Giovannino Guareschi, oltre Don Camillo e Peppone. Giuseppe Zeno racconta lo scrittore su Rai 1

Pubblicato il 17 settembre 2026 alle ore 22:25

di Roberto Alicandri 

Giuseppe Zeno nei panni di Giovannino Guareschi

Giovannino Guareschi appartiene a quella rara famiglia di scrittori capaci di inventare personaggi che finiscono per sopravvivere al loro autore. Don Camillo e Peppone hanno attraversato generazioni, sono entrati nel linguaggio comune e nell’immaginario collettivo, diventando due volti quasi familiari dell’Italia del Novecento. Dietro di loro, però, c’era un uomo dalla biografia intensa e tormentata, giornalista, umorista, disegnatore e scrittore che con la forza dell’ironia seppe raccontare le divisioni politiche senza dimenticare l’umanità delle persone.

È proprio a quest’uomo che Rai 1 dedica "Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano", film televisivo diretto e sceneggiato da Andrea Porporati, con la collaborazione alla sceneggiatura di Marco Ferrazzoli e la consulenza di Alberto Guareschi, figlio dello scrittore. La fiction, liberamente tratta da Chi sogna nuovi gerani?, biografia curata dai figli Alberto e Carlotta, vede nei panni di Guareschi Giuseppe Zeno, attore napoletano chiamato a restituire non soltanto l’immagine pubblica dello scrittore, ma soprattutto la sua complessità umana.

Accanto a Zeno troviamo Benedetta Cimatti nel ruolo della moglie Ennia, Andrea Roncato in quello del padre Primo Augusto Guareschi, Maurizio Donadoni nei panni di Angelo Rizzoli e Salvatore Striano in quelli del produttore cinematografico Peppino Amato. Nel cast figurano inoltre Andrea Gherpelli, Rita Bosello, Claude William Jan, Alessandro Bianchi, Jerry Mastrodomenico e Massimo Scola, con Claudio Lauretta.

Raccontare Guareschi significa inevitabilmente attraversare il Novecento italiano. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di collaborare con i tedeschi e conobbe così la durissima esperienza dell’internamento militare nei campi di prigionia in Polonia e Germania. Proprio durante quella stagione maturò una forma di resistenza affidata anche alla parola e all’umorismo. Conservare la capacità di sorridere significava impedire alla violenza di avere l’ultima parola sull’uomo. Da quell’esperienza nasceranno pagine fondamentali come quelle del Diario clandestino e della Favola di Natale.

Anche il titolo della fiction, Non muoio neanche se mi ammazzano, sembra racchiudere qualcosa dell’universo guareschiano: il paradosso, l’ironia e insieme un’incrollabile resistenza interiore. La battuta diventa quasi una dichiarazione di poetica. Si può imprigionare un uomo, affamarlo, trascinarlo dentro le tragedie della storia, ma resta uno spazio della coscienza che nessun potere riesce completamente a conquistare.

Il nome di Guareschi resta indissolubilmente legato al suo “Mondo piccolo”, quella provincia della Bassa padana che nelle sue pagine smette di essere soltanto un luogo geografico e diventa quasi un’Italia in miniatura. È qui che prendono vita Don Camillo, parroco impetuoso e profondamente umano, e Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, sindaco comunista dal carattere altrettanto sanguigno. Le loro storie apparvero nel secondo dopoguerra sulle pagine del settimanale Candido e confluirono, nel 1948, in Mondo piccolo.

Guareschi trasformò così lo scontro politico e culturale dell’Italia uscita dalla guerra in una straordinaria commedia umana, fatta di campanili e sezioni di partito, comizi e processioni, rivalità feroci e inattese solidarietà. Il successo oltrepassò presto i confini della letteratura: il cinema diede a Don Camillo e Peppone i volti indimenticabili di Fernandel e Gino Cervi, consegnandoli definitivamente all’immaginario collettivo. Ma dietro il sorriso, le schermaglie e le celebri baruffe rimane la grande intuizione di Guareschi: le idee possono dividere gli uomini, senza riuscire necessariamente a cancellare ciò che li rende umani.

Eppure leggere Don Camillo soltanto come la caricatura dello scontro fra un prete e un sindaco comunista significherebbe fermarsi alla superficie. Guareschi racconta certamente l’Italia divisa del dopoguerra. Le parrocchie e le sezioni di partito, le processioni e i comizi, il mondo cattolico e quello comunista, le campagne della Bassa padana e le passioni politiche di un Paese che cercava faticosamente di ricostruirsi. Ma sotto quella contrapposizione continua a esistere qualcosa di più antico delle ideologie.

Don Camillo e Peppone litigano, si provocano, si combattono. E tuttavia appartengono allo stesso paese, conoscono le stesse famiglie, condividono la stessa terra e, quando la vita presenta il conto del dolore, scoprono spesso di appartenere alla medesima umanità. È forse questo il segreto della loro longevità letteraria. Guareschi non cancella le differenze, ma mostra continuamente quanto l’uomo sia più grande dell’etichetta politica che porta.

C’è poi il celebre dialogo di Don Camillo con il Cristo crocifisso. È uno degli espedienti narrativi più felici della sua opera. Davanti a quel Cristo il sacerdote può presentarsi con tutta la propria irruenza, le proprie debolezze e persino con il desiderio di regolare qualche conto con Peppone; ma quella voce lo richiama continuamente alla misura, alla misericordia e alla coscienza. Guareschi riesce così a parlare della fede senza trasformare il racconto in un trattato. Il cristianesimo entra nella vita quotidiana, nelle contraddizioni e perfino nell’umorismo.

Al ciclo del Mondo piccolo appartengono opere come Don Camillo e il suo gregge e Il compagno Don Camillo, cui si aggiungeranno raccolte pubblicate anche postume. Esiste poi il Guareschi della famiglia, capace di trasformare la vita domestica in letteratura attraverso libri come Lo Zibaldino e Corrierino delle famiglie: la moglie Ennia, il figlio Albertino e la figlia Carlotta, soprannominata “la Pasionaria”, diventano personaggi di una commedia familiare affettuosa e irresistibile. E c’è, ancora, il Guareschi segnato dalla guerra, dalla prigionia e dalla memoria, quello del Diario clandestino, nel quale la leggerezza dell’umorista convive con una delle esperienze più drammatiche della sua esistenza.

La sua scrittura sembra semplice, e proprio in questa apparente semplicità risiede una parte della sua forza. Guareschi non cerca una lingua distante dal lettore: costruisce scene, dialoghi, caratteri. Fa sorridere e, quasi senza avvertire, conduce verso questioni molto più profonde. La politica, la fede, la famiglia, la libertà, la dignità e il rapporto fra coscienza individuale e ideologia entrano nelle sue storie senza perdere il sapore concreto della vita.

La fiction interpretata da Giuseppe Zeno offre allora l’occasione per compiere il percorso inverso rispetto a quello seguito dalla memoria popolare: partire da Don Camillo e Peppone per tornare finalmente a Giovannino GuareschiAll’uomo che attraversò guerra, prigionia, polemiche e battaglie culturali senza rinunciare alla propria voce. All’umorista che sapeva quanto potesse essere seria una risata. E soprattutto allo scrittore che, raccontando un “mondo piccolo” sperduto nella Bassa, riuscì a raccontare qualcosa di immensamente più grande: le contraddizioni dell’Italia e quella fragile, ostinata umanità che continua a sopravvivere anche quando tutto sembra volerla dividere.

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