Giovanni Raboni – La malinconia delle città che cambiano

Pubblicato il 23 maggio 2026 alle ore 10:10

di Bruno Marfé 

Ci sono poeti che osservano il mondo da lontano, trasformandolo in simbolo o in allegoria. E poi ci sono autori come Giovanni Raboni, che scelgono invece di restare dentro la vita concreta: nelle strade, nei tram, nei condomini, nei cantieri, nei rapporti sentimentali consumati dal tempo. La sua poesia non cerca l'evasione; cerca piuttosto di capire cosa resta dell'umano mentre tutto cambia forma.

Milano, nelle sue opere, non è mai soltanto una città. È un organismo che si trasforma incessantemente: una creatura industriale e borghese che cresce, demolisce, ricostruisce e, nel frattempo, cancella pezzi di memoria collettiva. Raboni diventa così il grande cronista poetico della modernità urbana italiana. Dove altri celebrano il progresso, lui registra le crepe: le periferie che avanzano, le relazioni che si raffreddano, le case che perdono identità, i quartieri che smettono di appartenere a chi li abita.

Eppure la sua non è mai una poesia nostalgica nel senso banale del termine. Raboni non idealizza il passato. Sa benissimo che anche il passato era pieno di contraddizioni, compromessi e dolore. Ma avverte con lucidità che la velocità della modernità rischia di lasciare gli esseri umani senza memoria, senza radici emotive, senza luoghi interiori in cui riconoscersi.

Per questo la sua scrittura colpisce ancora oggi. In un'epoca dominata dalla trasformazione continua, dalla gentrificazione delle città, dall'ansia della produttività e dalla precarietà affettiva, Raboni sembra parlare direttamente al presente. Le sue poesie hanno il tono di chi passeggia sotto una pioggia leggera guardando le vetrine illuminate e capendo improvvisamente che il tempo è passato anche su di lui.

Uno degli aspetti più affascinanti della sua poetica è proprio questa capacità di trasformare la quotidianità in qualcosa di metafisico senza mai perdere il contatto con il reale. Un parcheggio, un autobus, una stanza, una telefonata diventano improvvisamente luoghi dell'anima. La malinconia raboniana non è teatrale: è trattenuta, quasi elegante. Non urla mai. Sussurra.

E forse è proprio questa discrezione a renderlo così potente. In una cultura che premia continuamente l'eccesso, Raboni ci ricorda il valore della misura, della riflessione, dell'osservazione lenta. Le sue poesie chiedono attenzione, silenzio, ascolto. Non cercano lo slogan; cercano la verità emotiva.

Dal punto di vista stilistico, Raboni costruisce versi lunghi, discorsivi, apparentemente semplici, ma in realtà cesellati con una precisione quasi musicale. La sua lingua è limpida, urbana, colta senza essere mai elitista. Riesce a fondere la tradizione alta della poesia italiana con il linguaggio della contemporaneità, senza artifici né compiacimenti sperimentali.

Non è un caso che sia stato anche uno straordinario traduttore: il suo lavoro su Charles Baudelaire e soprattutto su Marcel Proust lascia tracce evidenti nella sua sensibilità. In Raboni ritroviamo infatti la stessa ossessione proustiana per il tempo perduto, per le memorie involontarie, per quei dettagli apparentemente insignificanti che all'improvviso spalancano abissi interiori.

Ma Raboni è anche un poeta civile, nel senso più autentico del termine. Non fa propaganda, non costruisce poesie-manifesto. La sua attenzione etica passa attraverso l'osservazione delle vite comuni, delle fragilità quotidiane, delle trasformazioni sociali che modificano lentamente il modo stesso di amare e di stare insieme.

Leggere Raboni oggi significa allora imparare a guardare meglio. Guardare le città non solo come spazi urbanistici, ma come archivi sentimentali. Guardare il tempo non solo come consumo rapido del presente, ma come stratificazione di esperienze, assenze, memorie.

E forse, alla fine di questa nostra serie, è proprio questo il filo che unisce tutti i poeti che abbiamo incontrato: la capacità di restituire complessità a un mondo che tende continuamente a semplificare tutto.

Da Andrea Zanzotto abbiamo imparato che il linguaggio può diventare paesaggio e vertigine.

Da Amelia Rosselli che il caos può trasformarsi in musica.

Da Edoardo Sanguineti che la poesia può sabotare le convenzioni.

Da Antonia Pozzi che la fragilità può diventare luce.

E da Raboni impariamo invece qualcosa di ancora più difficile: che persino nella malinconia del cambiamento può sopravvivere una forma ostinata e civile di umanità.

Con Giovanni Raboni si conclude il nostro viaggio tra cinque autori troppo spesso relegati ai margini dei programmi scolastici, ma fondamentali per comprendere la poesia contemporanea italiana. Cinque voci diversissime tra loro, unite da una stessa urgenza: raccontare la complessità dell'essere umani nel Novecento e oltre.

Perché la letteratura migliore non serve a darci risposte semplici. Serve a renderci più attenti, più inquieti, più vivi.

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