Giancarlo Siani, il coraggio della verità.

Pubblicato il 18 settembre 2026 alle ore 21:52

di Roberto Alicandri 

Giancarlo Siani, giornalista 

Il 19 settembre 1959 nasceva a Napoli Giancarlo Siani. Un ragazzo con la passione per il giornalismo, destinato a diventare uno dei simboli più limpidi della libertà d’informazione e dell’impegno civile italiano.

Prima del simbolo, però, c’era semplicemente Giancarlo. Un giovane curioso, attento, innamorato del proprio mestiere, capace di osservare la realtà senza accontentarsi della sua superficie.

Siani frequentò il liceo classico Giambattista Vico di Napoli e successivamente si iscrisse a Sociologia all’Università Federico II. Già negli anni della formazione maturò un forte interesse per l’impegno sociale e per il mondo dell’informazione. I primi articoli arrivarono tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando quella che inizialmente era una passione cominciò a trasformarsi in una vera vocazione professionale.

Uno dei suoi primi scritti portava un titolo che, riletto oggi, assume quasi il valore di una dichiarazione di intenti: «Da grande voglio fare il giornalista». Ed è forse proprio da queste parole che bisogna partire per comprenderlo davvero.

Collaboratore de Il Mattino, raccontò soprattutto Torre Annunziata e l’area vesuviana, territori nei quali la camorra esercitava una presenza profonda. Siani cercava di comprenderne gli equilibri, i rapporti tra i clan, gli interessi economici e le connivenze. Ma nei suoi articoli trovavano spazio anche i giovani, il lavoro, la disoccupazione, il disagio sociale e la vita quotidiana di una terra complessa.

Il suo era un giornalismo fatto di strada, incontri, domande e verifiche. Non si limitava a registrare ciò che accadeva: cercava di comprendere ciò che esisteva dietro i fatti, mettendo insieme elementi apparentemente lontani e ricostruendo rapporti e interessi.

In pochi anni scrisse centinaia di articoli. La camorra occupò inevitabilmente una parte importante del suo lavoro, ma ridurre Siani esclusivamente al cronista della criminalità organizzata sarebbe limitante. Nelle sue pagine c’erano anche i problemi del lavoro, i diritti negati, la condizione dei giovani, le difficoltà delle periferie e le contraddizioni di una società che stava cambiando.

La sua Citroën Méhari verde, con la quale si spostava alla ricerca delle notizie, sarebbe diventata negli anni il simbolo di quella libertà giovane e ostinata. Un’automobile semplice, quasi fragile, divenuta inseparabile dall’immagine di quel ragazzo che attraversava le strade per osservare, incontrare, chiedere e capire.

Siani non voleva diventare un eroe. Voleva fare il giornalista. E forse è proprio questo l’aspetto più potente della sua storia: il coraggio non nasceva dal desiderio di essere ricordato, ma dalla scelta quotidiana di fare fino in fondo il proprio lavoro.

Il 10 giugno 1985 pubblicò su Il Mattino un articolo dedicato agli equilibri della camorra dopo l’arresto del boss Valentino Gionta. Siani cercò di leggere ciò che poteva nascondersi dietro quella notizia, ricostruendo rapporti e strategie tra i gruppi criminali. Il suo giornalismo diventava così uno strumento capace non soltanto di raccontare un avvenimento, ma di interrogare il sistema che lo aveva prodotto. Il 23 settembre 1985, appena quattro giorni dopo il suo ventiseiesimo compleanno, Giancarlo Siani venne assassinato dalla camorra sotto casa, al Vomero. Era ancora nella sua Méhari. Aveva soltanto ventisei anni.

È inevitabile che quella sera abbia occupato una parte enorme della memoria legata al suo nome. Eppure sarebbe ingiusto lasciare che il 23 settembre cancellasse il 19 settembre, perché Giancarlo Siani non è importante soltanto per il modo in cui morì. È importante soprattutto per come aveva scelto di vivere.

A distanza di oltre quarant’anni, la sua storia continua a parlare soprattutto alle nuove generazioni. In un tempo nel quale pubblicare un’informazione richiede pochi secondi, Siani ricorda quanto siano invece preziosi il tempo della verifica, la conoscenza dei luoghi, l’ascolto delle persone e la responsabilità delle parole.

La libertà d’informazione, infatti, non consiste semplicemente nella possibilità di parlare. È la responsabilità di cercare, conoscere e raccontare la verità anche quando è scomoda.

Per questo ricordarlo il 19 settembre, nel giorno della sua nascita, assume un significato particolare. Significa sottrarre Giancarlo Siani alla sola memoria della morte e restituirlo alla vita, ai suoi sogni, alla sua giovinezza, alla passione per un mestiere nel quale credeva profondamente.

Il 19 settembre racconta una nascita. Racconta un ragazzo napoletano che avrebbe studiato, scritto, attraversato le strade di Torre Annunziata e inseguito notizie. Racconta una vita prima che quella vita diventasse memoria.

La camorra riuscì a fermare quella vita, ma non ciò che aveva messo in movimento. Gli impedì di scrivere altri articoli, di continuare il mestiere che amava, di costruire il proprio futuro. Non riuscì però a ottenere ciò che probabilmente desiderava più di ogni altra cosa: il silenzio.

Giancarlo Siani aveva scelto le parole contro il silenzio.
E quelle parole, ancora oggi, continuano a camminare.

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