di Roberto Alicandri
La grande letteratura non si limita a raccontare il mondo, ma lo interroga, lo mette in discussione e invita il lettore a prendere posizione. È ciò che accade in "Ciò che inferno non è", il romanzo con cui Alessandro D’Avenia rende omaggio alla figura di don Pino Puglisi, il sacerdote di Brancaccio assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993. Più che una biografia romanzata, il libro è una meditazione sul bene, sul male e sulla responsabilità dell’uomo davanti alle ingiustizie del proprio tempo.
Il titolo del romanzo non è casuale. D’Avenia lo riprende dall’ultima pagina de "Le città invisibili" di Italo Calvino, dove Marco Polo afferma che l’inferno dei viventi è già presente sulla terra e che l’unica possibilità di salvezza consiste nel riconoscere “chi e che cosa, in mezzo all’inferno, inferno non è”, proteggendolo e facendolo crescere. L’intera narrazione si sviluppa attorno a questa intuizione: anche nei luoghi dominati dalla paura e dalla violenza può esistere uno spazio in cui il bene continua a resistere.
A raccontare la vicenda è Federico, un adolescente che durante l’estate del 1993 incontra don Puglisi e sceglie di trascorrere del tempo accanto a lui nel quartiere Brancaccio. Attraverso il suo sguardo il lettore scopre una Palermo lontana dagli stereotipi: una città ferita dalla presenza della mafia, ma popolata anche da uomini e donne che non hanno rinunciato alla speranza.
Il protagonista morale del romanzo è naturalmente don Pino Puglisi. D’Avenia evita di trasformarlo in un eroe irraggiungibile e ne restituisce invece l’umanità, la serenità e la straordinaria capacità di ascoltare. La sua rivoluzione non passa attraverso gesti spettacolari, ma attraverso la quotidianità: aprire una porta ai bambini, insegnare loro a studiare, educarli alla libertà e mostrare che esiste una vita diversa da quella imposta dalla criminalità organizzata.
In questa prospettiva, l’educazione assume un valore profondamente politico e spirituale. La mafia prospera dove regnano ignoranza, paura e rassegnazione; per questo don Puglisi sceglie di combatterla restituendo ai giovani la capacità di pensare, di scegliere e di sognare. La scuola, la parrocchia e la cultura diventano così strumenti di liberazione.
Lo stile di Alessandro D’Avenia si distingue ancora una volta per una scrittura limpida, ricca di immagini e di richiami letterari. La narrazione alterna momenti di intensa poesia a pagine di forte realismo, senza mai cadere nella retorica. Palermo non è soltanto lo sfondo della vicenda: diventa un personaggio vivo, attraversato da contraddizioni, sofferenze e improvvisi bagliori di bellezza.
Il romanzo affronta un tema universale: il rapporto tra il bene e il male. L’inferno di cui parla D’Avenia non coincide soltanto con la mafia. Ogni società rischia di trasformarsi in un inferno quando prevalgono l’indifferenza, il conformismo e la rinuncia alla responsabilità. Allo stesso tempo, ogni gesto di giustizia, ogni scelta educativa e ogni atto di amore rappresentano un argine contro questa deriva.
A più di trent’anni dalla morte di don Pino Puglisi, "Ciò che inferno non è" conserva intatta la sua attualità. In un’epoca in cui spesso si invocano soluzioni immediate ai grandi problemi sociali, D’Avenia ricorda che il cambiamento autentico nasce dalla formazione delle coscienze. Educare significa restituire dignità alle persone e costruire il futuro partendo dai più fragili.
Con questo romanzo Alessandro D’Avenia dimostra ancora una volta come la letteratura possa essere uno strumento di testimonianza civile oltre che di bellezza. Ciò che inferno non è non offre risposte semplici né consolazioni facili. Invita invece il lettore a cercare, nella propria realtà quotidiana, quei frammenti di bene che resistono al male e che attendono soltanto di essere riconosciuti e custoditi.
L'inferno non si vince con l’odio, ma con la fedeltà al bene, con il coraggio dell’educazione e con la forza silenziosa di chi continua a credere che ogni persona possa cambiare la propria storia.
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