di Bruno Marfé
Peppe Licciardi
"La musica nasce per emozionare"
C’è una parola, “Tarab”, che racchiude un universo di emozioni. È un termine della tradizione musicale araba che indica quello stato di profonda estasi e partecipazione che la musica riesce a generare quando incontra davvero l’anima di chi ascolta.
Non è un caso che Peppe Licciardi abbia scelto proprio questo titolo per il suo nuovo album, disponibile su tutte le principali piattaforme digitali. Un progetto che affonda le radici nella tradizione mediterranea ma, allo stesso tempo, attraversa culture, linguaggi e contaminazioni che da sempre caratterizzano il suo percorso artistico.
Ad accompagnare l’uscita del disco è arrivato anche il secondo videoclip estratto dall’album, “Terra ’e fuoco e tammorre”, quinta traccia di Tarab. Un lavoro intenso, costruito sul ritmo ancestrale della tammorra, sulle chitarre e su immagini che raccontano lavoro, appartenenza e resilienza.
Per chi scrive, ascoltare Peppe Licciardi significa anche riaprire il cassetto dei ricordi.
Il nostro primo incontro risale a molti anni fa, durante la presentazione del CD di sua sorella Consiglia nella splendida cornice della Casina Pompeiana di Napoli. Bastarono poche ore per comprendere come, nella famiglia Licciardi, la musica fosse molto più di una professione: un linguaggio condiviso, una memoria familiare, un patrimonio di affetti.
Negli anni ci siamo ritrovati in diverse occasioni, seguendo i suoi concerti e condividendo momenti che soltanto la musica riesce a rendere irripetibili. Tra quelli che custodisco con maggiore affetto c’è una serata a Isola del Liri, quando scoprimmo quasi per caso un’amicizia comune con alcune persone che hanno fatto da sfondo alle mie indimenticabili estati a Formia. Quegli intrecci inattesi che soltanto la musica sembra saper creare.
Qualche giorno fa è stato lo stesso Peppe a inviarmi il link del nuovo videoclip, accompagnandolo con un messaggio semplice ma significativo: «Il viaggio dentro Tarab prosegue… Fuori ora il secondo videoclip dell’album! Non vi dico altro: guardatelo fino alla fine e fatemi sapere la vostra!».
L’ho preso in parola. Ho guardato il video fino all’ultimo fotogramma e, oltre alla forza delle immagini, mi ha colpito proprio quell’invito a lasciarsi sorprendere. Da lì è nata questa conversazione.
Perché proprio Tarab?
Per Peppe Licciardi la risposta va ben oltre una scelta estetica.
«Per me la musica coincide con l’emozione, senza distinzioni di genere», racconta. «Che sia la maestosità della lirica e della musica sinfonica o la genuinità di un brano degli anni Sessanta, il suo scopo è sempre quello di muovere qualcosa nell’anima. Oggi si fa più fatica a percepire questa magia, perché parte della musica contemporanea e dei grandi festival ha perso un po’ di quell’autenticità viscerale. Eppure la musica nasce proprio come bisogno emotivo primordiale: appartiene all’essere umano fin dalla preistoria, quando i nostri antenati cercavano il ritmo battendo sui tronchi e sui tamburi.»
Ascoltandolo parlare si comprende come Tarab non sia nato in pochi mesi, ma rappresenti il punto di approdo di un viaggio artistico iniziato molti anni fa.
«La mia ricerca sulla contaminazione musicale parte dal 1994, quando collaborai con i Gipsy Kings, ed è proseguita negli anni insieme a mia sorella Consiglia attraverso numerosi progetti discografici.»
L’idea dell’album ha invece iniziato a prendere forma tre anni fa, dopo Muse Amanti.
«È stato un progetto maturato lentamente, costruito insieme ai musicisti che considero compagni di viaggio prima ancora che collaboratori. Ha richiesto tempo, pazienza e cura, ma oggi la soddisfazione per il risultato è davvero enorme.»
“Terra ’e fuoco e tammorre”
La stessa cura emerge nel videoclip di “Terra ’e fuoco e tammorre”, scelto come secondo estratto. Licciardi spiega di amare ogni singolo brano dell’album, ma di aver individuato in questo pezzo una forza particolare.
«È un inno alla resilienza. Racconta che, anche quando la vita cerca di abbatterci, la nostra essenza rimane intatta. Custodisce un seme di speranza.»
Anche la costruzione visiva segue questo percorso.
«La regia accompagna lo spettatore da immagini crude e viscerali fino a una vera e propria catarsi finale, dove la musica diventa lo strumento per fare pace con il mondo. Ho scelto volutamente scenari spogli, tra cantieri, polvere e terra battuta: volevo che quei luoghi esaltassero la forza espressiva dei volti, degli sguardi e delle ferite.»
Uno dei momenti più forti del videoclip è quello in cui rompe alcune tammorre.
«È stata forse la scena più difficile da realizzare. Per me violare uno strumento equivale quasi a infliggergli una ferita. Ma era necessario rappresentare una rottura profonda. Solo dopo arriva la liberazione, con la processione e il concerto finale.»
Molte sequenze sono state girate in sala posa, altre in luoghi come la Solfatara, mentre il linguaggio visivo è nato dal continuo confronto con il regista.
«Le scelte sono sempre state condivise. Credo che proprio questo lavoro comune abbia dato al videoclip quella forza poetica che oggi il pubblico percepisce.»
Le radici, la famiglia, il Mediterraneo
Se la ricerca artistica guarda costantemente avanti, le radici restano però saldamente piantate nella sua storia personale.
«Sono cresciuto respirando musica in casa. Mio padre era un tenore e con mia sorella Consiglia abbiamo studiato insieme fin da bambini. La mia famiglia non è soltanto un punto di riferimento: è la matrice stessa del mio modo di fare arte. C’è la mia famiglia in ogni nota che compongo.»
Una continuità che si ritrova anche nel delicato equilibrio tra tradizione e innovazione.
«Da una parte ci sono le collaborazioni con Roberto Murolo e con Consiglia, dall’altra le esperienze internazionali come quella con i Gipsy Kings. Oggi continuo a esplorare i porti e i suoni di tutto il Mediterraneo, spingendomi ben oltre i confini di Napoli.»
Ma forse la riflessione più bella arriva quando il discorso si sposta sul rapporto umano, e Licciardi ripensa anche al nostro primo incontro.
«Viviamo in un mondo che rischia di perdere il senso dell’empatia: per questo la relazione con il pubblico resta l’ultimo baluardo della nostra autenticità. Con il tempo ho capito che certi legami non hanno bisogno soltanto di essere coltivati. Hanno bisogno di essere amati.»
«Ogni brano è una parte di me»
È la stessa filosofia che ritroviamo nel modo in cui costruisce i suoi dischi. Alla domanda se esista un brano di Tarab al quale sia più affezionato, sorride.
«Sarebbe come chiedere a una madre quale figlio ama di più. Ogni brano rappresenta una parte di me. Li amo tutti allo stesso modo.»
In un’epoca in cui la musica viene spesso consumata rapidamente tra playlist e social network, Licciardi continua invece a pensare all’album come a un racconto.
«Vorrei che chi ascolta vivesse la musica nel senso più autentico del Tarab: un’esperienza di immedesimazione e di estasi collettiva. Non mi interessa mettere insieme semplicemente delle canzoni. Amo costruire album a tema, storie musicali che abbiano un senso dall’inizio alla fine.»
Ripercorrendo la propria discografia cita Alma Latina, Ariammore e A Sud.
Prima di salutarci gli chiedo di rivolgere un ultimo invito a chi ancora non conosce il suo lavoro. La risposta arriva senza esitazione.
«Ascoltate Tarab se avete voglia di intraprendere un viaggio nel cuore del Mediterraneo, dove la tradizione napoletana incontra il mondo per trasformare ogni singola nota in pura emozione.»
Ed è probabilmente questa la definizione più autentica dell’intero progetto. Tarab non è soltanto un album, ma un percorso musicale e umano che attraversa memoria, identità e ricerca artistica, ricordandoci che la musica, prima di essere spettacolo, continua a essere uno dei modi più profondi con cui gli esseri umani raccontano sé stessi e si riconoscono negli altri.
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