di Bruno Marfé
Capita sempre più spesso, soprattutto a chi mi conosce meglio, che mi si domandi se scrivo davvero io i miei articoli. Vale la pena chiarire subito una cosa, per chi non lo sapesse: non faccio il giornalista di mestiere, scrivo per piacere, da sempre. Ma la domanda, ripetuta con una certa insistenza negli ultimi tempi, mi ha fatto riflettere più del previsto.
La risposta è sì. Scrivo io. Ma quella domanda mi ha riportato a un'abitudine che avevo da ingegnere, quando dovevo consegnare una relazione tecnica o una lettera un po' più articolata: la facevo leggere alla mia segretaria prima di considerarla conclusa. Non perché conoscesse la materia — spesso non ne sapeva nulla — ma perché un lettore esterno, anche digiuno dell'argomento, riesce a dirti se ciò che hai scritto è chiaro oppure no. Funzionava quasi sempre: la versione che finiva sulla scrivania del destinatario era quasi sempre diversa da quella che le avevo dato da leggere.
È lo stesso ruolo che oggi assegno all'intelligenza artificiale. Non le chiedo di scrivere al posto mio: le chiedo quello che chiedevo alla mia segretaria. Dimmi se è chiaro. Dimmi dove inciampo. Dimmi se regge. Ed è da questa somiglianza — e da una certa curiosità di capire fin dove si potesse spingere il parallelo — che è nata l'idea di “interrogare” lo strumento su di me, per vedere cosa ne sarebbe uscito.
Le ho chiesto, per l'esattezza, di descrivermi. Non la mia vita, non le mie opinioni: il modo in cui lavoro, quale si può ricostruire dalle decine di conversazioni che le ho affidato nel tempo. Volevo vedere cosa ne veniva fuori.
È tornato indietro un ritratto piuttosto puntuale. Analitico, iterativo, attento al lettore, poco incline agli assoluti. Mi sono riconosciuto, e per un istante ho provato quella soddisfazione un po' vanitosa di chi si vede fotografato bene. Poi mi sono fermato, perché quella soddisfazione era esattamente il punto da cui dovevo diffidare di me stesso.
Il trucco dello specchio
Un'intelligenza artificiale che analizza le conversazioni avute con un'altra intelligenza artificiale — o con se stessa — non sta facendo un ritratto oggettivo. Sta restituendo, con parole diverse, ciò che io stesso le ho fornito nel tempo. Se le ho parlato per mesi di titoli, di ritmo, di equilibrio tra fatti e narrazione, non c'è da stupirsi che il “profilo” mi descriva come qualcuno attento a titoli, ritmo, equilibrio. Non è chiaroveggenza. È eco.
Questo non rende l'esercizio inutile — ci torno tra poco — ma impone una cautela che vale la pena di dichiarare subito, con la stessa onestà con cui pretendo di distinguere, nei miei articoli, un fatto da un'interpretazione: un profilo che ci somiglia troppo bene non è una prova di comprensione. È spesso il segno che lo strumento ci ha compiaciuti, non compresi.
E qui si annida il rischio più insidioso dell'intelligenza artificiale, tanto più per chi, come me, scrive non per mestiere: la tentazione di scambiare la conferma per il pensiero. Un'AI ben progettata per l'engagement tende ad assecondare, a trovare coerenza dove magari c'è solo abitudine, a non contraddire se non richiesto. Per un giornalista, per chiunque lavori con le parole e con i fatti, questo è l'esatto contrario di ciò che serve.
Quello che ho chiesto, invece
Qualche tempo fa ho dato un'istruzione precisa allo strumento con cui lavoro: non voglio un assistente che approvi. Voglio un interlocutore che trovi le crepe, che segnali le incoerenze, che proponga alternative invece di limitarsi a dire di sì. Rivoglio la mia valida segretaria del dirigente comunale qual ero! Gliel'ho chiesto esplicitamente, come si chiede a un caporedattore severo di non lasciar correre un pezzo debole solo per cortesia.
Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra usare l'intelligenza artificiale come uno specchio e usarla come uno strumento di lavoro. Lo specchio conferma quello che sei già. Lo strumento — se lo si costringe a esserlo — mette alla prova quello che credi di sapere.
Il mio metodo, quando scrivo, segue da anni uno schema che non ho mai formalizzato ma che riconosco bene: una prima bozza, quasi sempre imperfetta; una revisione critica, mia o condivisa; una verifica dei punti deboli; una versione che considero finale solo perché ho smesso di trovarle difetti, non perché non ce ne siano più. Ho scoperto che questo stesso schema, applicato al rapporto con l'AI, è ciò che ne fa uno strumento utile invece che un pericolo silenzioso. Il valore non sta nella macchina. Sta nel non consegnarle mai l'ultima parola.
La responsabilità non si delega
C'è una domanda che mi pongo spesso, scrivendo di temi che toccano vite reali: chi risponde di quello che scrivo? La risposta non cambia se una parte del lavoro passa attraverso un algoritmo. Risponde chi firma. Risponde chi ha deciso cosa tenere e cosa scartare, quale fonte verificare due volte, quale affermazione ammorbidire perché non sufficientemente provata.
L'intelligenza artificiale può aiutare a vedere meglio una frase, a scovare una ridondanza, a suggerire una struttura più chiara. Può persino, se ben istruita, dirti che il tuo secondo paragrafo non regge. Ma non può sapere se quella fonte è affidabile, se quella persona ha davvero detto quelle parole, se quella sfumatura fa la differenza tra informare e ferire. Questo lavoro — il lavoro vero — resta umano, e deve restarlo per scelta, non per limite tecnico che prima o poi verrà colmato.
Una via, non una regola
Non credo di avere in mano una ricetta valida per chiunque. Credo però che l'esperimento da cui sono partito — chiedere a un'AI di descrivermi, e poi diffidare di quanto mi ha convinto la sua risposta — indichi una direzione utile per chi si affaccia a questi strumenti senza il mestiere alle spalle che permette di riconoscerne i limiti.
Tre cose, in fondo, mi sembrano essenziali. Non usare l'intelligenza artificiale come giudice ultimo, ma come parte di un processo che resta nelle proprie mani. Diffidare di ogni risposta che sembra darci ragione troppo in fretta o troppo spesso. E ricordarsi sempre, davanti a un testo ben scritto o a un'analisi convincente, la domanda più semplice e più difficile: chi ne risponde, se qualcosa non torna?
Non è la macchina a doverlo sapere. Sono io.
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dedicato alla fida Nunzia
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