di Bruno Marfé
Prima ancora delle notifiche sullo smartphone e della consueta girandola di messaggi per gli auguri di buon onomastico, è spesso la curiosità a suggerire una sosta. E così, proprio nel giorno dedicato a San Luigi Gonzaga, rileggendo la sua biografia, ci si imbatte in un dettaglio capace di far sollevare più di un sopracciglio al lettore moderno.
Nato nel 1568, figlio di Ferrante Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere, e destinato fin dalla culla alla carriera militare e diplomatica, Luigi, intorno ai dieci anni, aveva già fatto voto di castità e conduceva una vita di penitenze e digiuni, che lo avrebbe portato, a quattordici anni, a rinunciare a ogni eredità per farsi gesuita.
A dieci anni.
Una riga di testo che solleva immediatamente un interrogativo enorme, quasi fastidioso per la nostra sensibilità contemporanea: a dieci anni si è davvero in grado di comprendere il peso di una scelta così radicale? Oppure c'è qualcosa che ci sfugge?
L’infanzia negata e il lusso come arma di distrazione
Per provare a capire, dobbiamo prima fare un salto indietro e spogliarci delle nostre lenti moderne. Nel Cinquecento, l’infanzia per come la intendiamo noi semplicemente non esisteva, tanto meno nelle grandi dinastie. I bambini erano, in qualche misura, “piccoli adulti”. A quattro anni Luigi indossava già un’armatura su misura; a sette seguiva il padre negli accampamenti militari, imparando a sparare e assorbendo il linguaggio crudo dei soldati.
Ma Ferrante Gonzaga non aveva fatto i conti con l’indole del primogenito. Quando si accorse che il ragazzo mostrava una sorprendente inclinazione alla preghiera, al silenzio e all’ascesi, il marchese – uomo d’armi duro, pragmatico, avvezzo alle logiche del potere e del prestigio – reagì con crescente preoccupazione. Per lui, quella vocazione appariva come una minaccia al destino dinastico della famiglia.
Tentò allora di ricondurre il figlio alle aspettative che gravavano sul suo rango. Lo portò nelle corti più splendide dell’epoca: prima a Firenze, alla corte dei Medici, poi a Madrid come paggio d’onore del figlio di Filippo II di Spagna. Ferrante immerse il figlio in un mondo di feste principesche, intrighi politici, denaro e privilegi. L’obiettivo era chiaro: distoglierlo da quella che egli considerava una pericolosa ostinazione religiosa.
La ribellione dell’astinenza
Fu allora che si consumò lo scontro. Un duello silenzioso e drammatico tra un padre potente e un preadolescente armato soltanto della propria determinazione. Più Ferrante offriva sfarzo, più Luigi rispondeva con il rigore. Il voto di castità pronunciato a dieci anni nella basilica della Santissima Annunziata a Firenze, i digiuni segreti, l’abitudine di abbassare lo sguardo davanti alle dame di corte possono essere letti anche come la forma di ribellione più estrema e provocatoria che Luigi potesse mettere in atto.
Sarebbe però riduttivo interpretare tutto soltanto come una contestazione del padre. Le fonti testimoniano una religiosità intensa e sincera, vissuta con una radicalità che oggi ci appare quasi incomprensibile. Eppure, in quel mondo adulto dominato dall’accumulo, dalla violenza e dall’ostentazione del privilegio, Luigi scelse la sottrazione. Dire “no” al lusso di Madrid significava anche dire “no” a un destino che altri avevano scritto per lui.
A quattordici anni, quel ragazzo che aveva resistito alle seduzioni dell’impero più potente del mondo firmò la rinuncia definitiva al marchesato in favore del fratello minore. Le cronache raccontano che Ferrante, sconfitto dalla determinazione del figlio, pianse di rabbia e di dolore vedendolo partire per il noviziato a Roma.
Il riflesso nei giorni nostri
Ed è qui che la distanza siderale tra il marchesino del Cinquecento e i nostri giorni si accorcia improvvisamente.
Oggi abbiamo prolungato l’infanzia a dismisura e tendiamo a iperproteggere i nostri ragazzi, ritardando il più possibile l’ingresso nel mondo delle responsabilità. Ci appare folle l’idea di un bambino di dieci anni che compie scelte definitive. Eppure, l’ansia dei genitori che disegnano “strade di successo” per i figli – proiettando su di loro aspettative performative, carriere e sogni di realizzazione economica – non è poi così diversa da quella che animava Ferrante Gonzaga.
La risposta dei giovanissimi, quando il mondo degli adulti appare loro malato, ipocrita o privo di prospettive, conserva spesso la stessa intransigenza. I ragazzi di oggi non fanno voti di castità religiosa, ma fanno “voti di purezza” in altre forme: nell’attivismo climatico radicale di adolescenti che accusano i padri di aver devastato il pianeta in nome del profitto; nelle scelte alimentari etiche vissute con rigore quasi monastico; nel fenomeno drammatico degli hikikomori, ragazzi che si chiudono nelle loro stanze rifiutando una società competitiva che offre loro un “lusso” emotivamente vuoto.
A dieci o dodici anni forse non si possiedono ancora gli strumenti per comprendere tutta la complessità della vita, ma si dispone spesso di un radar particolarmente sensibile alle contraddizioni e alle ipocrisie degli adulti. Si cerca un Assoluto a cui aggrapparsi per non lasciarsi travolgere dal cinismo del mondo circostante.
San Luigi Gonzaga, che morì a soli ventitré anni consumato dalla peste per aver assistito i malati nei vicoli di Roma – abbracciando nel dolore quei corpi che aveva evitato nei salotti – è oggi il protettore degli studenti. Forse potremmo considerarlo il patrono di qualcosa di ancora più grande: di quell’energia drammatica, inquieta e senza compromessi che accompagna la giovinezza. Quella forza acerba di chi guarda il mondo costruito dai padri, ne scorge le crepe e cerca ostinatamente qualcosa che ritiene più vero. Anche a costo di apparire incomprensibile.
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