di Bruno Marfé
Ci siamo conosciuti alcuni anni fa nella cornice della Casina Pompeiana di Napoli, durante uno degli appuntamenti dedicati alla cultura e alla musica. Da quel primo incontro con Michelangelo Iossa è nata una collaborazione costante, che ci ha portati a condividere la regia e l'organizzazione di numerosi eventi e presentazioni. Tra le tappe più significative resta la presentazione del libro di Rosaria Troisi, Caro Massimo ti scrivo: un pomeriggio in cui la letteratura si trasformò anche in un gesto concreto, con la donazione del divano di Massimo al Centro Fernandes di Castel Volturno. Un oggetto carico di memoria diventava così il punto d'incontro tra parola scritta, affetti e impegno sociale.
Oggi guadagna i riflettori un nuovo libro di Michelangelo Iossa, Non siamo napoletani. I 100 non napoletani che hanno fatto grande Napoli, con la prefazione di Renzo Arbore. Pubblicato da Edizioni Mea, il libro racconta Napoli attraverso cento figure iconiche che ne hanno segnato la storia, la cultura, l'immaginario e il costume senza esservi nate. Il volume sarà presentato ufficialmente il 10 settembre 2026 alle 18.00 negli spazi di Mondadori Bookstore, nella Galleria Umberto I di Napoli. Ad affiancare Iossa sarà Pino Strabioli, protagonista del teatro e della televisione italiana; accanto a loro saranno presenti anche il cantautore argentino Diego Moreno e il direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli Antonio Parlati.
Al centro dell'opera c'è un'idea tanto semplice quanto provocatoria: napoletani non si nasce soltanto, ma si diventa. Iossa mette così in discussione l'idea che l'appartenenza a una città possa essere stabilita esclusivamente dal luogo di nascita o da un certificato anagrafico. Perché Napoli, forse più di altre città, sembra avere la capacità di adottare, trasformare e fare propri coloro che imparano ad amarla e a comprenderne l'anima.
Ma proprio qui nasce una curiosità. Se il libro racconta cento figure che hanno contribuito a costruire l'identità napoletana senza essere nate nella provincia, secondo quali criteri sono stati scelti i protagonisti? La risposta, mi avverte Iossa, è nell'introduzione del libro. E forse non è un dettaglio secondario: prima ancora dei cento nomi, bisogna conoscere le regole del gioco.
Cinque domande a volo d'angelo a Michelangelo Iossa.
Michelangelo, parliamo del libro: come nasce l'idea di raccontare Napoli attraverso chi non vi è nato?
«L'idea nasce anzitutto dalla mia esperienza personale: pur sentendomi profondamente napoletano e vivendo da sempre la città ogni giorno della mia vita, sono nato a L'Aquila. Volevo smontare il mito dell'autoctonia a tutti i costi: per essere napoletani non serve l'anagrafe, ma la capacità di accogliere la città e farsi trasformare da essa. E il 'contagio' di questa Città-mondo attraversa i secoli, le storie, le generazioni.»
Tra i cento personaggi citati, dalla Sirena Partenope fino ad Aurelio De Laurentiis, a quali ti senti più legato?
«Sicuramente ai quattro "santi protettori" della città: la Sirena Partenope, la 'generatrice' del mito della città, che era figlia del Mediterraneo; San Gennaro, patrono di Napoli nato a Benevento; Diego Armando Maradona, santo laico e protagonista di un ampio culto para-religioso; e Virgilio, il letterato e il Mago supremo della città, colui che ha imprigionato le sorti del luogo in un Uovo protetto dal suo castello! Ma penso anche a grandi nomi della cultura e dello spettacolo come Domenico Modugno, Vittorio De Sica, Matilde Serao, Benedetto Croce, Eleonora Pimentel Fonseca e Giacomo Leopardi.»
Colpisce che i quattro nomi scelti da Iossa come fondativi appartengano tutti a un ordine che precede la storia civile: una sirena, un santo, un mago-poeta e un calciatore divinizzato dal culto popolare. Napoli, in questa scelta, non si racconta attraverso i suoi documenti anagrafici ma attraverso le sue leggende — segno che l'operazione di Iossa, più che uno scherzo da erudito, è un atto di ricostruzione del mito cittadino a partire dai suoi apocrifi.
Nel libro non compare Massimo Troisi, che pure nacque a San Giorgio a Cremano e che per molti rappresenta una delle espressioni più autentiche della cultura napoletana. È una scelta che può sorprendere. C'è una ragione precisa?
«Si dovrà leggere l'introduzione, in cui spiego quali sono le regole del libro. E proprio Troisi – con Giordano Bruno, Vincenzo Salemme e Peppino di Capri – viene chiamato in causa come esempio-simbolo!»
La risposta di Michelangelo sposta la questione dal singolo personaggio al criterio con cui è stata costruita l'intera galleria. E allora la domanda diventa quasi inevitabile: se Troisi non rientra nei criteri del libro, perché invece vi compare Renzo Arbore, foggiano di nascita e tuttavia profondamente legato alla cultura napoletana?
Potrebbe essere proprio questo uno degli aspetti più interessanti da approfondire: dove finisce Napoli in senso geografico e dove comincia quella più ampia identità culturale che, anche storicamente, ha attraversato il territorio dell'antico Regno di Napoli?
«In questo libro ho voluto deliberatamente mettere in dubbio il mito dell'autoctonia assoluta. L'ho fatto per dimostrare una tesi che ritengo ormai incontrovertibile: l'identità partenopea non è un gene impresso stabilmente nel DNA, ma un virus altamente contagioso. Una meravigliosa infezione dell'anima. Napoli è una calamita formidabile che attrae, trasforma e plasma chiunque la sfiori, finendo per renderlo, molto spesso, più napoletano dei napoletani stessi. È una città-mondo dotata di un codice genetico aperto: non si limita a ospitarti; ti adotta, ti impasta, ti modifica i connotati interiori e ti riscrive la grammatica dei sentimenti.
In cento biografie-simbolo, svelo come alcune delle icone napoletane più identitarie, sacre, viscerali e indiscusse non siano affatto native di questa terra. Anzi, alcune di loro affondano le proprie radici anagrafiche in luoghi sorprendentemente lontanissimi dal Vesuvio: in altre città d'Italia, in altri Paesi europei e, talvolta, persino in altri continenti.
Il vero battesimo napoletano non si ottiene all'ufficio dello stato civile, ma sul palcoscenico della Vita. Questi cento protagonisti hanno compiuto un atto di volontà consapevole: hanno scelto attivamente di "essere" napoletani, decidendo di lasciarsi abbracciare da una Città-mondo e di abbandonarsi completamente alla sua poesia profonda, tragica, ironica e disarmante.
Per guidare il lettore in questo viaggio tra i cento "stranieri" più napoletani della storia, è stato necessario stabilire alcune piccole ma fondamentali regole d'ingaggio. In questo volume ho adottato un criterio geografico-amministrativo rigoroso, quasi burocratico, per amore di paradosso. Ho considerato "non napoletani" tutti coloro che sono nati rigorosamente al di fuori dei confini della provincia (oggi Città Metropolitana) di Napoli. Giusto per intenderci ed evitare immediati incidenti diplomatici: solo a titolo esemplificativo, il flegreo Vincenzo Salemme, il trio vesuviano de La Smorfia, il nolano Giordano Bruno o l'isolano Peppino di Capri rimangono a tutti gli effetti napoletani. Loro appartengono allo stesso bacino vulcanico e culturale. I "non napoletani" di questo censimento sentimentale vengono da molto più lontano».
Ed è forse una delle risposte più significative dell'intervista, perché rivela il vero gioco del libro: un confine amministrativo — la provincia, oggi Città Metropolitana — usato deliberatamente come cornice troppo rigida per un sentimento che rigido non è. Il paradosso non è ingenuo: serve a Iossa per mostrare, per contrasto, quanto sia arbitraria ogni misura anagrafica applicata a un'appartenenza che si gioca altrove — nella lingua, nel gesto, nell'ironia, nel modo di stare al mondo. Non siamo napoletani non è dunque semplicemente una raccolta di personaggi celebri accomunati dall'amore per Napoli, ma un libro costruito secondo criteri precisi, che il lettore è invitato a conoscere prima di giudicare le singole scelte. La provocazione, dunque, non sta soltanto nei cento nomi, ma nel modo in cui siamo abituati a definire l'appartenenza a una città.
Dalla Casina Pompeiana in poi abbiamo condiviso tante esperienze organizzative: penso proprio alla presentazione di Caro Massimo ti scrivo di Rosaria Troisi e alla donazione del divano di Massimo al Centro Fernandes. In quelle occasioni la cultura non è rimasta confinata alla presentazione di un libro, ma è diventata incontro, memoria e anche solidarietà. È questo, per te, il senso più autentico di organizzare eventi culturali?
«Fin dai tempi della Casina Pompeiana, il nostro comune obiettivo è sempre stato quello di raccontare la cultura come un ponte aperto. Ogni evento organizzato insieme nasce dalla voglia di unire storie, musica e letteratura in modo accessibile, creando incontri vivi e partecipati con il pubblico.»
Dopo aver raccontato cento persone che Napoli ha adottato senza averle viste nascere qui, cosa significa oggi, per te, sentirsi napoletano?
«Sentirsi napoletano significa intraprendere un viaggio d'esplorazione nel cuore pulsante di una metamorfosi continuamente possibile. È un'identità che non erige muri, ma celebra l'accoglienza, la contaminazione e la straordinaria capacità di trasformazione. La napoletanità, alla fine dei conti, è un meraviglioso atto di volontà. Perché non conta affatto in quale angolo di mondo tu sia nato. Conta solo quanta Napoli sia nata dentro di te.»
Forse è proprio questa la domanda che resta sospesa dopo la lettura di Non siamo napoletani. Perché se l'anagrafe non basta a definire l'appartenenza, allora essere napoletani non è soltanto una condizione anagrafica, ma un rapporto con una città, con la sua storia, con la sua cultura e soprattutto con la capacità di lasciarsi trasformare da essa.
E forse Napoli, più che chiedere da dove vieni, continua a chiedere una cosa molto più semplice e molto più difficile: quanto di Napoli sei disposto a portare con te.
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