in un'orchestra, o anche solo ad ascoltarne una con un minimo di attenzione, sa che la musica non è fatta solo di note. È fatta anche — e soprattutto — di ciò che l'esecutore non fa: la pausa che non anticipa, il crescendo che non forza, il tempo che non insegue. Un direttore che vuole imporre ogni sfumatura, che non si fida della partitura e degli strumentisti, produce quasi sempre un'esecuzione più rigida, non più fedele. La musica, paradossalmente, si ottiene lasciando che accada, non costringendola ad accadere.

È questa l'immagine che mi torna in mente leggendo il concetto reso popolare da Mel Robbins nel suo The Let Them Theory, arrivato con successo anche in libreria in Italia. Al netto del packaging da bestseller motivazionale — e qui la distanza critica è d'obbligo, perché il genere ha la tendenza a vendere come scoperta ciò che è patrimonio antico — l'idea di fondo resta solida: quando qualcosa non dipende da noi, insistere non è determinazione, è dissonanza. È voler suonare più forte di quanto la partitura richieda, nel punto esatto in cui è scritto piano.

 

Un'eco antica

Gli stoici lo sapevano bene, e lo dicevano meglio. Epitteto, nel primo capitolo del Manuale, distingue ciò che è "in nostro potere" — il giudizio, l'impulso, il desiderio — da ciò che non lo è: il corpo, la reputazione, il comportamento degli altri. La sofferenza, per lui, nasce quasi sempre da una confusione tra le due categorie: pretendiamo di dirigere strumenti che non ci appartengono, e ci meravigliamo se il suono che ne esce è stonato.

Non è rinuncia, quella stoica, ma discernimento. Non è indifferenza al mondo, ma una diversa distribuzione dell'energia: quella che prima si spendeva per correggere l'esecuzione altrui, torna disponibile per la propria. È lo stesso movimento che il buddhismo chiama non-attaccamento — non l'assenza di relazione, ma l'assenza della pretesa di possederla, di determinarne l'esito.

 

Il silenzio tra le note

C'è un dettaglio che chi studia musica conosce e che chi la ascolta distrattamente spesso ignora: il silenzio, in partitura, ha un simbolo preciso, ha una durata scritta, ha un peso esattamente calcolato quanto quello delle note. Non è l'assenza di musica: è musica. Lasciar fare, in questo senso, non è smettere di comporre la propria vita — è imparare a scrivere anche le pause, a non riempire ogni battuta per paura del vuoto.

Chi ci fraintende, chi si allontana, chi non riconosce il nostro valore: sono pause nella partitura di una relazione, non necessariamente stonature. L’errore — quello vero — è pensare che ogni silenzio richieda una nota nostra per essere colmato. Spesso richiede solo che lo si lasci essere ciò che è: uno spazio che appartiene all'altro, o al tempo, o a nessuno.

 

Una domanda, non una lista

Non credo servano istruzioni in quattro punti per applicare questo pensiero — sarebbe tradirlo, di nuovo, nel formato sbagliato. Credo serva solo una domanda, posta con calma, magari proprio nel momento in cui il pollice scorre sull'ennesimo reel motivazionale: c'è, in questo momento, una battuta della mia partitura che sto cercando di forzare, invece di lasciarla suonare com'è scritta?

 

La risposta, se arriva, arriva in silenzio.

Come deve.

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