di Roberto Alicandri
Settembre riapre le porte delle scuole. Tornano a riempirsi le aule, risuonano le campanelle, si ricompongono le classi. Per qualcuno è un ritorno, per altri un nuovo inizio. Dietro ogni banco, però, non c’è semplicemente un alunno: c’è una storia che chiede di essere ascoltata, una personalità che si sta formando, un futuro ancora tutto da scrivere.
La scuola, prima ancora di essere il luogo dei programmi, delle verifiche e delle valutazioni, è uno spazio di incontro. È il luogo nel quale si impara certamente la matematica, la letteratura, la storia, le lingue e le scienze, ma anche — e forse soprattutto — a confrontarsi con gli altri, a conoscere se stessi, a sbagliare, a ricominciare, a pensare.
Don Lorenzo Milani aveva compreso con straordinaria lucidità che educare significa anzitutto restituire a ciascuno la possibilità di prendere la parola. La scuola di Barbiana nasceva proprio dalla convinzione che la cultura non dovesse diventare uno strumento di selezione, ma di emancipazione. La celebre espressione «I care», “mi sta a cuore”, rimane ancora oggi una delle più belle definizioni possibili dell’educazione: l’altro mi riguarda, la sua crescita mi interessa, il suo futuro non mi è indifferente.
Ed è qui che il mestiere dell’insegnante acquista un significato che supera qualsiasi registro elettronico. Un docente non incontra numeri, voti o caselle da riempire, ma incontra persone. E talvolta una parola pronunciata al momento giusto, una fiducia concessa quando nessun altro sembra concederla, uno sguardo capace di riconoscere un talento possono lasciare una traccia molto più profonda della lezione stessa.
Maria Montessori ci ha insegnato, d’altra parte, che educare non significa riempire passivamente qualcuno di conoscenze, ma creare le condizioni perché possa sviluppare le proprie capacità e conquistare progressivamente la propria autonomia. In fondo, un buon maestro non costruisce persone a propria immagine, ma le aiuta a diventare pienamente se stesse.
E agli studenti spetta una responsabilità altrettanto importante. La scuola non è qualcosa da attraversare aspettando soltanto l’ultima campanella. È un tempo irripetibile della vita. Studiare significa imparare a leggere il mondo con strumenti più raffinati, acquisire parole per esprimere ciò che si pensa, esercitare il dubbio, distinguere un’opinione da un fatto, costruire lentamente la propria libertà. In un tempo nel quale tutto sembra dover essere immediato, la scuola continua invece a insegnare il valore della pazienza. Conoscere richiede tempo. Crescere richiede tempo. Persino sbagliare è parte di questo cammino, perché nessuna autentica educazione può esistere senza la possibilità di correggersi e ripartire.
Per questo l’inizio di un nuovo anno scolastico è una promessa che si rinnova.
Partiture Letterarie augura a tutti gli alunni, ai docenti, ai dirigenti, al personale scolastico e alle famiglie un buon inizio delle attività didattiche.
Agli studenti auguriamo di incontrare insegnanti capaci di accendere domande, prima ancora di fornire risposte. Agli insegnanti auguriamo di non perdere mai la curiosità verso coloro che hanno davanti. A entrambi auguriamo di ricordare che una scuola autenticamente viva non è quella nella quale tutti pensano allo stesso modo, ma quella nella quale ciascuno impara a pensare con la propria testa, rispettando quella degli altri, perché educare, in fondo, significa NON indicare ai giovani quale strada dovranno percorrere, ma consegnare loro gli strumenti per scegliere consapevolmente la propria.
Buon anno scolastico e buon cammino a tutti.
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Come sempre le parole giuste al momento giusto!