di Roberto Alicandri
Abbiamo avuto il piacere di editare e pubblicare su Partiture Letterarie due bellissime poesie di Casian Ricchiuti, Eccelsa Armonia e Il Gabbiano: due liriche apparentemente autonome, ma profondamente legate tra loro da un filo sottile che unisce musicalità, inquietudine e libertà.
Non sono poesie immediate, e probabilmente non vogliono esserlo. Richiedono una lettura attenta, talvolta persino una rilettura, perché Ricchiuti affida il significato non tanto alla narrazione quanto alla forza evocativa delle immagini e al movimento sonoro delle parole. Ed è proprio questa loro resistenza alla lettura veloce ad averci convinto a proporle: la poesia, quando è autenticamente ricerca, non deve necessariamente spiegarsi subito.
In “Eccelsa Armonia” tutto nasce dal suono. I «suoni misteriosi» conducono l’io poetico verso una dimensione che sembra oltrepassare l’esperienza ordinaria. La loro provenienza «par non esser di questo mondo» e l’ascolto assume progressivamente la forma di un rapimento interiore.
La musica, tuttavia, non rimane esterna. Entra «sin dentro gli orecchi», raggiunge l’animo e agisce su di esso. L’armonia diventa così principio capace di ordinare un’interiorità inquieta. È significativo che, nella parte conclusiva, l’animo venga rappresentato attraverso immagini fortemente concrete: «torbido com’ acqua in una pozza» e «irrequieto come un cavallo sfiancato». Alla leggerezza quasi impalpabile del suono si contrappone una materia interiore agitata che la musica prova ad ammansire.
La lirica recupera così un’intuizione antichissima: l’armonia non è soltanto qualcosa che l’uomo ascolta, ma qualcosa attraverso cui può ritrovare se stesso. La tessitura armonica, il fiume in piena, il coro d’usignoli costruiscono una successione nella quale anche la parola tenta di farsi musica.
Con “Il Gabbiano” lo scenario cambia. Dal mistero del suono passiamo al cielo, alla costa, alla risacca, al mare. Eppure il movimento profondo rimane lo stesso: ancora una volta ciò che appartiene al mondo esterno finisce per riversarsi nell’anima.
L’immagine iniziale, «Anche il marmoreo celo piange», introduce immediatamente un paesaggio che non svolge una semplice funzione descrittiva. Il cielo assume consistenza e sentimento; poco dopo il «respiro salato» sembra dare un corpo al mare. La natura partecipa così all’inquietudine dell’uomo. Poi compare il gabbiano.
Non è però il gabbiano rassicurante delle immagini convenzionali. Il suo volo è preceduto dalla risacca, dal «sordo tuono», dal «tonfo» avvertito nel cuore. Persino le «piume grigio nere» contribuiscono a sottrarre la scena a qualsiasi rappresentazione oleografica. Fino all’ultimo verso: «ecco, un gabbiano che fugge».
Ed è il verbo fugge a spalancare la poesia. Il volo non rappresenta semplicemente la libertà, ma sembra piuttosto raccontarne il bisogno. È una libertà cercata, forse conquistata, certamente non pacificata. Proprio qui le due poesie rivelano pienamente il loro legame .
In Eccelsa Armonia l’inquietudine cerca una risposta nel suono; ne Il Gabbiano cerca un varco nel volo. Prima l’armonia che entra nell’anima, poi la libertà che sembra volerla liberare. Due movimenti opposti soltanto in apparenza, perché entrambi nascono dalla stessa necessità di oltrepassare il limite.
Anche la scrittura di Ricchiuti procede attraverso metafore, similitudini e personificazioni dense, talvolta ardite. È una poesia che privilegia la suggestione alla spiegazione e che proprio per questo domanda tempo al lettore.
Ed è anche una delle ragioni per cui abbiamo scelto con piacere di pubblicare queste due liriche su Partiture Letterarie. Crediamo in una poesia che non debba necessariamente consumarsi al primo sguardo, ma che possa chiedere silenzio, attenzione e persino il coraggio di tornare indietro su un verso.
Tra l’armonia misteriosa della prima poesia e il gabbiano che fugge nella seconda rimane allora sospesa una domanda: dove può trovare libertà un’anima inquieta?
Forse nella musica. Forse nel volo. O forse proprio nella poesia, quando le parole riescono a dare una forma a ciò che, dentro di noi, una forma ancora non ce l’ha.
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